Pd, Letta, ultimi ostacoli nel partito. Un congresso per rifare tutto
di Giovanna Vitale, di Giovanna VitaleL’ex presidente del Consiglio si prepara a guidare il partito: “Ho i dem nel cuore”. Però chiede 48 ore prima di accettare. Gli ex renziani, divisi, nicchiano. Zingaretti e i suoi pronti a lanciarlo comunque. Via libera di Bonaccini
ROMA - Chiede soltanto una cosa, Enrico Letta. D'esser messo nelle condizioni di fare il meglio, per il Pd e il Paese. Di non ritrovarsi, dopo aver fatto una scelta di vita tanto radicale, alla guida di un partito in guerra, pronto a impallinarlo alla prima curva. Perciò "avrò bisogno di 48ore per riflettere bene. E poi decidere", ha twittato ieri alle 11 del mattino. Premettendo però di avere "il Pd nel cuore". Davvero colpito dalla "quantità di messaggi di incoraggiamento che sto ricevendo" e che "toccano le corde più profonde", senza tuttavia nascondere quanto "questa inattesa accelerazione" lo abbia colto "alla sprovvista". Parole ripetute ai tanti con cui si è confrontato: gli ex ministri Beppe Provenzano e Enzo Amendola, suoi amici da molto tempo, il padre nobile Romano Prodi, che lui sente regolarmente.
Due giorni necessari per capire quale schema prevarrà fr…
ROMA - Chiede soltanto una cosa, Enrico Letta. D'esser messo nelle condizioni di fare il meglio, per il Pd e il Paese. Di non ritrovarsi, dopo aver fatto una scelta di vita tanto radicale, alla guida di un partito in guerra, pronto a impallinarlo alla prima curva. Perciò "avrò bisogno di 48ore per riflettere bene. E poi decidere", ha twittato ieri alle 11 del mattino. Premettendo però di avere "il Pd nel cuore". Davvero colpito dalla "quantità di messaggi di incoraggiamento che sto ricevendo" e che "toccano le corde più profonde", senza tuttavia nascondere quanto "questa inattesa accelerazione" lo abbia colto "alla sprovvista". Parole ripetute ai tanti con cui si è confrontato: gli ex ministri Beppe Provenzano e Enzo Amendola, suoi amici da molto tempo, il padre nobile Romano Prodi, che lui sente regolarmente.
Due giorni necessari per capire quale schema prevarrà fra le varie correnti dem, alcune rimaste completamente spiazzate dal jolly calato a sorpresa dal trio Zingaretti-Franceschini-Orlando. Se un segretario-yogurt, eletto con una data di scadenza a breve, quella di un congresso con primarie da tenere subito dopo le amministrative, come vogliono gli ex renziani di Base riformista, incontrando però l'opposizione di Stefano Bonaccini: "Letta è una personalità autorevole e adeguata. Apriamo insieme una nuova fase costituente", ha esortato in serata il governatore emiliano. Oppure un leader con "pieni poteri", non un semplice traghettatore, che resti in carica sino alla fine del mandato, nel 2023, e fortemente legittimato da un voto ampio dell'assemblea nazionale in programma domenica.
È quest'ultimo lo scenario prospettato da Zingaretti martedì sera, nella lunga telefonata con cui il segretario uscente ha garantito a Letta il sostegno incondizionato della "sua" maggioranza. Che nel parlamentino dem conta 774 delegati su circa millecento, mentre gli ex renziani di Lorenzo Guerini e Luca Lotti sono appena 64 e quelli di Matteo Orfini soltanto 10. Un numero troppo esiguo per ostacolarne l'incoronazione. Certo, bisognerà vedere cosa faranno i 150 che, al netto di Base riformista, alle ultime Primarie sostennero Maurizio Martina e sembrano divisi: Graziano Delrio più incerto, tanto da spingere la candidatura alternativa di Debora Serracchiani; Matteo Mauri invece sparato nell'appoggio all'ex presidente del Consiglio. Mentre i 115 di Anna Ascani sul sì non hanno dubbi.
Anche a questo è servita la prima giornata di riflessione imposta da Letta: a tastare il terreno, verificare le posizioni in campo. Con la maggioranza pronta a blindare l'ex premier e le minoranze a mettere in atto azioni di disturbo, che al Nazareno non esitano a definire "di sabotaggio". Così vengono lette sia la richiesta di un leader a tempo, sia le perplessità sul voto da remoto che non offrirebbe "sufficienti garanzie di sicurezza".
Manovre che Zingaretti, Franceschini e Orlando intendono sventare a ogni costo. Con una mossa, decisa in un summit ristretto a tarda sera, per obbligare tutti a scoprire le carte: avanzare ufficialmente la candidatura di Letta per sapere chi ci sta e chi no. Senza altri tatticismi, né compromessi al ribasso. Scommettendo, anche, sulla spaccatura di Base riformista.
Il pezzo più vicino a Guerini, da Matteo Renzi ribattezzato "Arnaldo" come Forlani, vorrebbe trattare per evitare di restare tagliato fuori dai futuri assetti di vertice; l'ala più movimentista di Lotti, che con Letta non ha mai avuto buoni rapporti, spinge invece per la guerriglia. Proseguita ieri, per bocca di Andrea Romano e Andrea Marcucci, tornati a invocare "un congresso che coinvolga la gente". Incontrando il muro degli zingarettiani.
"Con Letta avremo subito un segretario autorevole, nel pieno delle sue funzioni, proposto dalla maggioranza", dice al mattino l'ex coordinatore Nicola Oddati. "Con lui il Pd può rigenerarsi e tornare a essere il punto di riferimento dei progressisti, superando le pastoie di correnti autoreferenziali", rincara Pietro Bussolati. Formulando il medesimo auspicio consegnato da Zingaretti ai suoi: "Mi auguro che la ricreazione sia finita, che il nuovo segretario venga sostenuto da tutti e non si tentino tristi operazioni mediatiche per logorarlo". Il governatore del Lazio su questo è fiducioso: "Con Enrico condividiamo la stessa linea politica, lui riuscirà a fare quel congresso tematico sull'identità del partito che a me non è stato consentito".