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Il dilemma del governo: insistere per lockdown locali? Dubbi sul coprifuoco, ma i governatori premono

(ansa)
Da Fontana a Emiliano: “Blocco nazionale dalle 18 o dalle 20”. Ma il premier preferirebbe blocchi mirati
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La situazione si può sintetizzare così: stallo. Il tempo stringe, eppure il governo si trova di fronte a un dilemma: chiudere il Paese più di quanto aveva preventivato, oppure forzare la mano con le Regioni e imporre blocchi locali, quelli che le stesse Regioni rifiutano? I governatori che guidano i territori con il più alto tasso di contagio, infatti, non vogliono lockdown locali, vale a dire la soluzione che Palazzo Chigi ha in mente per frenare la curva. L'esecutivo, che preferirebbe non procedere d'imperio al blocco di aree abitate da decine di milioni di persone senza il sostegno degli amministratori locali, si ritrova in mezzo al guado. Anche perché l'alternativa, a questo punto, è altrettanto complessa: un blocco generalizzato del Paese, da attuare attraverso un rigido coprifuoco che scatterebbe a metà pomeriggio. E così, in una domenica di incertezza, l'Italia non sa ancora se nelle prossime 24 ore si troverà di fronte a un blocco nazionale molto rigido, a chiusure mirate di intere aree metropolitane (con l'opposizione di chi amministra) oppure se l'incertezza produrrà altri giorni di attesa.


Tutto nasce dall'opposizione delle Regioni di centrodestra. Ma diventa nel corso della riunione con il governo un movimento trasversale che coinvolge anche Presidenti di centrosinistra, l'Anci di Antonio Decaro e l'Unione delle Province. La Lombardia di Attilio Fontana, a guida leghista, si oppone a un lockdown locale, anche soltanto a quello dell'area metropolitana di Milano: "Bloccare Milano - dice - significa bloccare la Lombardia". Meglio, aggiunge, intervenire con una chiusura del Paese, magari prendendosi "due o tre giorni per decidere". Contrario a chiusure mirate è anche il leghista veneto Luca Zaia. E pure Giovanni Toti, che nonostante la complessa situazione di Genova e della Liguria, sostiene che eventuali chiusure regionali non dovrebbero essere prese guardando all'indice Rt, ma alla condizione degli ospedali. Per un blocco nazionale, più che territoriale, si spende anche Vincenzo De Luca: "Dobbiamo decidere, e non perdere più tempo".

Ma c'è di più. I governatori chiedono di valutare il blocco alla circolazione dopo le 18, oppure dalle 20. Lo fa ad esempio Michele Emiliano, sostenendo che "dopo le 20, essendo chiusi i locali e i negozi, sarebbe giusto non circolare e basta". Ne parla Stefano Bonaccini (che ha appena scoperto di essere positivo), "chiudiamo la circolazione tra le Regioni e affianchiamo a questa misura il blocco dei movimento dopo una certa ora". Non lo esclude neanche Luca Zaia, ricordando che "gli assembramenti continuano", quindi serve una "linea unica nazionale" per evitarli.

E così l'esecutivo si ritrova di fronte al bivio: se le Regioni frenano le chiusure locali, vale la pena imporle da Roma? Giuseppe Conte, che puntava tutto su questa strategia differenziata per evitare il lockdown nazionale, tentenna. Ma è evidente che il tempo inizia a essere scarso, visto che domani il premier è atteso in Parlamento e subito dopo è annunciato un nuovo dpcm. Nel testo, ancora tutto da scrivere, ci sarà di certo il blocco della circolazione interregionale e una riduzione dell'orario dei negozi, la chiusura dei centri commerciali nel week end. E il coprifuoco dopo le 18? Potrebbe servire a poco, lascia scettici premier e ministri, rischia di diventare soltanto il compromesso per accontentare le Regioni. Eppure, può diventare il frutto di uno stallo prolungato. Il tempo intanto passa. E senza interventi, vale sempre quello che sostiene De Luca: "Inutile perdere tempo oggi, saremo costretti a chiudere ancora di più domani".
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