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(ansa)

Nel braccio di ferro sui Servizi, Renzi sbarra la strada ai dem

L'ex premier: il Pd controlla già Finanza e Carabinieri, è troppo. Il pressing su Palazzo Chigi si scontra con la difficoltà di allargare la squadra di governo
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Matteo Renzi alza la posta talmente tanto, che il punto di caduta è ormai difficile da intravedere. Il leader di Italia Viva ha fatto sapere al resto della maggioranza che sulla sua richiesta sui servizi segreti, sulla necessità che il premier non eserciti da solo la delega, ma scelga una persona di sua fiducia per farlo, non ha alcuna intenzione di tornare indietro. È una delle condizioni poste per continuare a sostenere il governo ed è certo che su questo il presidente del Consiglio possa cedere. Di più, che lo abbia già fatto e che la gara sia tra l'esponente dem al Copasir Enrico Borghi, il deputato - sempre del Pd - Emanuele Fiano o l'ex ministra della Difesa Roberta Pinotti. Solo che, rivela l'ex premier nei colloqui privati, uno schema simile non sarebbe comunque accettabile: "Il Pd non può controllare la Guardia di Finanza con il ministero dell'Economia, l'esercito con quello della Difesa e avere al temp…
Matteo Renzi alza la posta talmente tanto, che il punto di caduta è ormai difficile da intravedere. Il leader di Italia Viva ha fatto sapere al resto della maggioranza che sulla sua richiesta sui servizi segreti, sulla necessità che il premier non eserciti da solo la delega, ma scelga una persona di sua fiducia per farlo, non ha alcuna intenzione di tornare indietro. È una delle condizioni poste per continuare a sostenere il governo ed è certo che su questo il presidente del Consiglio possa cedere. Di più, che lo abbia già fatto e che la gara sia tra l'esponente dem al Copasir Enrico Borghi, il deputato - sempre del Pd - Emanuele Fiano o l'ex ministra della Difesa Roberta Pinotti. Solo che, rivela l'ex premier nei colloqui privati, uno schema simile non sarebbe comunque accettabile: "Il Pd non può controllare la Guardia di Finanza con il ministero dell'Economia, l'esercito con quello della Difesa e avere al tempo stesso l'autorità sui Servizi. Devono scegliere" (e non a caso, mette nella rosa dei papabili il nome del coordinatore di Italia Viva Ettore Rosato).

Diventa così anche questa la pedina di un gioco più grande. Che punta a mischiare le carte il più possibile. Mette in mezzo un ministero cui Italia Viva aveva già ambito, prima ancora che ai Trasporti, la Difesa guidata da Lorenzo Guerini. Aggiunge un'ulteriore complicazione a un processo tutt'altro che semplice.

La via di Conte è infatti strettissima. La sua strategia, racconta uno dei principali ministri del governo, è ancora una volta quella dell'accantonamento. Se non può risolvere un problema, il premier lo mette da parte il più a lungo possibile. Cercando di raffreddarlo, aspettando che una via d'uscita si palesi come per magia. È già accaduto, ma non è facile che risucceda. Se anche Conte decidesse di fare quello che lo stesso Pd gli aveva chiesto all'inizio, e cioè lasciare una delega così delicata a una personalità terza, che pure risponderebbe sempre e soltanto a lui, avrebbe solo due strade: la prima è scegliere uno degli attuali ministri o sottosegretari e affidargli il ruolo che con Renzi ebbe Marco Minniti, con Monti Gianni De Gennaro, con Berlusconi Gianni Letta. Nessuno sembra essere tagliato per farlo (tranne Guerini, di cui il premier si fida, ma non si vede perché dovrebbe lasciare la guida di un ministero così cruciale per fare un passo indietro). Conte non può infatti fare nuovi innesti: il governo ha raggiunto il massimo di esponenti consentiti dalla legge, 65 membri. Per estenderlo, ci sarebbe bisogno di un decreto. Che potrebbe essere utile anche a placare altre ambizioni: a quel punto, si potrebbe prevedere un numero massimo che consenta anche un nuovo ministero senza portafoglio, o magari due vicepremier. Senza necessariamente passare da un nuovo voto di fiducia. Senza cioè quel che Conte - e molti dei suoi ministri - vogliono evitare: le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica e la ricerca di un nuovo assetto.

Questo sogna Renzi, che invoca almeno un Conte ter, ma vuole - di questo sono convinti i massimi dirigenti pd al governo - solo avere in mano tutte le carte per guidare il gioco. E a qual punto, altro che servizi. Potrebbe far pesare i suoi 50 seggi per chiedere qualsiasi cosa.
È per questo che i ministri Pd, il consigliere Goffredo Bettini e - ufficialmente - anche i leader del Movimento 5 stelle, continuano a dire che se si apre la crisi scivolare verso le urne sarà inevitabile. Un po' per fare paura, un po' per la reale convinzione che trovare un nuovo equilibrio sarebbe davvero molto complicato. Come sempre, è una gara a chi si assume il peso della scelta che cambia il quadro: se Conte decidesse di allargare la squadra, dovrebbe prendersi davanti all'opinione pubblica la responsabilità di aver voluto "aumentare le poltrone". Complicato, per un leader scelto dai 5 stelle. Se invece sarà Renzi ad alzarsi in piedi in Parlamento a dire che la maggioranza non c'è più, sarà colui che ha fatto cadere il governo durante la peggiore pandemia della storia recente, a campagna vaccinale iniziata e con la speranza del Recovery Fund appesa alla nostra capacità di gestirlo, ancora tutta da dimostrare.