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(ansa)

Governo Draghi, il potere del silenzio che batte i tweet e le barzellette

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Il potente vero non ha bisogno di parlare. Più grande è, più silenziosamente agisce. Di tutti gli arcani del comando, il silenzio, fratello del vuoto, dell'attesa e dell'immaginazione, è dunque il più temibile
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Il potere vero non ha bisogno di parlare. Più grande è, più silenziosamente agisce. Il silenzio è d'oro: lo sanno bene i monaci, i capi militari, ma anche e forse soprattutto chi è abituato a maneggiare l'esplosivo delle leve finanziarie, la dinamite dei mercati, il governo della moneta. Di tutti gli arcani del comando, il silenzio, fratello del vuoto, dell'attesa e dell'immaginazione, è dunque il più temibile; e infatti a certe orecchiette ormai poco avvezze è risultato, come si dice, assordante.

Quando ieri sera Mario Draghi ha finalmente letto la lista dei suoi ministri la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne dei partiti non sapeva nemmeno che voce avesse. Per la prima volta nella storia repubblicana nessuno - non un politico, non un giornalista, non un mandarino dell'amministrazione - era a conoscenza dei nomi, dei programmi, delle ragioni, delle combinazioni, degli equilibri e degli obiettiv…
Il potere vero non ha bisogno di parlare. Più grande è, più silenziosamente agisce. Il silenzio è d'oro: lo sanno bene i monaci, i capi militari, ma anche e forse soprattutto chi è abituato a maneggiare l'esplosivo delle leve finanziarie, la dinamite dei mercati, il governo della moneta. Di tutti gli arcani del comando, il silenzio, fratello del vuoto, dell'attesa e dell'immaginazione, è dunque il più temibile; e infatti a certe orecchiette ormai poco avvezze è risultato, come si dice, assordante.

Quando ieri sera Mario Draghi ha finalmente letto la lista dei suoi ministri la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne dei partiti non sapeva nemmeno che voce avesse. Per la prima volta nella storia repubblicana nessuno - non un politico, non un giornalista, non un mandarino dell'amministrazione - era a conoscenza dei nomi, dei programmi, delle ragioni, delle combinazioni, degli equilibri e degli obiettivi per cui il presidente incaricato aveva scelto questo o quello.

Nelle redazioni il toto-ministri era andato in tilt già dai primi giorni generando un carosello di dicerie più irreali del solito; nel frattempo una quiete ovattata, a tenuta stagna, ha segnato il doppio giro di consultazioni interrompendo l'abituale commercio dei calcoli e delle scommesse. Dentro la sala del mistero, al di là del tavolo, i leader e sotto-leader erano sbalorditi perché Draghi, molto semplicemente, ascoltava, "capito? - insistevano - ascoltava!". Solo l'ultimo giorno si è saputo che alcuni colloqui - ma non quali - si erano svolti in una foresteria del Comando Generale dei carabinieri. Il presidente del resto non ha un sito, non ha un profilo social, non ha un portavoce, un addetto stampa, un amico del cuore chiacchierone, niente.

Per un attimo il luogo solenne e la circostanza hanno ispirato qualche frammento di ricordo recente, disordinato. Il tweet di Renzi, che sciolta la riserva, restava ancora a colloquio con Napolitano: "#arrivoarrivo"; o la foga di Berlusconi che dietro la tribunetta contava con la mano come in uno sketch televisivo. Letta la lista e ripiegato il foglio, Draghi ha accennato un mezzo sorriso di saluto, "grazie, buonasera"; e allora, dinanzi a quell'uscita di scena così rapida, fredda, incolore, veniva da mettersi nei panni dei poveri politici di questo tempo: turbo-empatici, ciarlieri, lamentosi, performativi, a volte addirittura logorroici, altre volte rintronati dal loro stesso flusso espressivo. Senza più telefonate, analisi, scenari, battute, video, foto, like, curiosità, pettegolezzi; costretti a rileggersi (a farsi rileggere e sunteggiare) l'ultimo interminabile articolo sul Financial Times o la prolusione al meeting di Rimini, sai che delizia!

Poi sì, certo, adesso c'è un governo. Ma il sospetto è che sia questo silenzio implicito che l'ha preceduto la novità vera, il rovesciamento di un canone, di uno stile, di un andazzo che da trent'anni almeno - le picconate di Cossiga, le arringhe di Di Pietro, le barzellette di Berlusconi - ha sagomato non solo la classe politica, ma anche imprigionato la vita pubblica italiana.

Un rumore di fondo, un tramestio che in modo implacabile si arricchiva di cori e coretti, colonne sonore, effetti speciali, urla da talk, retorica social, gossip, storytelling, haters, fake-news, boati da stadio, rombo di frecce tricolori. Tutto fuorché la quiete del pensiero, il respiro senza l'affanno delle parole e dei suoni. Inutile adesso indovinare il futuro. Meglio sperare che il silenzio spalancatosi sulla grande crisi italiana per una volta non sia anch'esso vano, né ingiusto; magari perfino impegnarsi perché aiuti a recuperare sostanza, serietà, significato.