Elezioni Usa, il centrosinistra italiano si divide sul modello Biden
di
Giovanna Vitale
Per Renzi e Calenda è necessario far breccia tra i moderati mentre per Cuperlo e Schlein la chiave è includere istanze radicali
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Non sembra aver fatto breccia la lezione americana che Walter Veltroni sperava potesse insegnare qualcosa al frammentato centrosinistra italiano. Non solo perché gli Stati Uniti sono un altro mondo e un ticket Biden-Harris da queste parti è fantascienza. Il problema è l'atavica ritrosia delle forze progressiste nostrane a stare insieme se non la si pensa allo stesso modo: la scissione come unico antidoto all'incapacità di costruire un progetto comune.
Mescolando - come i Democratici d'oltreoceano hanno saputo fare - riformismo e radicalismo, idee moderate e di sinistra, in nome di un bene supremo: ricucire le ferite aperte dal nazional-populismo trumpiano.
Certo, a pesare c'è anche l'ambiguità ancora irrisolta del M5S, passato senza colpo ferire da Salvini a Zingaretti, e tuttora basculante. Ma questo non basta a spiegare perché il campo che sostiene l'attuale governo fatichi tanto a diventare più di un'alleanza contingente e di comodo. Una difficoltà per alcuni superabile - Cuperlo e Schleyn su tutti - per altri insormontabile. Prendete Renzi: da giorni va ripetendo come "il voto americano dimostra che si vince con i Biden, non con i Corbyn", strappando cioè pezzi di elettorato conservatore, anziché cullando il sogno di una sinistra egemone. "Del resto l'unica volta che il Pd ha preso il 41%", insiste il leader di Iv, "è perché abbiamo sfondato al centro". Proprio la direzione "che il Pd alleato dei grillini ha smarrito", fa eco Carlo Calenda, mentre "mai come adesso occorrerebbe dar vita a una coalizione sul modello von der Leyen", incalza il capo di Azione, "composta da popolari, liberaldemocratici e socialisti, che tagli fuori populisti e sovranisti, dando voce a quel riformismo che la maggioranza giallorossa non rappresenta".
Una conventio ad escludendum che però non trova d'accordo Gianni Cuperlo, storico esponente della left wing. "La domanda di radicalità espressa dal popolo americano ed esaltata dal Covid noi ce la portiamo appresso da tempo: è ora di declinarla in decisioni capaci di offrire risposte ai nuovi bisogni di una società che la pandemia ha reso ancor più diseguale", spiega. Una sfida immensa, che solo "un campo progressista largo, in grado di aggregare", oltre ai partiti, "movimenti, associazioni e forze civiche", può vincere. Su questo Cuperlo non ha dubbi: "Il Pd deve aprirsi a tutto il buono che c'è fuori dai nostri confini. Perché se è vero che senza il Pd un'alternativa credibile alla destra non è data, con la stessa sincerità dobbiamo dirci che il Pd da solo non è in grado di raggiungere questo traguardo".
Più netta Elly Schleyn, la Alexandria Ocasio-Cortez della sinistra italiana: "La condizione essenziale per costruire una coalizione ampia e plurale è la condivisione del futuro. Significa trovare, anche partendo da sensibilità e posizione diverse, una traiettoria comune su alcuni temi cruciali. Primi fra tutti, il contrasto alle diseguaglianze - che significa lotta alla precarietà e alle discriminazioni, inclusa quella di genere - e la transizione ecologica, che può essere una grande occasione di occupazione di qualità". Una premessa ineludibile, per la vicepresidente dell'Emilia Romagna. "L'ambizione deve essere quella di riunire le forze progressiste intorno a una visione comune. Non è scontato che il M5S rientri in questo schema, ma al di là delle sigle, la domanda da porsi è: ci mettiamo insieme per fare cosa? Il collante non può essere solo frenare le destre, Ma nemmeno si può sacrificare la coerenza nel nome dell'unità".