Rimpasto di governo. Conte adesso tratta. Incontro con Renzi.
di Annalisa Cuzzocrea , di Annalisa CuzzocreaL'iniziativa del presidente del Consiglio, che vuole però dettare le sue condizioni. "No al ritorno dei vicepremier". I timori 5S: "Anticipiamo questa crisi o la subiremo"
ROMA - Per la seconda volta in un mese, Matteo Renzi varca la soglia di Palazzo Chigi dopo che per anni non ci aveva più messo piede. Ad attenderlo, giovedì mattina, c'era il presidente del Consiglio. Non si tratta di un vertice ufficiale, com'è successo il 5 novembre, ma di un incontro riservato, privatissimo. La parte principale della conversazione verte sulla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, su come impostare il rapporto con la nuova amministrazione statunitense, che il leader di Italia Viva conosce bene.
C'è di più, naturalmente. Il premier ha capito che non sono un bluff, le voci costruite e lasciate circolare dai principali partiti della maggioranza: la voglia di un rimpasto nell'esecutivo accomuna Pd, Movimento 5 Stelle, renziani. Certo, non subito, non prima dell'approvazione della manovra. Subito dopo però sì. E senza aspettare un giorno. "Questa cosa o la anticipiamo o la subiamo", &egrav…
C'è di più, naturalmente. Il premier ha capito che non sono un bluff, le voci costruite e lasciate circolare dai principali partiti della maggioranza: la voglia di un rimpasto nell'esecutivo accomuna Pd, Movimento 5 Stelle, renziani. Certo, non subito, non prima dell'approvazione della manovra. Subito dopo però sì. E senza aspettare un giorno. "Questa cosa o la anticipiamo o la subiamo", &egrav…
ROMA - Per la seconda volta in un mese, Matteo Renzi varca la soglia di Palazzo Chigi dopo che per anni non ci aveva più messo piede. Ad attenderlo, giovedì mattina, c'era il presidente del Consiglio. Non si tratta di un vertice ufficiale, com'è successo il 5 novembre, ma di un incontro riservato, privatissimo. La parte principale della conversazione verte sulla vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, su come impostare il rapporto con la nuova amministrazione statunitense, che il leader di Italia Viva conosce bene.
C'è di più, naturalmente. Il premier ha capito che non sono un bluff, le voci costruite e lasciate circolare dai principali partiti della maggioranza: la voglia di un rimpasto nell'esecutivo accomuna Pd, Movimento 5 Stelle, renziani. Certo, non subito, non prima dell'approvazione della manovra. Subito dopo però sì. E senza aspettare un giorno. "Questa cosa o la anticipiamo o la subiamo", è la frase che risuona più spesso ai vertici dei 5 stelle. E quindi, sono tutti della partita: il ministro degli Esteri Di Maio, il segretario dem Zingaretti, il leader di Italia Viva. Cosa può fare Conte, davanti a un fronte così compatto? Può solo cercare di capire fin dove sono pronti a spingersi gli "alleati per caso" che hanno dato vita al suo secondo governo. E soprattutto, quanto sia possibile arginarli.
Così, per ora, quello che trapela sono solo i paletti: il capo del governo di vicepremier non vuole neanche sentire parlare. L'era giallo-verde, con Luigi Di Maio e Matteo Salvini a prendersi tutta la scena e Conte in mezzo, un po' mediatore, un po' pungiball, è una cosa di cui l'avvocato del popolo non vuole neanche sentir parlare. A nessun costo, secondo chi lo conosce. Anche per questo ha fatto ridisegnare i collegi elettorali per rendere il voto praticabile anche con la legge attuale, nonostante il referendum. Serve un'arma anche a lui. È questa.
Ma non c'è aria di sfida nei suoi occhi, in giorni in cui appare piuttosto farsi avanti una sorta di rassegnazione: se rimpasto dev'essere, che sia una cosa chirurgica, "pulita", non il preludio di uno scontro o di operazioni per ridare un ruolo agli esclusi del primo giro. Al premier piace poco anche l'idea di un ingresso dei big, a cominciare da Nicola Zingaretti e lo stesso Renzi, anche se quest'ultimo lo ha rassicurato: "Prima parliamo di contenuti, poi vediamo insieme come migliorare la squadra".
Qui però i conti del presidente del Consiglio collidono con la realtà: per non aprire una crisi, bisognerebbe che i ministri entrati nel mirino si dimettessero. E quindi qualcuno dovrebbe dire alla titolare dei Trasporti Paola De Micheli e a quella del Lavoro Nunzia Catalfo, per fare due esempi di anelli considerati deboli, "fatevi da parte". I leader di 5 stelle e Pd hanno la forza e l'autorevolezza per farlo? Tanto più che un altro ministro considerato in bilico è il 5 stelle Stefano Patuanelli, perché il ministero dello Sviluppo sarebbe la posizione cui ambisce il vicesegretario pd Andrea Orlando, l'ingresso considerato più sicuro (che entri invece Nicola Zingaretti, lasciando la Regione Lazio, per quanto l'ipotesi venga fatta circolare, appare meno probabile visto il rischio che dovrebbe assumersi la prossima primavera con un voto congiunto di Campidoglio e Pisana).
"Non è pensabile fare un rimpasto del genere senza passare per una crisi", dicono - come in coro - ben tre ministri. Conte dovrebbe dimettersi, salire al Colle e a quel punto - per quanto possa essere blindato il nuovo patto degli alleati - tutto potrebbe succedere. Per fare una cosa del genere, le parti in causa dovrebbero potersi fidare l'una dell'altra. Non semplice. Una crisi aperta davanti al Parlamento - lo scenario cui lavorano i partiti - è per il premier un incubo da scacciare. Per questo, chiama tutti, parla con tutti. Ci sono stati contatti anche con Goffredo Bettini, dopo le sue parole sul rimpasto, considerate però alla stregua di un consiglio, non come un atto ostile. L'ostilità è altrove, pensa Conte. Ma c'è, e per questo deve pesare ogni mossa. Evitare ogni azzardo.
C'è di più, naturalmente. Il premier ha capito che non sono un bluff, le voci costruite e lasciate circolare dai principali partiti della maggioranza: la voglia di un rimpasto nell'esecutivo accomuna Pd, Movimento 5 Stelle, renziani. Certo, non subito, non prima dell'approvazione della manovra. Subito dopo però sì. E senza aspettare un giorno. "Questa cosa o la anticipiamo o la subiamo", è la frase che risuona più spesso ai vertici dei 5 stelle. E quindi, sono tutti della partita: il ministro degli Esteri Di Maio, il segretario dem Zingaretti, il leader di Italia Viva. Cosa può fare Conte, davanti a un fronte così compatto? Può solo cercare di capire fin dove sono pronti a spingersi gli "alleati per caso" che hanno dato vita al suo secondo governo. E soprattutto, quanto sia possibile arginarli.
Così, per ora, quello che trapela sono solo i paletti: il capo del governo di vicepremier non vuole neanche sentire parlare. L'era giallo-verde, con Luigi Di Maio e Matteo Salvini a prendersi tutta la scena e Conte in mezzo, un po' mediatore, un po' pungiball, è una cosa di cui l'avvocato del popolo non vuole neanche sentir parlare. A nessun costo, secondo chi lo conosce. Anche per questo ha fatto ridisegnare i collegi elettorali per rendere il voto praticabile anche con la legge attuale, nonostante il referendum. Serve un'arma anche a lui. È questa.
Ma non c'è aria di sfida nei suoi occhi, in giorni in cui appare piuttosto farsi avanti una sorta di rassegnazione: se rimpasto dev'essere, che sia una cosa chirurgica, "pulita", non il preludio di uno scontro o di operazioni per ridare un ruolo agli esclusi del primo giro. Al premier piace poco anche l'idea di un ingresso dei big, a cominciare da Nicola Zingaretti e lo stesso Renzi, anche se quest'ultimo lo ha rassicurato: "Prima parliamo di contenuti, poi vediamo insieme come migliorare la squadra".
Qui però i conti del presidente del Consiglio collidono con la realtà: per non aprire una crisi, bisognerebbe che i ministri entrati nel mirino si dimettessero. E quindi qualcuno dovrebbe dire alla titolare dei Trasporti Paola De Micheli e a quella del Lavoro Nunzia Catalfo, per fare due esempi di anelli considerati deboli, "fatevi da parte". I leader di 5 stelle e Pd hanno la forza e l'autorevolezza per farlo? Tanto più che un altro ministro considerato in bilico è il 5 stelle Stefano Patuanelli, perché il ministero dello Sviluppo sarebbe la posizione cui ambisce il vicesegretario pd Andrea Orlando, l'ingresso considerato più sicuro (che entri invece Nicola Zingaretti, lasciando la Regione Lazio, per quanto l'ipotesi venga fatta circolare, appare meno probabile visto il rischio che dovrebbe assumersi la prossima primavera con un voto congiunto di Campidoglio e Pisana).
"Non è pensabile fare un rimpasto del genere senza passare per una crisi", dicono - come in coro - ben tre ministri. Conte dovrebbe dimettersi, salire al Colle e a quel punto - per quanto possa essere blindato il nuovo patto degli alleati - tutto potrebbe succedere. Per fare una cosa del genere, le parti in causa dovrebbero potersi fidare l'una dell'altra. Non semplice. Una crisi aperta davanti al Parlamento - lo scenario cui lavorano i partiti - è per il premier un incubo da scacciare. Per questo, chiama tutti, parla con tutti. Ci sono stati contatti anche con Goffredo Bettini, dopo le sue parole sul rimpasto, considerate però alla stregua di un consiglio, non come un atto ostile. L'ostilità è altrove, pensa Conte. Ma c'è, e per questo deve pesare ogni mossa. Evitare ogni azzardo.