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Se il Mes diventa l'ennesimo teatrino della politica italiana

Il passo indietro di Forza Italia è solo l'ultimo atto. Le contorsioni di partiti e coalizioni sul sì o sul no al Meccanismo Salva Stati sono in larga parte una recitazione
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Il Mes, più che un Trattato dell'Unione europea, in Italia sta diventando una sceneggiatura per il teatrino della politica italiana. Le contorsioni di partiti e coalizioni sul sì o sul no al Meccanismo Salva Stati sono infatti in larga parte una recitazione. Così accade che Forza Italia ieri annuncia di non votare - come era invece successo per lo scostamento di Bilancio - a favore della riforma del Mes. Ma non dice esplicitamente che voterà contro. E l'astensione o la non partecipazione al voto degli oltre cinquanta senatori forzisti o parte di essi rappresenta già una rete di sicurezza per il governo. Anche se ci fosse una pattuglia consistente di grillini dissidenti.  

Ed è proprio su questa linea che si sta orientando Berlusconi. Uno stratagemma per non rompere ora con Salvini (sebbene consideri il leader leghista sostanzialmente esaurito: "Gli farò fare la fine di Fini") e nello stesso tempo per non far cadere l'esecutivo. Anche perché una crisi ora, al di là dei rimproveri autorevoli del Ppe, determinerebbe una conseguenza ben più grave agli occhi del Cavaliere: correre il rischio di perdere la barriera dell'Agcom nella battaglia con Vivendi per Mediaset. Mentre i parlamentari di Forza Italia si troverebbero improvvisamente dinanzi al baratro delle elezioni con un partito che a malapena sarebbe in grado di eleggere un terzo degli attuali senatori e deputati.

Ma anche per l'M5S si tratta di una commedia. Il solito gioco delle parti. In cui si imbraccia il MES per ricordare - e ricordarsi - di essere pentastellati. Solo, però, fino al voto in aula. Perché in quel momento saranno pochissimi i senatori grillini disposti a rischiare la crisi di governo su un capitolo tanto delicato e con la legge di Bilancio ancora da approvare. Rimettere insieme i cocci di quella rottura sarebbe troppo complicato. Il rischio delle urne anticipate alto. Altissima la probabilità che almeno il 70 per cento degli eletti del Movimento se ne tornino a casa e basta.

Il presidente del Consiglio potrebbe anche tentare di non mettere in votazione alcun documento. Ma sarebbe una procedura irrituale e al di fuori della regolarità. Prima dei consigli europei - in particolare quelli che prevedono delle decisioni rilevanti - il premier è tenuto a svolgere delle comunicazioni al Parlamento e non una informativa. Le prime comportano una approvazione, le seconde no. E comunque il problema si riproporrebbe nei primi mesi dell'anno prossimo quando il Trattato del Mes dovrà essere comunque ratificato in Parlamento. Qualcuno potrebbe dire: Conte guadagnerebbe tempo. Ma in primavera, con l'approssimarsi del semestre bianco, molti parlamentari sarebbero liberati dalla paura di perdere il seggio con il ritorno alle urne. E per il premier sarebbe più difficile trovare un altro escamotage.  
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