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Governo, se cade il premier c’è Di Maio? Il leader grillino al bivio

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Il suo nome è in pole in caso di cambio a Palazzo Chigi. E nelle chat con i ministri 5S non risparmia critiche a Conte. Renzi lo tenta, ma il titolare degli Esteri ha dubbi sul sostegno del suo stesso partito
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ROMA - Lo nominano a mezza bocca. E però lo nominano tutti, in queste ore, perché la legge ferrea della politica porta inevitabilmente a lui, a Luigi Di Maio. Che succede se cade Giuseppe Conte? Spunta il ministro degli Esteri, convitato di pietra di una crisi che nessuno vuole, ma che nessuno fino all'altro ieri ha mosso un dito per evitare. Spunta il ministro degli Esteri perché la prima opzione, se tutto dovesse frantumarsi, porta al partito di maggioranza relativa. E al leader grillino più esposto, se c'è ancora un leader in quel covo litigioso chiamato Movimento. Il più spregiudicato di tutti, Matteo Renzi, l'ha sussurrato a Nicola Zingaretti, poi a Dario Franceschini, quindi a Roberto Fico: "Se cade Conte - va dicendo - esistono tante opzioni e una maggioranza per un altro governo. C'è Di Maio, ad esempio...".

Nessuno conosce fino in fondo le reali intenzioni del leader di Italia Viva. Ma i principali pr…

ROMA - Lo nominano a mezza bocca. E però lo nominano tutti, in queste ore, perché la legge ferrea della politica porta inevitabilmente a lui, a Luigi Di Maio. Che succede se cade Giuseppe Conte? Spunta il ministro degli Esteri, convitato di pietra di una crisi che nessuno vuole, ma che nessuno fino all'altro ieri ha mosso un dito per evitare. Spunta il ministro degli Esteri perché la prima opzione, se tutto dovesse frantumarsi, porta al partito di maggioranza relativa. E al leader grillino più esposto, se c'è ancora un leader in quel covo litigioso chiamato Movimento. Il più spregiudicato di tutti, Matteo Renzi, l'ha sussurrato a Nicola Zingaretti, poi a Dario Franceschini, quindi a Roberto Fico: "Se cade Conte - va dicendo - esistono tante opzioni e una maggioranza per un altro governo. C'è Di Maio, ad esempio...".

Nessuno conosce fino in fondo le reali intenzioni del leader di Italia Viva. Ma i principali protagonisti temono che il 28 dicembre, giorno cerchiato in rosso nel calendario parlamentare per il voto sulla manovra, Renzi possa dichiarare "chiusa una stagione politica", chiedendo di aprirne una nuova. Se Conte non riesce a pilotare la maggioranza in questi quindici giorni verso un "ter", si rischiano dimissioni senza paracadute dell'attuale premier. E tutti, Zingaretti come Di Maio, Conte e Franceschini, Fico e Renzi conoscono la regola ferrea del gioco: una crisi al buio aprirà uno spazio. Quanto esiguo non si sa, magari brevissimo, comunque uno spazio per sondare le alternative. E al grillino si torna.

Renzi ha spiegato ai suoi interlocutori e pure a Conte che sono lontani i tempi rancorosi del "Giamburrasca" che gioca a spaccare e poi fa finta di niente, allontanandosi fischiettando. Andrà fino in fondo, stavolta. Vuole uno scalpo politico. Anche a Di Maio ha suggerito di pensarci bene, chiudi gli occhi e valuta se può interessarti. Glielo suggerisce da mesi, conoscendo i rapporti complessi tra il ministro e il premier.

Ma il diretto interessato è pieno di dubbi. Ha lasciato fare Renzi, in silenzio. Come Zingaretti, per giorni. Ma chi può dire se adesso qualcuno può rimettere il genio nella lampada? Se è possibile fermare l'esperimento e far accettare a Renzi un pareggio a porte inviolate? E quindi il ministro resta immobile, seguendo la regola aurea della politica: se non puoi dire, non dire. Al massimo dice in chat, quella dei ministri cinquestelle. Dove, pochi giorni fa, non si è risparmiato nelle critiche alla gestione di Conte del nodo dei movimenti tra comuni. Imputando al premier la regia della scelta, sostenendo che le critiche degli italiani stavano ricadendo su tutte le forze politiche. È seguita la retromarcia del capo dell'esecutivo e, poi, la richiesta di un ritocco del decreto messa nero su bianco dal grillino in un post.

Non dice, Di Maio. Ma a volte si specchia compiaciuto in questa immagine di convitato di pietra, che sa di rivincita verso chi non l'ha voluto neanche suo vice. Alcuni big che si confrontano con lui giurano che nutra però anche dubbi. Intanto perché la situazione sociale, sanitaria ed economica è talmente grave che non è facile immaginarsi serenamente a Palazzo Chigi, neanche a volersi fare guidare dall'ambizione. E poi perché sa bene che il Movimento potrebbe non reggere all'urto di un ribaltone interno. Un indizio è arrivato ieri, sul Fatto quotidiano: un'intervista di Alessandro Di Battista insolitamente contiana. Quasi avesse fiutato, il grillino più amato dalle telecamere, che l'"amico" Luigi - l'ex amico Luigi - torna troppo spesso nei discorsi di queste ore. E poi, parlamentari che parlano con il ministro degli Esteri dicono che non sarebbe comunque facile, neanche per il Colle, affidare l'Italia a un leader così giovane in un momento così delicato. Il Partito democratico, ovviamente, si avvita attorno a questi scenari. Il rapporto tra Zingaretti e Di Maio funziona, benissimo, da qualche mese. E tutti hanno notato il silenzio lungo, lunghissimo, del segretario dem di fronte alle bordate di Renzi su Palazzo Chigi. Un tacere che si è trasformato in dichiarazione di neutralità, poi solo dopo l'intervista a El Paìs in presa di posizione.

L'hanno notato a Palazzo Chigi, figurarsi ai piani alti del Nazareno. Dove certo, settori importanti reagiscono al nome di Di Maio giurando che si opporrebbero. E certo, Zingaretti difficilmente riuscirebbe a sostenere l'opzione di saltare un altro giro, dopo Conte. Ma tutti, alla fine, temono e credono che da lì si partirebbe, di fronte a una defenestrazione dell'avvocato. Il quale, ovviamente, si batterà fino all'ultimo per non far arrivare il turno del convitato di pietra.