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Premier, Quirinale, partiti: chi comanda nella fabbrica dei ministri

Molto, se non tutto lascia pensare che oggi Draghi abbia non una, ma tutte e due le mani libere per scegliersi chi vuole
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La fabbrica dei ministri, almeno in teoria, è regolata dalla Costituzione, articolo 92, secondo comma: "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i Ministri". Sennonché il fatto che anche a questi ultimi spetti la maiuscola, beh, il potere è pur sempre potere e nella pratica la faccenda si fa più complicata.

Molto, se non tutto lascia pensare che oggi Draghi abbia non una, ma tutte e due le mani libere per scegliersi chi vuole. Grosso modo, l'autonomia decisionale del presidente incaricato deve vedersela sia con le pressioni dei partiti che con l'autorità, assai più discreta ma anche più insidiosa, del Capo dello Stato che pone veti e "suggerisce" nomi. In tempi lontanissimi (1953) Einaudi impose segretamente a Pella, che già nasceva piuttosto estraneo alla Dc, un pacchetto di quattro ministri "suoi" da piazzare alla Giustizia, al Commercio Estero, alla Riforma Burocratica (già allora!) e alle Poste.

E tuttavia fu un caso abbastanza isolato perché nella Prima Repubblica, o Repubblica dei partiti, alla carta costituzionale finiva per sovrapporsi il "Manuale Cencelli"(peraltro originato dalla necessità di stabilire quanti ministeri toccavano alla mini-corrente dei "pontieri" in un governo Leone).

Proprio quando quegli antichi equilibri stavano per venire giù, l'allora presidente della Repubblica Cossiga rivendicò il suo ruolo: "In caso di contrasto io rimango e il presidente del Consiglio va via". Ed è a questo punto che si apre una storia avventurosa che si tramanda per voci, bisbigli, attese al fulmicotone, frammenti di commedia (la lista cambiata in extremis, l'abito blu ministeriale resosi inutile) e mano sul cuore tipo melodramma. Ma che trova anche una sua compiuta sistemazione nella bibbia in due volumoni - I Presidenti della Repubblica - pubblicata per il Mulino nel 2019 a cura di Sabino Cassese, Giuseppe Galasso e Alberto Melloni.

E dunque, in estrema sintesi, Ciampi (1993) può scegliere parecchio di testa sua, ben attento alla fedina penale. Fu il governo "dei professori", anche se in realtà si trattava di persone che godevano della sua stima. L'anno dopo, sull'onda della svolta maggioritaria, Berlusconi, che ha scarsa cultura istituzionale e una spiccata concezione proprietaria, vuole il suo avvocato Previti alla Giustizia e Scalfaro glielo boccia. Dini (1995) pesca ministri nei gangli dello Stato, il più possibile lontani dalla tv. Prodi non ha un partito suo e deve accontentare i post-comunisti. Poi, in linea coi fenomeni di personalizzazione, tutto tende a rattrappirsi sulla figura del premier e sul rapporto - alleanza o braccio di ferro - che spesso ingaggia col Quirinale.

Rileggersi la composizione dei vari governi è un'esperienza apparentemente arida. In realtà s'intuiscono processi che vanno al di là di tutti quei nomi. Tornato a Palazzo Chigi (2001) Berlusconi si prende la rivincita, piazza un sacco di amici e colleghi tipo Lunardi, ma è costretto ad accettare agli Esteri l'ambasciatore Ruggiero. La seconda volta (2008) vuole fare colpo, esagera, ecco Carfagna, Brambilla, Gelmini alla Scuola, il devotissimo Bondi alla Cultura. Dal Colle si prova a fermare Brancher e Romani. Con Monti (2011) tornano gli estranei al giro stretta dei partiti, i "professori", Elsa Fornero.

Nel 2013 il presidente Napolitano influisce parecchio su forma e sostanza del governo Letta: Giovannini, Mauro, Moavero e Quagliariello sono tra i "saggi" selezionati poco prima dal Quirinale e si ritrovano in consiglio dei ministri. Anche Renzi (2014) lancia messaggi di novità, molte giovani donne, a Boschi l'improbo compito di cambiare la Costituzione. Gentiloni (2016) è una fotocopia. Conte 1 e Conte 2 è tutto e il contrario di tutto.

 

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