Pd, Zingaretti corregge la linea: "Serve una rigenerazione". Lite Orlando-ex renziani
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleIl leader: "Sulle donne non siamo all'anno zero". Ma c'è chi pone il tema del vice
ROMA - Era stata convocata per parlare delle donne Pd mortificate dalla nomina di tre ministri maschi su tre. Si è trasformata in una Direzione che, per volontà del segretario e nella quasi totale assenza di uomini (forse convinti si dovesse dibattere solo di quote rosa), ha ridefinito il ruolo e il profilo del partito nella nuova stagione aperta da Draghi. "Quel che serve al Paese", scandisce infatti Zingaretti sul finire della relazione, "è una forza riformista a vocazione maggioritaria che non vuol essere solo di testimonianza, ma che attorno a una propria visione costruisce le alleanze e i numeri per vincere". Di che tipo e soprattutto con chi non è specificato, e anche questo a suo modo è una novità: in quasi 50 minuti di intervento il M5S non viene citato mai, Conte idem.
Una formula, "vocazione maggioritaria", che era pressoché sparita dal lessico del leader dem, usata come sinonimo della sconfitta …
Una formula, "vocazione maggioritaria", che era pressoché sparita dal lessico del leader dem, usata come sinonimo della sconfitta …
ROMA - Era stata convocata per parlare delle donne Pd mortificate dalla nomina di tre ministri maschi su tre. Si è trasformata in una Direzione che, per volontà del segretario e nella quasi totale assenza di uomini (forse convinti si dovesse dibattere solo di quote rosa), ha ridefinito il ruolo e il profilo del partito nella nuova stagione aperta da Draghi. "Quel che serve al Paese", scandisce infatti Zingaretti sul finire della relazione, "è una forza riformista a vocazione maggioritaria che non vuol essere solo di testimonianza, ma che attorno a una propria visione costruisce le alleanze e i numeri per vincere". Di che tipo e soprattutto con chi non è specificato, e anche questo a suo modo è una novità: in quasi 50 minuti di intervento il M5S non viene citato mai, Conte idem.
Una formula, "vocazione maggioritaria", che era pressoché sparita dal lessico del leader dem, usata come sinonimo della sconfitta renziana alle politiche 2018. Presto diventata cavallo di battaglia degli avversari interni, contrari al patto coi grillini, e su questo decisi a ottenere un congresso anticipato. Che ieri Zingaretti ha assecondato, correggendo però la linea: "È tempo di una rigenerazione del Pd", esordisce ricordando l'assemblea nazionale in programma il 13 e 14 marzo "per aprire una discussione sul futuro dell'Italia e il ruolo del Pd". Dove però non si presenterà dimissionario.
Una risposta alle bordate giunte nelle ultime settimane dai sindaci di Bari, Bergamo e Firenze; dalla minoranza di Orfini; dai parlamentari di Base riformista. E tentare pure di placare il vespaio sollevato da Orlando, che in un'intervista al Quotidiano nazionale ha accusato gli ex renziani di puntare "a un logoramento del gruppo dirigente" e a "spaccare il fronte Pd-5S". Una "lettura complottista della realtà", subito stigmatizzata da Andrea Marcucci. "Non è accettabile che chi ha contribuito a fondare il Pd venga rinchiuso nella definizione di ridotta renziana", reagisce con "fastidio" la corrente Guerini-Lotti, evocando il congresso.
Antipasto della battaglia si preannuncia in assemblea. Già servito ieri in Direzione. Dove Zingaretti ha spiegato che nello scegliere i ministri Draghi ha badato all'equilibrio complessivo della squadra, non a quello delle singole delegazioni, perciò la rappresentanza femminile del Pd ne è uscita penalizzata. "Un errore" che però non può mettere in discussione il tanto lavoro fatto sulle donne: "Il Pd non è all'anno zero", protesta. E adesso non solo vigilerà perché la parità di genere, che "è uno dei pilastri del Recovery", non venga demolito, ma proporrà al governo un'agenda in 10 punti per "valorizzare il protagonismo femminile". Il gancio che gli serve per lanciare la riforma del partito.
Ma le dirigenti dem sono scettiche. "Mi dovete spiegare perché una vicesegretaria si è dovuta dimettere per via del doppio incarico e un vicesegretario non lo sta facendo", graffia Chiara Gribaudo. Chiede di tornare alla "vocazione espansiva del Pd" Marianna Madia: "Fino a ieri il nostro progetto era da algebra della politica: tante gambe a cui appaltiamo qualcosa, un pezzo ai 5S, un altro a Calenda. Ma questo ci porta fuori dalla ragione fondativa del Pd. Le alleanze si devono fare sulla forza e non sulle debolezze. E noi purtroppo siamo ancora fermi al 18%". Barbara Pollastrini, da sinistra, invoca invece un congresso vero: "Sarebbe un nuovo inizio". Per Titti Di Salvo "il Pd è incontro fra le migliori culture riformiste, resta da capire se è solo somma o fa sintesi". Paola De Micheli attacca i renziani: "Durante la crisi del Conte II, mentre Zingaretti e il capodelegazione difendevano un progetto politico, in troppi per motivi non sempre legittimi lavoravano a disfare la tela che di giorno veniva costruita. Nessun congresso, caro Nicola, potrà risolvere il problema di come si sta dentro questa comunità. La slealtà è uno stile politico che la tua segreteria ha ereditato, ma ora va chiarita". La resa dei conti è appena iniziata.
Una formula, "vocazione maggioritaria", che era pressoché sparita dal lessico del leader dem, usata come sinonimo della sconfitta renziana alle politiche 2018. Presto diventata cavallo di battaglia degli avversari interni, contrari al patto coi grillini, e su questo decisi a ottenere un congresso anticipato. Che ieri Zingaretti ha assecondato, correggendo però la linea: "È tempo di una rigenerazione del Pd", esordisce ricordando l'assemblea nazionale in programma il 13 e 14 marzo "per aprire una discussione sul futuro dell'Italia e il ruolo del Pd". Dove però non si presenterà dimissionario.
Una risposta alle bordate giunte nelle ultime settimane dai sindaci di Bari, Bergamo e Firenze; dalla minoranza di Orfini; dai parlamentari di Base riformista. E tentare pure di placare il vespaio sollevato da Orlando, che in un'intervista al Quotidiano nazionale ha accusato gli ex renziani di puntare "a un logoramento del gruppo dirigente" e a "spaccare il fronte Pd-5S". Una "lettura complottista della realtà", subito stigmatizzata da Andrea Marcucci. "Non è accettabile che chi ha contribuito a fondare il Pd venga rinchiuso nella definizione di ridotta renziana", reagisce con "fastidio" la corrente Guerini-Lotti, evocando il congresso.
Antipasto della battaglia si preannuncia in assemblea. Già servito ieri in Direzione. Dove Zingaretti ha spiegato che nello scegliere i ministri Draghi ha badato all'equilibrio complessivo della squadra, non a quello delle singole delegazioni, perciò la rappresentanza femminile del Pd ne è uscita penalizzata. "Un errore" che però non può mettere in discussione il tanto lavoro fatto sulle donne: "Il Pd non è all'anno zero", protesta. E adesso non solo vigilerà perché la parità di genere, che "è uno dei pilastri del Recovery", non venga demolito, ma proporrà al governo un'agenda in 10 punti per "valorizzare il protagonismo femminile". Il gancio che gli serve per lanciare la riforma del partito.
Ma le dirigenti dem sono scettiche. "Mi dovete spiegare perché una vicesegretaria si è dovuta dimettere per via del doppio incarico e un vicesegretario non lo sta facendo", graffia Chiara Gribaudo. Chiede di tornare alla "vocazione espansiva del Pd" Marianna Madia: "Fino a ieri il nostro progetto era da algebra della politica: tante gambe a cui appaltiamo qualcosa, un pezzo ai 5S, un altro a Calenda. Ma questo ci porta fuori dalla ragione fondativa del Pd. Le alleanze si devono fare sulla forza e non sulle debolezze. E noi purtroppo siamo ancora fermi al 18%". Barbara Pollastrini, da sinistra, invoca invece un congresso vero: "Sarebbe un nuovo inizio". Per Titti Di Salvo "il Pd è incontro fra le migliori culture riformiste, resta da capire se è solo somma o fa sintesi". Paola De Micheli attacca i renziani: "Durante la crisi del Conte II, mentre Zingaretti e il capodelegazione difendevano un progetto politico, in troppi per motivi non sempre legittimi lavoravano a disfare la tela che di giorno veniva costruita. Nessun congresso, caro Nicola, potrà risolvere il problema di come si sta dentro questa comunità. La slealtà è uno stile politico che la tua segreteria ha ereditato, ma ora va chiarita". La resa dei conti è appena iniziata.