"L'esperienza di governo deve fare maturare anche i 5Stelle". Maurizio Martina, ex segretario del Pd, valuta la due giorni della convention grillina. "Come ne sono usciti? Spero più europeisti e più forti di come sono entrati. Penso siano consapevoli che non è il momento delle risse tra leader".
Martina, sono più governisti i 5Stelle dopo la discussione nei loro Stati generali?
"Una premessa. Ho rispetto per il dibattito tra i 5Stelle, ne vedo tutta la fatica e la potenzialità. Spero che da questo confronto sia emersa la consapevolezza che l'esperienza al governo del Paese in questa fase storica straordinaria, non è una variabile indipendente dall'identità del Movimento".
Cosa significa? Che ne ha cambiato definitivamente il Dna politico?
"Non può essere vissuta come una parentesi, che non determini anche una maturazione, un salto di qualità nell'identità stessa del Movimento. Da questa stagione di governo giallo-rosso in una fase tanto drammatica ed eccezionale deve essere chiaro che dobbiamo migliorare tutti per rispetto verso il Paese".
Di Maio ha vinto a metà? E Di Battista è marginale?
"In generale credo sia prevalso nel dibattito del Movimento la consapevolezza che l'esperienza di governo deve seminare qualcosa in prospettiva. Chi nei 5Stelle cerca di disarticolare questa posizione, non è prevalente".
Il Pd ha sempre temuto una eventuale leadership di Di Battista?
"No, non si tratta di questo. Ma per arrivare alla concretizzazione di quel patto di lavoro per la legislatura, occorrono contenuti chiari e definiti".
C'è stata comunque una tregua tra i leader e le correnti del Movimento?
"Credo non convenisse a nessuno alimentare un dibattito politicista. A tutta la maggioranza, anche a noi Dem, spetta tradurre in una agenda di impegni concreti il lavoro che stiamo facendo. Oltretutto dobbiamo avere la consapevolezza del carico che, come forze politiche di governo, abbiamo sulle spalle. Deve valere il principio dell'unità di azione e il massimo sforzo di responsabilità. Nessuno può permettersi il lusso di discussioni che dividano ulteriormente il campo e creino ulteriore confusione".
I 5Stelle ne sono usciti più europeisti dagli Stati Generali?
"Penso di sì. Ciascuno con le proprie sfumature, certo. Se c'è una eredità dell'esperinza politica dell'ultimo anno per i grillini, è il cambio di atteggiamento verso l'Europa".
Prevede possano approdare in Europa nelle file dei Socialisti e democratici?
"Mah, non penso sia questo il tema. Però ho sempre immaginato che potessero fare il percorso di Podemos in Spagna, che ha scelto di investire su un percorso serio con il mondo progressista".
Come vede il patto politico con i 5Stelle, ora: più facile?
"Già dopo le amministrative di settembre la questione di una alleanza tra di noi ha fatto passi avanti. Il segretario Zingaretti ha fatto bene a ricordare che si governa insieme il Paese, bisogna provare a costruire una visione comune sui territori. Bisogna però aggiungere che è proprio dai territori stessi che devono partire questi ragionamenti, realtà per realtà. E qui noto alcune realtà dove la vicinanza Pd-5S è maggiore, altre in cui la distanza è più grande".
Roma è esempio di massima distanza?
"Non c'è dubbio. Inutile nascondersi dietro un dito. Su Roma non abbiamo lo stesso punto di vista".
Nessuna alleanza per un bis di Virginia Raggi al Campidoglio?
"Su Raggi la vedo difficile, la escludo".
Però la parola d'ordine degli Stati generali grillini è stata "alleanze sì, ma di programma".
"Se ci si riferisce al programma, per me va sempre bene, purché sia chiaro. Buono quindi come punto di partenza, ma da lì occorre costruire una condivisione di prospettiva".
I 5S devono tuttavia decidere una leadership chiara?
"Non mi metto io a dire cosa devono fare e cosa no. Ripeto: mi aspetto che escano più forti di come sono entrati da dibattito degli Stati generali".
Martina, sono più governisti i 5Stelle dopo la discussione nei loro Stati generali?
"Una premessa. Ho rispetto per il dibattito tra i 5Stelle, ne vedo tutta la fatica e la potenzialità. Spero che da questo confronto sia emersa la consapevolezza che l'esperienza al governo del Paese in questa fase storica straordinaria, non è una variabile indipendente dall'identità del Movimento".
Cosa significa? Che ne ha cambiato definitivamente il Dna politico?
"Non può essere vissuta come una parentesi, che non determini anche una maturazione, un salto di qualità nell'identità stessa del Movimento. Da questa stagione di governo giallo-rosso in una fase tanto drammatica ed eccezionale deve essere chiaro che dobbiamo migliorare tutti per rispetto verso il Paese".
Di Maio ha vinto a metà? E Di Battista è marginale?
"In generale credo sia prevalso nel dibattito del Movimento la consapevolezza che l'esperienza di governo deve seminare qualcosa in prospettiva. Chi nei 5Stelle cerca di disarticolare questa posizione, non è prevalente".
Il Pd ha sempre temuto una eventuale leadership di Di Battista?
"No, non si tratta di questo. Ma per arrivare alla concretizzazione di quel patto di lavoro per la legislatura, occorrono contenuti chiari e definiti".
C'è stata comunque una tregua tra i leader e le correnti del Movimento?
"Credo non convenisse a nessuno alimentare un dibattito politicista. A tutta la maggioranza, anche a noi Dem, spetta tradurre in una agenda di impegni concreti il lavoro che stiamo facendo. Oltretutto dobbiamo avere la consapevolezza del carico che, come forze politiche di governo, abbiamo sulle spalle. Deve valere il principio dell'unità di azione e il massimo sforzo di responsabilità. Nessuno può permettersi il lusso di discussioni che dividano ulteriormente il campo e creino ulteriore confusione".
I 5Stelle ne sono usciti più europeisti dagli Stati Generali?
"Penso di sì. Ciascuno con le proprie sfumature, certo. Se c'è una eredità dell'esperinza politica dell'ultimo anno per i grillini, è il cambio di atteggiamento verso l'Europa".
Prevede possano approdare in Europa nelle file dei Socialisti e democratici?
"Mah, non penso sia questo il tema. Però ho sempre immaginato che potessero fare il percorso di Podemos in Spagna, che ha scelto di investire su un percorso serio con il mondo progressista".
Come vede il patto politico con i 5Stelle, ora: più facile?
"Già dopo le amministrative di settembre la questione di una alleanza tra di noi ha fatto passi avanti. Il segretario Zingaretti ha fatto bene a ricordare che si governa insieme il Paese, bisogna provare a costruire una visione comune sui territori. Bisogna però aggiungere che è proprio dai territori stessi che devono partire questi ragionamenti, realtà per realtà. E qui noto alcune realtà dove la vicinanza Pd-5S è maggiore, altre in cui la distanza è più grande".
Roma è esempio di massima distanza?
"Non c'è dubbio. Inutile nascondersi dietro un dito. Su Roma non abbiamo lo stesso punto di vista".
Nessuna alleanza per un bis di Virginia Raggi al Campidoglio?
"Su Raggi la vedo difficile, la escludo".
Però la parola d'ordine degli Stati generali grillini è stata "alleanze sì, ma di programma".
"Se ci si riferisce al programma, per me va sempre bene, purché sia chiaro. Buono quindi come punto di partenza, ma da lì occorre costruire una condivisione di prospettiva".
I 5S devono tuttavia decidere una leadership chiara?
"Non mi metto io a dire cosa devono fare e cosa no. Ripeto: mi aspetto che escano più forti di come sono entrati da dibattito degli Stati generali".