“Con noi o con Rousseau”. L'ultima offerta dei governisti a Di Battista
di Annalisa Cuzzocrea , di Annalisa CuzzocreaDi Maio vorrebbe l’ex deputato nel nuovo direttorio, i suoi fedelissimi insistono perché resti fuori. E sostengono che è stato il delegato più votato. Ma il vertice M5S fa filtrare che l’ala governativa ha avuto nel complesso il 70%
ROMA - "Io il Pd lo invidio", ammette sfinito Ignazio Corrao dopo una giornata di tavoli programmatici on line. "Hanno momenti di confronto vero, hanno meccanismi che rispettano le minoranze e non questa pantomima dove tutto è stato deciso dai facilitatori professionisti ingaggiati da Roberta Lombardi". L'europarlamentare in odore di scissione, che ancora due giorni fa votava in modo contrario al suo gruppo a Bruxelles insieme a Piernicola Pedicini e Rosa D'Amato, è forse il 5 stelle più vicino ad Alessandro Di Battista. E dice: "Se dovessi fare una previsione, direi che non si farà cooptare all'interno del nuovo direttorio. Non ha responsabilità istituzionali, non deve per forza scegliere adesso, può permettersi di aspettare perché sa che alla fine, i matrimoni di interesse non durano".
È così che l'ala Di Battista vede il fronte guidato da Di Maio con dentro Bonafede, Fracca…
È così che l'ala Di Battista vede il fronte guidato da Di Maio con dentro Bonafede, Fracca…
ROMA - "Io il Pd lo invidio", ammette sfinito Ignazio Corrao dopo una giornata di tavoli programmatici on line. "Hanno momenti di confronto vero, hanno meccanismi che rispettano le minoranze e non questa pantomima dove tutto è stato deciso dai facilitatori professionisti ingaggiati da Roberta Lombardi". L'europarlamentare in odore di scissione, che ancora due giorni fa votava in modo contrario al suo gruppo a Bruxelles insieme a Piernicola Pedicini e Rosa D'Amato, è forse il 5 stelle più vicino ad Alessandro Di Battista. E dice: "Se dovessi fare una previsione, direi che non si farà cooptare all'interno del nuovo direttorio. Non ha responsabilità istituzionali, non deve per forza scegliere adesso, può permettersi di aspettare perché sa che alla fine, i matrimoni di interesse non durano".
È così che l'ala Di Battista vede il fronte guidato da Di Maio con dentro Bonafede, Fraccaro, Crimi, Taverna, Lombardi, Spadafora, perfino Roberto Fico e Stefano Patuanelli. Un'unione di scopo fatta per andare avanti con il governo e con la legislatura, ma destinata a infrangersi presto.
E però ai tavoli ieri i supporter dell'ex deputato hanno tentato in ogni modo di ribaltare le decisioni già prese dalle assemblee territoriali sull'organo collegiale e di ottenere che - per non dover cambiare lo Statuto - si voti un unico capo politico. Hanno dalla loro la forza dei numeri. Sono convinti, e Casaleggio nel suo messaggio piccato lo ha fatto capire, che Di Battista sia stato di gran lunga il candidato più votato per partecipare alla discussione pubblica che oggi chiuderà gli Stati generali.
A tentare di fermarli, interviene perfino il presidente della Camera Roberto Fico che dice: "Gli Stati generali sono il momento, definito da regole condivise e accettate da tutti, per volare alto, per confrontarsi con consapevolezza e responsabilità, e non per fare prove muscolari".
Come quelle che vorrebbero la senatrice Barbara Lezzi, la deputata Giulia Grillo, la consigliera regionale Antonella Laricchia, i seguaci di Di Battista rimasti isolati e divenuti minoritari. Ma non ci sono solo i messaggi ufficiali a cercare di fermarli, ci sono anche gli avvertimenti. Perché quel che filtrava ieri dai vertici del Movimento è che se pure Di Battista ha ottenuto tanti voti su Rousseau perché dica la sua, i governisti nel loro complesso ne hanno ottenuti di più, arrivando al 70 per cento dei consensi. "Questo significa - ragiona uno di loro - che in caso si votasse il capo politico, la stragrande maggioranza dei voti confluirebbe su uno di noi. Perderebbe comunque. Questa gara non gli conviene".
E quindi, Luigi Di Maio oggi non farà un discorso di guerra. Anzi, risponderà alla violenza dell'uscita di Davide Casaleggio, che disconosce tutto un percorso che lo ha tenuto ai margini, con parole apparentemente pacificatrici. Si proporrà come mediatore, come il garante di una fase di distensione, ma non mancherà di fare riferimento a quel che il Movimento ha ottenuto quando lui era alla guida e a quel che invece ha fatto da quando non lo è più. Parlerà della democrazia diretta, certo, ma anche dell'importanza di avere strutture sul territorio. "La regola del limite dei due mandati non si tocca", ripeterà, per non lasciare l'arma più pericolosa in mano a Di Battista.
A questo punto, toccherà all'ex deputato ed ex uomo di piazza M5S decidere: può seguire Davide Casaleggio nella sua splendida solitudine di defenestrato, o giocare seguendo le regole di tutti gli altri ed entrare con loro in un direttorio (più probabile a 5 che a 7) che lo renderebbe corresponsabile di ogni scelta, pur vedendolo in minoranza. Solo in questo, forse, la strategia del fronte opposto si divide. Per Lombardi, Taverna, Fico, che resti fuori a cannoneggiare o a tentare scissioni (cosa che ritengono improbabile) importa poco, una volta blindato il patto di legislatura col Pd. Di Maio la pensa diversamente.
Sebbene i rapporti personali abbiano raggiunto i minimi storici, e i tempi delle vacanze insieme in montagna siano lontani, l'ex capo politico è ancora convinto che avere Di Battista che fa la "coscienza critica" da fuori non sia affatto una buona idea. Soprattutto se continuerà contemporaneamente a difendere Giuseppe Conte e la sua premiership come ha fatto negli ultimi mesi. Lo vorrebbe dentro, indebolito ma dentro, e anche per questo ogni decisione su un suo eventuale ingresso nel direttorio la prenderà solo dopo aver capito quali saranno le mosse dell'avversario. Stasera quindi, dopo che entrambi avranno preso la parola.
È così che l'ala Di Battista vede il fronte guidato da Di Maio con dentro Bonafede, Fraccaro, Crimi, Taverna, Lombardi, Spadafora, perfino Roberto Fico e Stefano Patuanelli. Un'unione di scopo fatta per andare avanti con il governo e con la legislatura, ma destinata a infrangersi presto.
E però ai tavoli ieri i supporter dell'ex deputato hanno tentato in ogni modo di ribaltare le decisioni già prese dalle assemblee territoriali sull'organo collegiale e di ottenere che - per non dover cambiare lo Statuto - si voti un unico capo politico. Hanno dalla loro la forza dei numeri. Sono convinti, e Casaleggio nel suo messaggio piccato lo ha fatto capire, che Di Battista sia stato di gran lunga il candidato più votato per partecipare alla discussione pubblica che oggi chiuderà gli Stati generali.
A tentare di fermarli, interviene perfino il presidente della Camera Roberto Fico che dice: "Gli Stati generali sono il momento, definito da regole condivise e accettate da tutti, per volare alto, per confrontarsi con consapevolezza e responsabilità, e non per fare prove muscolari".
Come quelle che vorrebbero la senatrice Barbara Lezzi, la deputata Giulia Grillo, la consigliera regionale Antonella Laricchia, i seguaci di Di Battista rimasti isolati e divenuti minoritari. Ma non ci sono solo i messaggi ufficiali a cercare di fermarli, ci sono anche gli avvertimenti. Perché quel che filtrava ieri dai vertici del Movimento è che se pure Di Battista ha ottenuto tanti voti su Rousseau perché dica la sua, i governisti nel loro complesso ne hanno ottenuti di più, arrivando al 70 per cento dei consensi. "Questo significa - ragiona uno di loro - che in caso si votasse il capo politico, la stragrande maggioranza dei voti confluirebbe su uno di noi. Perderebbe comunque. Questa gara non gli conviene".
E quindi, Luigi Di Maio oggi non farà un discorso di guerra. Anzi, risponderà alla violenza dell'uscita di Davide Casaleggio, che disconosce tutto un percorso che lo ha tenuto ai margini, con parole apparentemente pacificatrici. Si proporrà come mediatore, come il garante di una fase di distensione, ma non mancherà di fare riferimento a quel che il Movimento ha ottenuto quando lui era alla guida e a quel che invece ha fatto da quando non lo è più. Parlerà della democrazia diretta, certo, ma anche dell'importanza di avere strutture sul territorio. "La regola del limite dei due mandati non si tocca", ripeterà, per non lasciare l'arma più pericolosa in mano a Di Battista.
A questo punto, toccherà all'ex deputato ed ex uomo di piazza M5S decidere: può seguire Davide Casaleggio nella sua splendida solitudine di defenestrato, o giocare seguendo le regole di tutti gli altri ed entrare con loro in un direttorio (più probabile a 5 che a 7) che lo renderebbe corresponsabile di ogni scelta, pur vedendolo in minoranza. Solo in questo, forse, la strategia del fronte opposto si divide. Per Lombardi, Taverna, Fico, che resti fuori a cannoneggiare o a tentare scissioni (cosa che ritengono improbabile) importa poco, una volta blindato il patto di legislatura col Pd. Di Maio la pensa diversamente.
Sebbene i rapporti personali abbiano raggiunto i minimi storici, e i tempi delle vacanze insieme in montagna siano lontani, l'ex capo politico è ancora convinto che avere Di Battista che fa la "coscienza critica" da fuori non sia affatto una buona idea. Soprattutto se continuerà contemporaneamente a difendere Giuseppe Conte e la sua premiership come ha fatto negli ultimi mesi. Lo vorrebbe dentro, indebolito ma dentro, e anche per questo ogni decisione su un suo eventuale ingresso nel direttorio la prenderà solo dopo aver capito quali saranno le mosse dell'avversario. Stasera quindi, dopo che entrambi avranno preso la parola.