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Peppe Provenzano lascia la sede del Pd a Via del Nazareno (ansa)

Giuseppe Provenzano: "Capisco Zingaretti. Malato un Pd che vive solo per il potere"

L'ex ministro dem: Spero ancora che il segretario ci ripensi. In ogni caso dobbiamo cambiare tutto e ora. L'identità va ricostruita su lavoro, sanità, fisco per uscire dalla ztl"
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ROMA - Peppe Provenzano è alla Svimez, nell'ufficio che occupava prima di diventare ministro per il Sud nel Conte due. Quando era nella segreteria del Pd e aveva rinunciato all'incarico da vicedirettore per dedicarsi liberamente alla politica. Al partito. La finestra è aperta. In fondo, si intravedono gli alberi altissimi di Villa Borghese. Parla per la prima volta da quando è caduto il governo giallo-rosso. Lo fa, dice senza enfasi, "perché è in gioco la stessa esistenza del Pd".

Nicola Zingaretti si è dimesso denunciando una lotta per le "poltrone" di cui si vergogna. Cosa pensa di un'accusa così forte?
"Capisco l'amarezza del segretario e gli esprimo solidarietà. Ma voglio dire che il Pd è molto meglio di com'è apparso in questi giorni. C'è una comunità democratica che merita un sussulto di dignità e responsabilità. Basta con l'ipoc…
ROMA - Peppe Provenzano è alla Svimez, nell'ufficio che occupava prima di diventare ministro per il Sud nel Conte due. Quando era nella segreteria del Pd e aveva rinunciato all'incarico da vicedirettore per dedicarsi liberamente alla politica. Al partito. La finestra è aperta. In fondo, si intravedono gli alberi altissimi di Villa Borghese. Parla per la prima volta da quando è caduto il governo giallo-rosso. Lo fa, dice senza enfasi, "perché è in gioco la stessa esistenza del Pd".

Nicola Zingaretti si è dimesso denunciando una lotta per le "poltrone" di cui si vergogna. Cosa pensa di un'accusa così forte?
"Capisco l'amarezza del segretario e gli esprimo solidarietà. Ma voglio dire che il Pd è molto meglio di com'è apparso in questi giorni. C'è una comunità democratica che merita un sussulto di dignità e responsabilità. Basta con l'ipocrisia degli appelli unanimi, ma tardivi, al ripensamento. La verità è che dopo questo gesto non si può far finta di nulla, tornare a come eravamo".

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Lei è stato tra i primi a chiedergli di restare. Perché?
"Perché solo due anni fa alle primarie oltre un milione e mezzo di persone hanno chiesto al Pd di cambiare radicalmente, con Zingaretti. Nel frattempo ci sono state le elezioni, due governi, la pandemia e la crisi. Non è stato possibile farlo. Sono stati commessi errori, anche, ma quel mandato ora è ancora più attuale".

Quindi che si fa?
"Serve un segretario, non un traghettatore. Non possiamo vivacchiare mentre tutto il mondo cambia in attesa di un congresso che non sappiamo quando arriverà. Io spero che l'Assemblea rinnovi il mandato a Nicola e che lui sia disponibile. Altrimenti servirà un uomo o una donna che rinnovi quell'impegno e lo porti avanti con coraggio, determinazione, libertà. Dobbiamo cambiare tutto e dobbiamo farlo ora".

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Come si fa a cambiare tutto?
"Certo non parlando solo di leadership. In 13 anni il Pd ha cambiato 7 segretari e, di questi, oggi solo 2 ne fanno parte. C'è qualcosa di malato in noi e ha a che fare con la mancanza di identità. Che è la ragione per cui un cittadino si riconosce in te e ti vota. Diciamoci la verità, oggi siamo percepiti come un partito di potere, anzi, siamo un partito di eletti. Certo, fatto di persone mediamente serie, affidabili, di esperienza, ma di fronte alla sofferenza di milioni di persone, alle ansie di futuro, alle sfide enormi dell'innovazione digitale, della transizione ecologica, questo rischia di essere un po' poco. Non si può stare al governo "whatever it takes"".

È stato un errore dire sì a Draghi?
"No, è stato giusto rispondere all'appello di Mattarella. Dobbiamo però chiarire che si tratta di una formula eccezionale per una fase eccezionale. Con la Lega rispondiamo a un appello comune alla responsabilità, ma restiamo avversari. Abbiamo parlato molto di quel che pensa Salvini dell'Europa, io mi preoccupo ancora di quel che pensa dell'Italia. Vedo molta voglia di una grande coalizione permanente, anche nel Pd. Ma sarebbe la morte del Pd. Oltre a far torto al mandato di Draghi".

Quindi che rapporto deve avere il Pd con questo governo?
"Dovremmo vivere questa fase con più libertà. Esserci in piena lealtà, ma facendo le nostre battaglie. Così si ricostruisce l'identità, non con i discorsi astratti sul riformismo".

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Quali sono le battaglie?
"Il lavoro, prima di tutto. Su cui con Orlando possiamo far avanzare le nostre proposte. Le scuole aperte, la sanità pubblica. Una riforma fiscale davvero progressica. E sull'Europa, a Draghi dobbiamo chiedere di impegnare tutta la sua credibilità per non tornare a quel patto di stabilità che era incompatibile con lo sviluppo. E per restare all'attualità, serve una grande battaglia sui brevetti per la produzione dei vaccini. Questa è la sfida che riguarda nei prossimi anni la vita di milioni di persone".

La guerra interna di cui parla Zingaretti era fatta per permettere di scalare il partito a Bonaccini? Con l'aiuto di sindaci come Gori ?
"Ho fatto il ministro della Coesione territoriale, ho collaborato con i sindaci. Ma per uscire dal "partito Ztl", forse dovremmo ascoltare soprattutto i territori in cui non siamo, le aree interne, le periferie. E a proposito di scalate, il problema non è chi guida il gruppo, ma dove andiamo e se pedaliamo nella stessa direzione".

In un partito democratico a scegliere la rotta è il segretario. La questione del chi è ineludibile.
"Affrontiamola.Tutte le scelte compiute sono state assunte all'unanimità dal Pd, ma è partita una discussione surreale sulla sua guida. Sono certo di una cosa: il Pd non può tornare a essere quello del 2018".

Crede ci sia un pezzo di partito che lavora per far tornare Renzi?
"Liberiamoci dal fantasma di Renzi anche perché Italia Viva, che è responsabile di aver riportato la Lega al governo, mi pare guardi a destra. Ma ho fatto un fioretto: non parlerò di Renzi finché non avrà chiarito i rapporti con l'Arabia Saudita. Fare come un leader, non come Marzullo".

Crede che l'intesa tra Pd e 5 stelle vada messa in discussione?
"Quella strategia ha abbattuto il muro di ostilità che circondava il Pd, lo isolava e lo rendeva perdente. E con la guida di Conte ha portato il M5S nell'alveo del centrosinistra, a patto ovviamente che l'ex premier smetta di rivendicare "il populismo sano del primo governo". Le alleanze sono necessarie, ma ora la priorità, anzi l'urgenza, siamo noi".

Cosa dovete fare?
"Credere in noi stessi: una sinistra aperta, ma anche orgogliosa. Che non deleghi niente a nessuno".

Di aprirvi parlate da oltre dieci anni, ma non accade mai. Perché?
"Abbiamo bisogno di una rivoluzione organizzativa. Oggi vince chi è in grado di mettere in rete comunità anche con sensibilità diverse. Penso a Biden che tiene insieme Sanders e Nancy Pelosi, Ocasio Cortez e Hillary Clinton. Il problema non sono le correnti, le aree diverse, ma il fatto che spesso siano prive di politica. Senza ideali e senza legami sociali".

Come si cambia?
"Riconoscendo che abbiamo un serio problema di classe dirigente. C'è un patrimonio di intelligenze, spesso giovani, nel mondo della cultura, del lavoro, del terzo settore, della nuova impresa, che un partito progressista dovrebbe coinvolgere. Cosa gli offriamo? Un giorno di gazebo e per il resto vita di corrente? In questi anni siamo rimasti sempre di meno. Faccio un appello. La casa è da ricostruire. Tornate a dare una mano".

Chi deve tornare?
"Certo non quelli che hanno distrutto la casa, ma dobbiamo superare quello che Freud avrebbe definito il "narcisismo delle piccole differenze". Non vedo una sola ragione per cui Roberto Speranza, Elly Schlein, Rossella Muroni, oggi non siano del PD. Ma penso anche a intellettuali come Carofiglio, a realtà del mondo cattolico come Sant'Egidio, a un uomo come Beppe Sala, oggi non iscritto. Soprattutto, ci sono uomini e donne che in ogni campo si organizzano, affermano concretamente un'idea di giustizia. La sfida è essere riconoscibili, netti sui principi, suscitare passioni".

Vocazione maggioritaria?
"Se vocazione maggioritaria è inseguire i moderati come in passato, dico auguri. Se invece è rispondere ai bisogni, ai desideri della maggioranza degli italiani, perché rinunciarci?  Perché lasciare gli operai alla Lega, le giovani partite Iva a Calenda, i bisognosi ai 5 stelle? Gli innovatori digitali e sociali a un vuoto di rappresentanza? La sinistra nasce per occuparsi dei molti, non dei pochi".