Lo "scandalo delle mascherine" è una valanga che sta crescendo e rischia di travolgere la Cdu in piena campagna elettorale. Intanto, sta già provocando un'emorragia di consensi nei sondaggi. Oltretutto, alla vigilia di due voti regionali che domenica prossima potrebbero decidere il candidato al dopo-Merkel dell'alleanza Cdu/Csu. Se le elezioni in Renania-Palatinato ma soprattutto in Baden-Wuerttenberg dovessero andare molto male per il partito di Angela Merkel, il leader, Armin Laschet, potrebbe essere costretto a cedere lo scettro della candidatura al governatore della Baviera e numero uno della Csu, Markus Soeder.
Soprattutto, è uno scandalo che fa riflettere, nei giorni in cui in Italia si dibatte furiosamente sull'opportunità dei contratti e dei viaggi del senatore e leader di Italia Viva, Matteo Renzi. In realtà Nicholas Löbel, uno dei due parlamentari finiti nella bufera, non ha commesso nulla di illegale. Ha incassato 225mila euro per aver favorito la vendita di mascherine cinesi a due aziende pubbliche. Tutto trasparente, tutto alla luce del sole, tutto dichiarato. Ma in Germania non conta: il codice dei membri del Bundestag, all'articolo 5, proibisce ai parlamentari di sfruttare la propria posizione per arricchirsi o agevolare i propri affari.
È una norma che impone un decoro limpido ai parlamentari. E Löbel l'ha anche citata nel comunicato in cui ha annunciato il suo passo indietro. L'esponente cristianodemocratico ha ricordato "l'obbligo morale" che discende sulla sua funzione e ha chiesto scusa "per non aver rispettato questo standard". Ma il fatto che voglia continuare ad occupare comunque il suo scranno fino ad agosto - a un mese dalle elezioni - ha fatto infuriare Laschet: il presidente della Cdu vuole che si dimetta subito. Anche perché Löbel è eletto a Mannheim, in Baden-Wuerttenberg, dove si vota, appunto, domenica.
Un caso simile è già esploso nei giorni scorsi intorno ai 660mila euro incassati, sempre da un'azienda cinese e sempre per favorire la vendita di mascherine in Germania, dal parlamentare Georg Nüßlein. In questo caso, un sospetto di corruzione però c'è, tanto che i suoi uffici e quelli della sua società di consulenza sono stati perquisiti dagli inquirenti della Procura di Monaco. Ma lui continua a dire di non aver commesso alcun illecito e insiste, come Löbel, per rimanere in parlamento fino ad agosto nonostante le dimissioni.
Entrambi, Löbel e Nüßlein, hanno dichiarato in ogni caso di essere usciti dalla Cdu e di non volersi più candidare. E il capogruppo, Ralph Brinkhaus, non ha escluso che possano esserci altri casi analoghi, nelle file dei cristianodemocratici. "Indagheremo", ha promesso, mentre l'opposizione chiede un'indagine parlamentare. E qualcuno, a microfoni spenti, comincia a evocare lo spettro dello scandalo dei fondi neri che affossò Helmut Kohl alla fine degli anni Novanta.