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(ansa)

Verifica, il ritorno ai due vicepremier divide Conte e i partiti

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I renziani adesso sono più cauti sulla crisi di governo. Dopo la decisione su come gestire i fondi del Recovery fund si aprirà la trattativa decisiva sul rimpasto della compagine ministeriale
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ROMA - Non basterà una nuova bozza del Recovery plan a garantire il rilancio del Conte bis. Ai renziani non è sufficiente. Lo va ripetendo nei suoi colloqui il capo delegazione al governo Teresa Bellanova, lo lascia intendere Ettore Rosato, che pure alla vigilia del faccia a faccia di stamattina con l'inquilino di Palazzo Chigi sembrava aprire alla tregua: "Qualcosa è cambiato, positive le riunioni di Conte". Ma non si chiude qui, è il senso, con la redistribuzione della spesa programmata dei 209 miliardi di euro che nella formulazione originaria aveva scontentato tutti. Dem e 5stelle inclusi.

Adesso anche le due principali forze di maggioranza si sono convinte che serva altro per "scollinare" nel 2021. Per questo nelle ultime ore è ripartito il grande risiko delle poltrone. Di quelle che contano, almeno. Potrebbe passare da questa redistribuzione, oltre che da quella dei miliardi Ue, il cammino di un esecutivo a guida Conte.…
ROMA - Non basterà una nuova bozza del Recovery plan a garantire il rilancio del Conte bis. Ai renziani non è sufficiente. Lo va ripetendo nei suoi colloqui il capo delegazione al governo Teresa Bellanova, lo lascia intendere Ettore Rosato, che pure alla vigilia del faccia a faccia di stamattina con l'inquilino di Palazzo Chigi sembrava aprire alla tregua: "Qualcosa è cambiato, positive le riunioni di Conte". Ma non si chiude qui, è il senso, con la redistribuzione della spesa programmata dei 209 miliardi di euro che nella formulazione originaria aveva scontentato tutti. Dem e 5stelle inclusi.

Adesso anche le due principali forze di maggioranza si sono convinte che serva altro per "scollinare" nel 2021. Per questo nelle ultime ore è ripartito il grande risiko delle poltrone. Di quelle che contano, almeno. Potrebbe passare da questa redistribuzione, oltre che da quella dei miliardi Ue, il cammino di un esecutivo a guida Conte. Magari da ribattezzare con un bel "ter". A patto di lasciare invariato - e sarà questo un altro ostacolo da superare - il limite massimo di 65 componenti della squadra tra ministri, vice e sottosegretari, fissato dal decreto legge 195 del 2009.

Ad ogni modo, anche a costo di togliere i galloni a qualcuno, si torna a parlare con insistenza dei due posti da vicepremier da affiancare all'avvocato di Chigi. Qualcuno storce il naso, considerandolo un vecchio arnese del Conte Uno a trazione leghista. Altri al governo non escludono che sia il modo migliore per continuare questa esperienza con una gestione, come dire, un po' più collegiale. Meno "un uomo solo al comando". Si riaprirebbero allora le porte per un ritorno di Luigi Di Maio, tanto per cominciare. Al suo fianco, il principale sponsor di questo esecutivo, Dario Franceschini, oppure Andrea Orlando, il vero uomo forte che il Pd di Zingaretti vorrebbe inserire in squadra.

Ma solo a patto che per Franceschini si aprano altre importanti opportunità, come la presidenza della Camera se il grillino Roberto Fico decidesse davvero di candidarsi a sindaco di Napoli. La terza carica dello Stato ci sta seriamente pensando, anche se l'ipotesi di uno slittamento dell'intera tornata delle amministrative in autunno non gioca a suo favore. Franceschini ovviamente prende le distanze non solo dal rimpasto, ma anche dall'ipotesi di una crisi volante e di un rimpasto pesante.

Non così il segretario dem Zingaretti. Come raccontava in questi giorni a parlamentari a lui vicini, se Giuseppe Conte avesse detto di voler rafforzare il governo con l'ingresso di Renzi e di un dem di spessore, magari dello stesso leader, la verifica si sarebbe chiusa ancor prima di cominciare. Ma non è andata così. E adesso il cammino dopo l'approvazione del bilancio, che Italia Viva comunque garantisce, si fa più complicato. Renzi, appunto, deve decidere che fare. L'ex premier ripete di non essere interessato a fare il ministro di un governo Conte.

Più probabile sia disposto a farlo in una squadra di larghe intese e in una casella di prestigio. Certo è che il suo nome è sulla giostra. Se Di Maio restasse agli Esteri ma da vice, il fondatore di Iv potrebbe prendere il posto di Luciana Lamorgese agli Interni. Accreditato per il Viminale però è anche Lorenzo Guerini: lascerebbe in quel caso la Difesa proprio a Renzi, in corsa e non da ora per la Segreteria generale della Nato. Corsa che potrebbe continuare anche dalla Farnesina, nel caso in cui agli Interni dovesse andare appunto Di Maio.

Poi c'è la partita forse più delicata. Non c'è una sola forza di maggioranza che più o meno sommessamente non chieda che il premier lasci la delega ai Servizi segreti. L'Autorità delegata che dovrebbe gestirla in futuro potrebbe essere guidata da un democratico. Marco Minniti, ex capo del Viminale, è un candidato naturale. A seguire, l'ex ministra della Difesa, Roberta Pinotti. Perché le caselle vadano al loro posto manca un ultimo, non irrilevante passaggio: che Conte accetti di passare il testimone e di essere affiancato da due vice. Condizioni irricevibili, per lui, finora. Non più da gennaio, forse, se la sua sopravvivenza politica dovesse essere a rischio.