ROMA - L'accusa dei 5 stelle al Pd, è di avere agito in modo "subdolo" sulla scuola. Rimangiandosi patti appena siglati in nome di un non meglio esplicitato "problema politico". L'accusa del Pd al Movimento, è invece quella di comportarsi - anche su questo - in base a presupposti ideologici. Senza capire che la situazione del contagio sta cambiando e invita, ancora, alla prudenza.
Ma il punto non è quanto fossero distanti le posizioni, lunedì notte, in Consiglio dei ministri. Né il fatto che all'ordine del giorno non ci fosse la scuola, ma che sulla scuola si sia litigato per ben tre ore finendo dopo mezzanotte con una decisione che riguarda la vita di milioni di persone già a partire da domani. Il punto sono i toni di quella discussione. Accesi, ultimativi, a tratti scomposti. Toni che raccontano meglio di ogni altra cosa lo stato, anche nervoso, dell'attuale maggioranza.
Il capo delegazione pd Dario Fran…
Ma il punto non è quanto fossero distanti le posizioni, lunedì notte, in Consiglio dei ministri. Né il fatto che all'ordine del giorno non ci fosse la scuola, ma che sulla scuola si sia litigato per ben tre ore finendo dopo mezzanotte con una decisione che riguarda la vita di milioni di persone già a partire da domani. Il punto sono i toni di quella discussione. Accesi, ultimativi, a tratti scomposti. Toni che raccontano meglio di ogni altra cosa lo stato, anche nervoso, dell'attuale maggioranza.
Il capo delegazione pd Dario Fran…
ROMA - L'accusa dei 5 stelle al Pd, è di avere agito in modo "subdolo" sulla scuola. Rimangiandosi patti appena siglati in nome di un non meglio esplicitato "problema politico". L'accusa del Pd al Movimento, è invece quella di comportarsi - anche su questo - in base a presupposti ideologici. Senza capire che la situazione del contagio sta cambiando e invita, ancora, alla prudenza.
Ma il punto non è quanto fossero distanti le posizioni, lunedì notte, in Consiglio dei ministri. Né il fatto che all'ordine del giorno non ci fosse la scuola, ma che sulla scuola si sia litigato per ben tre ore finendo dopo mezzanotte con una decisione che riguarda la vita di milioni di persone già a partire da domani. Il punto sono i toni di quella discussione. Accesi, ultimativi, a tratti scomposti. Toni che raccontano meglio di ogni altra cosa lo stato, anche nervoso, dell'attuale maggioranza.
Il capo delegazione pd Dario Franceschini è stato il primo a dire: "C'è un problema politico. Il presidente del Lazio Nicola Zingaretti non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15". Lucia Azzolina ribatte subito: "Ma ci state prendendo in giro? Le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Dovevamo farlo già a dicembre, avevate detto no ormai il 7 gennaio, abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?". "Io - riprende Franceschini - se resta la data del 7 domani dico ufficialmente che il Pd non è d'accordo". Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, le ministre di Italia Viva, in un primo momento si schierano in difesa di Azzolina. Che ripete: "Il contagio negli istituti è del 2%. Non c'è alcuna prova che il rischio sia maggiore che altrove". È a quel punto che il ministro della Cultura diventa sferzante: "Tu non sei la scuola. Tu sei la ministra 'pro tempore' della scuola, che è fatta di tante realtà. Quello che succede nel mondo dell'istruzione secondo l'ordinamento italiano non sei solo tu a deciderlo".
"Ma proprio perché appartiene a tutti, perché non la difendete? Perché bar e ristoranti possono aprire il 7 e le scuole no?", insiste Azzolina. Franceschini coglie la palla al balzo: "Chiudiamo anche loro". Interviene la ministra dell'Agricoltura Bellanova: "Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto".
Roberto Speranza fa una relazione sulla potenziale incidenza della variante inglese del Covid sugli studenti. Rapporto che i suoi colleghi definiscono "inquietante". Arriva la notizia delle chiusure degli istituti in Gran Bretagna, in Germania. Franceschini la usa per difendere la sua posizione. I 5 stelle chiedono: "Ma allora quando loro erano aperti e noi no perché non abbiamo preso esempio?". Ricomincia Speranza: "Se mi chiedete di escludere che le riaperture faranno salire la curva, non posso farlo. Il rischio c'è, ma possiamo decidere di gestirlo".
Francesco Boccia, che fino al giorno prima con le Regioni aveva difeso - insieme allo stesso Speranza - la possibilità di riaprire domani, invita a cercare una mediazione: "Se noi teniamo il punto sul 7 rischiamo che domani ogni Regione faccia la sua ordinanza. A questo punto meglio aspettare i dati settimanali di venerdì che stabiliranno le nuove zone rosse e arancioni, prima di intervenire". Per i 5 stelle si tratta di una scusa. Nel Lazio, dove il problema è stato posto, l'Rt potrà al massimo far entrare la Regione in zona arancione, quindi niente dovrebbe cambiare per gli studenti delle superiori. "Non potete attaccare Zingaretti che sta facendo più vaccini di tutti!", si infervora Boccia. "Se prevedete un nuovo picco tra tre settimane - chiede Luigi Di Maio - non è meglio mandare a scuola i ragazzi ora?". "E invece proprio per questo - sostengono nel Pd - che senso ha riaprire?". "Ma allora perché tutto questo lavoro preparatorio, se pensate sia inutile", continua il ministro degli Esteri. "C'è un nuovo Rt - è la risposta - le cose cambiano". "Per quanto mi riguarda - dice un esponente pd - se i ragazzi dovranno restare a casa ci resteranno, anche fino a marzo!". La riunione si chiude sulla mediazione dell'11 gennaio accolta anche da Conte, silente fino alla fine. Ma con ministri che si guardano in cagnesco. Tutti in bilico sul filo sottile della crisi.
Ma il punto non è quanto fossero distanti le posizioni, lunedì notte, in Consiglio dei ministri. Né il fatto che all'ordine del giorno non ci fosse la scuola, ma che sulla scuola si sia litigato per ben tre ore finendo dopo mezzanotte con una decisione che riguarda la vita di milioni di persone già a partire da domani. Il punto sono i toni di quella discussione. Accesi, ultimativi, a tratti scomposti. Toni che raccontano meglio di ogni altra cosa lo stato, anche nervoso, dell'attuale maggioranza.
Il capo delegazione pd Dario Franceschini è stato il primo a dire: "C'è un problema politico. Il presidente del Lazio Nicola Zingaretti non pensa sia possibile riaprire il 7. Secondo il nostro segretario le scuole superiori devono restare al 100% di didattica a distanza fino al 15". Lucia Azzolina ribatte subito: "Ma ci state prendendo in giro? Le scuole hanno organizzato turni scaglionati, abbiamo discusso con i dirigenti, mobilitato i prefetti, messo più soldi sul trasporto pubblico, dieci giorni fa abbiamo sottoscritto un accordo con tutte le Regioni che stabiliva che si può aprire solo al 50%, e non al 75 come avevamo chiesto. Dovevamo farlo già a dicembre, avevate detto no ormai il 7 gennaio, abbiamo accettato e adesso sorge un problema politico?". "Io - riprende Franceschini - se resta la data del 7 domani dico ufficialmente che il Pd non è d'accordo". Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, le ministre di Italia Viva, in un primo momento si schierano in difesa di Azzolina. Che ripete: "Il contagio negli istituti è del 2%. Non c'è alcuna prova che il rischio sia maggiore che altrove". È a quel punto che il ministro della Cultura diventa sferzante: "Tu non sei la scuola. Tu sei la ministra 'pro tempore' della scuola, che è fatta di tante realtà. Quello che succede nel mondo dell'istruzione secondo l'ordinamento italiano non sei solo tu a deciderlo".
"Ma proprio perché appartiene a tutti, perché non la difendete? Perché bar e ristoranti possono aprire il 7 e le scuole no?", insiste Azzolina. Franceschini coglie la palla al balzo: "Chiudiamo anche loro". Interviene la ministra dell'Agricoltura Bellanova: "Non scherziamo, sono categorie che hanno già sofferto molto".
Roberto Speranza fa una relazione sulla potenziale incidenza della variante inglese del Covid sugli studenti. Rapporto che i suoi colleghi definiscono "inquietante". Arriva la notizia delle chiusure degli istituti in Gran Bretagna, in Germania. Franceschini la usa per difendere la sua posizione. I 5 stelle chiedono: "Ma allora quando loro erano aperti e noi no perché non abbiamo preso esempio?". Ricomincia Speranza: "Se mi chiedete di escludere che le riaperture faranno salire la curva, non posso farlo. Il rischio c'è, ma possiamo decidere di gestirlo".
Francesco Boccia, che fino al giorno prima con le Regioni aveva difeso - insieme allo stesso Speranza - la possibilità di riaprire domani, invita a cercare una mediazione: "Se noi teniamo il punto sul 7 rischiamo che domani ogni Regione faccia la sua ordinanza. A questo punto meglio aspettare i dati settimanali di venerdì che stabiliranno le nuove zone rosse e arancioni, prima di intervenire". Per i 5 stelle si tratta di una scusa. Nel Lazio, dove il problema è stato posto, l'Rt potrà al massimo far entrare la Regione in zona arancione, quindi niente dovrebbe cambiare per gli studenti delle superiori. "Non potete attaccare Zingaretti che sta facendo più vaccini di tutti!", si infervora Boccia. "Se prevedete un nuovo picco tra tre settimane - chiede Luigi Di Maio - non è meglio mandare a scuola i ragazzi ora?". "E invece proprio per questo - sostengono nel Pd - che senso ha riaprire?". "Ma allora perché tutto questo lavoro preparatorio, se pensate sia inutile", continua il ministro degli Esteri. "C'è un nuovo Rt - è la risposta - le cose cambiano". "Per quanto mi riguarda - dice un esponente pd - se i ragazzi dovranno restare a casa ci resteranno, anche fino a marzo!". La riunione si chiude sulla mediazione dell'11 gennaio accolta anche da Conte, silente fino alla fine. Ma con ministri che si guardano in cagnesco. Tutti in bilico sul filo sottile della crisi.