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(ansa)

Pd, Letta parla già da segretario: “Non accetterò nessun diktat”

L’ex presidente del Consiglio rientra a Roma e rompe gli indugi, ma chiede carta bianca e rifiuta ultimatum. Da Zingaretti la benedizione al successore: “È il più autorevole”. Verso il sì unanime dell’assemblea
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ROMA - "Deve essere chiaro che non accetterò imposizioni, né ultimatum da nessuno". È un Enrico Letta molto di lotta e poco di governo, lontano anni luce dal democristiano felpato e accomodante sin qui conosciuto, l'uomo che stamattina annuncerà di aver accettato la guida del Pd.

Parole che sembrano la perfetta sinossi del suo ultimo saggio, Ho imparato: quasi un'anticipazione del programma da neo-segretario dem. In continuità con quello precedente, precisa Nicola Zingaretti su Facebook, battezzando a nome della maggioranza interna la candidatura dell'ex presidente del Consiglio. "È la soluzione più forte e autorevole", rivendica la scelta il leader dimissionario.

"La migliore garanzia per un rilancio della nostra sfida di grande partito popolare, vicino alle persone e non alle polemiche. Promotore di un progetto per l'Italia e l'Europa e baricentro di qualsiasi alternativa alle destre"…
ROMA - "Deve essere chiaro che non accetterò imposizioni, né ultimatum da nessuno". È un Enrico Letta molto di lotta e poco di governo, lontano anni luce dal democristiano felpato e accomodante sin qui conosciuto, l'uomo che stamattina annuncerà di aver accettato la guida del Pd.

Parole che sembrano la perfetta sinossi del suo ultimo saggio, Ho imparato: quasi un'anticipazione del programma da neo-segretario dem. In continuità con quello precedente, precisa Nicola Zingaretti su Facebook, battezzando a nome della maggioranza interna la candidatura dell'ex presidente del Consiglio. "È la soluzione più forte e autorevole", rivendica la scelta il leader dimissionario.

"La migliore garanzia per un rilancio della nostra sfida di grande partito popolare, vicino alle persone e non alle polemiche. Promotore di un progetto per l'Italia e l'Europa e baricentro di qualsiasi alternativa alle destre", scrive Zingaretti nel lungo post che somiglia tanto a un messaggio ai naviganti. La linea politica non cambia. E lui, che oggi formalizzerà l'ingresso dei 5S nella giunta del Lazio, è pronto a difenderla: "Abbiamo riacceso la speranza e io ci sarò", ribadisce dopo aver riunito il gotha di Piazza Grande, la mozione con cui due anni fa vinse le Primarie, in procinto di farsi corrente organizzata.

Non che avesse mai davvero pensato di declinare, Letta. Fin dalla prima chiamata alle armi, ricevuta sabato scorso, il direttore della Scuola Affari internazionali di Sciences Po sapeva di avere pochi margini per dire no. Pena, la dissoluzione di un progetto che tredici anni fa lui stesso aveva contribuito a creare. "Bisogna salvare il Pd", lo avevano esortato Paolo Gentiloni e Dario Franceschini, i primi a chiedergli di mettersi alla testa di un esercito in rotta, uscito malridotto dalla caduta del Conte II, ferito a morte dalla guerra intestina fra generali.

Lui all'inizio aveva nicchiato, sperava che Zingaretti potesse ripensarci. Quando però gli hanno spiegato che non sarebbe accaduto, ha subito risposto "presente", ma solo a patto di avere carta bianca. Condizione che ha voluto verificare di persona, nel giro di consultazioni completato ieri sera, dopo essere tornato da Parigi e aver partecipato ai due webinar, uno dell'Arel, l'altro coi ragazzi del King's College, che aveva in calendario da tempo e ha confermato.
Il passaggio forse più delicato, il colloquio con Lorenzo Guerini, il capo di Base riformista, essenzialmente su tre questioni.

Premesso che con la sua leadership si apre una fase nuova, gli ex renziani vogliono capire se l'ex premier ha intenzione di inaugurare un percorso di maggior impegno sull'agenda Draghi; di maggiore autonomia politica rispetto all'alleanza coi 5S; di discussione seria sul profilo e l'identità del Pd. Lasciando al segretario in pectore la libertà di indicarne le forme: se cioè con un congresso vero oppure tematico. Letta ha preso appunti ma ha tenuto a ribadire ciò che da giorni va ripetendo a tutti: la stagione dei compromessi al ribasso è finita.

Significa anche che, quando ci saranno da stabilire gli organismi dirigenti, sarà lui a decidere. Senza troppe contrattazioni con le correnti. Che però hanno già messo gli occhi sulla vicesegreteria paritaria. Per la quale sarebbero in pista l'orlandiano Peppe Provenzano (o Nicola Oddati per Zingaretti) e Roberta Pinotti di Areadem. Tutti e tre espressione della maggioranza uscente. Con buona pace della minoranza.

Sempre che il neoinquilino del Nazareno non voglia ricostituire la sua area (ma i fedelissimi lo escludono) dispersa dopo la sua uscita dal Parlamento. Ne facevano parte gli ex ministri Paola De Micheli e Francesco Boccia, oltre ai deputati Enrico Borghi e Gianni Dal Moro. Mentre gli ex Marco Meloni e Alessia Mosca hanno continuato a lavorare al suo fianco anche negli anni dell'esilio. Ora ufficialmente concluso. Tanto che per sancire un ritorno in grande stile, nelle istituzioni oltre che al vertice dem, si sta pensando di candidare Letta a Siena, nel seggio lasciato vacante da Giancarlo Padoan.