Nel Pd un coro: "Zingaretti ripensaci". Ma l’ex leader non torna indietro
di Giovanna Casadio , di Giovanna CasadioLe dimissioni formalizzate in una lettera alla presidente del partito. Ieri una segreteria presieduta dal vice Andrea Orlando in vista dell'assemblea del prossimo week end. Bonaccini: "Un errore, spero che resti". Il gelo di Marcucci e Orfini. Oggi le Sardine manifestano davanti al Nazareno
"La questione non è quella di un mio ripensamento: non è un tema di ripensamento che non c'è e non ci sarà". Sono le parole definitive con cui Nicola Zingaretti rende irrevocabili le sue dimissioni da segretario del Pd. Prima di rilanciarle su Facebook, è da una delle periferie romane, Torre Gaia - dove va per una inaugurazione in veste di presidente della Regione Lazio - che archivia gli appelli online, le raccolte di firme dei militanti come il pressing dei compagni di partito perché non lasci la guida del Pd. Ora i leader di tutte le correnti e lo stesso Stefano Bonaccini - che è stato indicato in questi mesi come il possibile sfidante per la leadership - corrono a chiedergli di ripensarci.
Fuori dal coro Matteo Orfini, a capo dei cosiddetti "giovani turchi", che ha sempre giudicato "un errore e un fallimento la linea di abbraccio con i 5Stelle" del segretario e attacca: "Un segretario che dice…
Fuori dal coro Matteo Orfini, a capo dei cosiddetti "giovani turchi", che ha sempre giudicato "un errore e un fallimento la linea di abbraccio con i 5Stelle" del segretario e attacca: "Un segretario che dice…
"La questione non è quella di un mio ripensamento: non è un tema di ripensamento che non c'è e non ci sarà". Sono le parole definitive con cui Nicola Zingaretti rende irrevocabili le sue dimissioni da segretario del Pd. Prima di rilanciarle su Facebook, è da una delle periferie romane, Torre Gaia - dove va per una inaugurazione in veste di presidente della Regione Lazio - che archivia gli appelli online, le raccolte di firme dei militanti come il pressing dei compagni di partito perché non lasci la guida del Pd. Ora i leader di tutte le correnti e lo stesso Stefano Bonaccini - che è stato indicato in questi mesi come il possibile sfidante per la leadership - corrono a chiedergli di ripensarci.
Fuori dal coro Matteo Orfini, a capo dei cosiddetti "giovani turchi", che ha sempre giudicato "un errore e un fallimento la linea di abbraccio con i 5Stelle" del segretario e attacca: "Un segretario che dice di vergognarsi del partito che ha guidato per due anni, vuol dire che fa autocritica".Passano meno di sei ore e Zingaretti invia alla presidente dem, Valentina Cuppi la lettera con cui formalizza quelle dimissioni. Nel mezzo si tiene una segreteria, presieduta dal vice Andrea Orlando per vedere cosa fare e come attutire il colpo.
Forse solo con le dimissioni di Walter Veltroni, il 17 febbraio del 2009, c'era stato un tale spaesamento nelle file democratiche. Anche se il trauma delle dimissioni anticipate del segretario è una costante nel Pd, dove 8 segretari si sono succeduti in 13 anni. Zingaretti spiega: "Penso debba essere il gruppo dirigente a fare un passo in avanti nella consapevolezza di avere un confronto più schietto, franco e plurale ma anche solidale sul ruolo del Pd, sui valori di riferimento, sulla nostra idea dell'Italia e dell'Europa. Se il problema ero io l'ho risolto".
Nella sua ultima giornata da segretario, l'ormai ex leader sente molti dirigenti del Pd e non va al Nazareno.Si chiude l'era Zingaretti e adesso la gestione del Pd è nelle mani della presidente Cuppi fino all'Assemblea dei mille delegati del 13 e 14 marzo.Si terrà lì l'elezione del nuovo segretario, che sarà a tempo: un traghettatore verso il congresso e le primarie, che ci saranno in autunno, forse a novembre.
L'opzione, che pure lo statuto dem prevede, di un segretario eletto in Assemblea fino al 2023, cioè alla fine del mandato di Zingaretti, non la vuole praticamente nessuno. Tuttavia sarà una settimana di grandi manovre. E nella (quasi) unanimità del pressing per dissuaderlo ci sono gli esponenti degli ex renziani di Base riformista, la corrente più critica, anche se Andrea Marcucci gelido dichiara: "Non è una mossa del cavallo perché le dimissioni sono irrevocabili". Dal fronte degli amministratori, che lo avevano contestato, Dario Nardella, il sindaco di Firenze, precisa: "Non abbiamo mai chiesto le dimissioni di Nicola". Ma dal suo collega di Bergamo, Giorgio Gori, per il momento si registra lo stesso gelo di Marcucci.
Bonaccini interviene a metà pomeriggio: "Con Nicola ci frequentiamo fin da ragazzi, ho votato per lui all'ultimo congresso... ogni scelta va rispettata, ma credo che dimettersi sia una scelta sbagliata. La stima rimarrà sia se deciderà di rimanere segretario, come spero, sia se confermerà le sue dimissioni".
Inviti tardivi. Roberta Pinotti, ex ministra della Difesa, indicata come uno dei possibili segretari traghettatori, afferma: "Le dimissioni di Zingaretti non sono una sceneggiata". Tuttavia la mobilitazione continua. Mattia Santori annuncia che oggi al Nazareno ci sarà un flash mob delle Sardine.
Fuori dal coro Matteo Orfini, a capo dei cosiddetti "giovani turchi", che ha sempre giudicato "un errore e un fallimento la linea di abbraccio con i 5Stelle" del segretario e attacca: "Un segretario che dice di vergognarsi del partito che ha guidato per due anni, vuol dire che fa autocritica".Passano meno di sei ore e Zingaretti invia alla presidente dem, Valentina Cuppi la lettera con cui formalizza quelle dimissioni. Nel mezzo si tiene una segreteria, presieduta dal vice Andrea Orlando per vedere cosa fare e come attutire il colpo.
Forse solo con le dimissioni di Walter Veltroni, il 17 febbraio del 2009, c'era stato un tale spaesamento nelle file democratiche. Anche se il trauma delle dimissioni anticipate del segretario è una costante nel Pd, dove 8 segretari si sono succeduti in 13 anni. Zingaretti spiega: "Penso debba essere il gruppo dirigente a fare un passo in avanti nella consapevolezza di avere un confronto più schietto, franco e plurale ma anche solidale sul ruolo del Pd, sui valori di riferimento, sulla nostra idea dell'Italia e dell'Europa. Se il problema ero io l'ho risolto".
Nella sua ultima giornata da segretario, l'ormai ex leader sente molti dirigenti del Pd e non va al Nazareno.Si chiude l'era Zingaretti e adesso la gestione del Pd è nelle mani della presidente Cuppi fino all'Assemblea dei mille delegati del 13 e 14 marzo.Si terrà lì l'elezione del nuovo segretario, che sarà a tempo: un traghettatore verso il congresso e le primarie, che ci saranno in autunno, forse a novembre.
L'opzione, che pure lo statuto dem prevede, di un segretario eletto in Assemblea fino al 2023, cioè alla fine del mandato di Zingaretti, non la vuole praticamente nessuno. Tuttavia sarà una settimana di grandi manovre. E nella (quasi) unanimità del pressing per dissuaderlo ci sono gli esponenti degli ex renziani di Base riformista, la corrente più critica, anche se Andrea Marcucci gelido dichiara: "Non è una mossa del cavallo perché le dimissioni sono irrevocabili". Dal fronte degli amministratori, che lo avevano contestato, Dario Nardella, il sindaco di Firenze, precisa: "Non abbiamo mai chiesto le dimissioni di Nicola". Ma dal suo collega di Bergamo, Giorgio Gori, per il momento si registra lo stesso gelo di Marcucci.
Bonaccini interviene a metà pomeriggio: "Con Nicola ci frequentiamo fin da ragazzi, ho votato per lui all'ultimo congresso... ogni scelta va rispettata, ma credo che dimettersi sia una scelta sbagliata. La stima rimarrà sia se deciderà di rimanere segretario, come spero, sia se confermerà le sue dimissioni".
Inviti tardivi. Roberta Pinotti, ex ministra della Difesa, indicata come uno dei possibili segretari traghettatori, afferma: "Le dimissioni di Zingaretti non sono una sceneggiata". Tuttavia la mobilitazione continua. Mattia Santori annuncia che oggi al Nazareno ci sarà un flash mob delle Sardine.