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Hanno tutti ragione | Se mi cassi ti cancello, il caso Boldrini-Feltri

Laura Boldrini inginocchiata in Parlamento in omaggio alle manifestazioni Black lives matter 
Questo è il numero di venerdì 27 novembre 2020 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione clicca qui.
 
3 minuti di lettura
Laura Boldrini è rimasta inorridita, come per fortuna quasi tutti, dopo aver letto un articolo di Vittorio Feltri su Libero nel quale - riassumo rapidamente per il disgusto che provoca anche doverne fare una sintesi - l'ex direttore del giornale sostiene che la diciottenne stuprata da Genovese nel corso dei suoi party casalinghi è corresponsabile della violenza subita: se l'è andata a cercare, insomma, come direbbe il più stolto e laido degli avventori da bar. Boldrini ha ritenuto di esprimere il suo pensiero sul tema della violenza contro le donne nonché sulla indecente tesi di quell'articolo attraverso il blog a sua firma presso l'Huffington Post diretto da Mattia Feltri, figlio di Vittorio.
 
A questo punto nell'ordine succede che: Boldrini denuncia che Feltri Mattia ha impedito la pubblicazione del suo intervento perché conteneva un passaggio sul suddetto pezzo di Feltri Vittorio e grida alla censura; Feltri Mattia spiega che è vero, ha detto no, perché ha chiesto a Boldrini di togliere dal testo il riferimento al padre e, davanti alla indisponibilità dell'ex presidente della Camera, ha esercitato il suo diritto di direttore della testata a non pubblicare, spiegando che se viene meno questa sua facoltà non vede cos'altro gli resti da fare e che dunque è sbagliato parlare di censura; Boldrini pubblica altrove il suo intervento; si scatena un putiferio sui social e parte quel tipo di campagna che gli anglosassoni chiamano shitstorm, ovvero tempesta di merda su Feltri junior, e il caso diventa una nuova fiammata di cancel culture, nella sua accezione più pura, dato che molti dei fautori della linea Boldrini sostengono che Feltri Mattia non può più fare il direttore, e forse neanche il giornalista, se ritiene suo diritto non pubblicare gli strali su Feltri Vittorio.
 
La marea dei commenti ostili si basa su tale presunta certezza: Feltri Mattia è complice di Feltri Vittorio in nome di ragioni che gli accusatori immaginano inconfessabili eppure chiarissime e che ciascuno di loro declina a piacere: consorteria di potere (le élite si difendono a vicenda) ovvero di casta (giornalistica) ovvero di genere (maschio non morde maschio) ovvero di genetica (la mela non cade lontano dall'albero), ma anche tutto questo messo insieme. Lo sgangherato sillogismo è che se Feltri Mattia non ha consentito la pubblicazione del commento boldriniano è perché in fondo condivide le tesi del padre o comunque preferisce che sulla vicenda cali una omertosa rimozione.
 
Una lettura dei fatti, quest'ultima, putrida quasi (quasi) quanto l'articolo di Feltri Vittorio, che perlomeno a differenza dei detrattori di suo figlio non gode dell'autoconsiderazione di paladino dei diritti, della giustizia e del Bene maiuscolo. L'unico spunto di dibattito che potrebbe avere un senso, se cioè le prerogative di un direttore di un giornale on line possano spingersi fino a sindacare i contenuti dei blog personali (a mio giudizio: sì. Ma la materia è opinabile e sono ben argomentati anche pareri di segno opposto), è sommerso dalla rabbia e dalla bava. Femministe che gridano al patriarcato. Agit-prop che deplorano il familismo amorale del Paese. Si segnala per la fantasia dell'attacco uno scrittore, già finalista allo Strega, che dopo aver guidato pochi giorni fa l'assalto all'editore Alessandro Laterza, reo di aver chiesto su Twitter ai suoi follower se fossero in grado di segnalargli scrittrici in possesso di uno stile letterario degno delle ultime che, a parere di Laterza, ne erano detentrici, cioè Morante e Ginzburg ("Ignoranza! Sessismo!"), stavolta commenta così: "Il mondo ha una sola certezza: l'alleanza dei maschi".
 
Conscio che, da giornalista oltre che da maschio eterosessuale, corro il rischio di veder rubricato questo piccolo intervento alla voce "compagni di merende" penso si debbano dire alcune cose. La prima è che occorre una dose robusta di insensibilità e una appena appena più contenuta di ineleganza per ritenere ininfluente il fatto che Mattia sia figlio di Vittorio e dunque per pensare che debba risultargli indifferente ospitare sul giornale che dirige giudizi che Boldrini aveva (e ha avuto) chiaramente possibilità di esprimere in decine di altri modi. Esiste, nella vita e nella professione, la facoltà di valutare condotte (altrui) e diritti (propri) non con la lente del pregiudizio e della ideologia bensì con quella dell'opportunità. Si può legittimamente ritenere che Feltri Mattia avrebbe fatto bene a pubblicare comunque, anche dopo il diniego di Boldrini alla sua "cortese richiesta". Ma la sua decisione non significa in alcun modo che condivida o sminuisca le tesi del genitore, cosa che peraltro appare ovvia a chi lo conosce personalmente e, ancora più importante e decisivo, a chiunque abbia avuto modo di apprezzarne la sensibilità e gli orientamenti da anni espressi tramite il suo lavoro. Ragione per cui chi spaccia la renitenza di un figlio alla pubblicazione per sporca complicità con il padre non è solo scorretto, ma anche un po' stronzo.

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