✕
(ansa)

Pd, la nuova linea di Letta: meno liberal, più ecologista

Ascolta l'audio

Negli anni da professore passati a Parigi uno spostamento a sinistra: oggi insiste su giustizia sociale, riforme e sviluppo sostenibile. Nel suo network Stoltenberg e Pennac, il cardinale Zuppi e le Ong  
3 minuti di lettura
ROMA - Non torna come se questi sette anni fossero passati invano, Enrico Letta. Soprattutto, non torna per vendicarsi. Lo dirà all'assemblea del Pd. Lo ha già fatto capire, nelle conversazioni private. Niente è dimenticato: non il tradimento di Matteo Renzi e dei dem, non i voltafaccia subìti dopo quel passaggio, non la voglia di fuggire lontano, lasciare la politica attiva, il seggio in Parlamento, poter dire: ho un mestiere. Ma quel che ripete ora, l'ex premier e prossimo segretario dem, è quel che ha scritto nel titolo del suo ultimo libro: "Ho imparato".

Imparare significa cambiare. Guardare il mondo da un'ottica diversa, voler portare - ora - quella visione completamente nuova in dote al Pd. Nell'ultima intervista a Repubblica, ha detto: se i partiti si metteranno in panchina, al tempo del governo Draghi, se non ne approfitteranno per cambiare il sistema dal punto di vista istituzionale, la terza ondata del populismo …
ROMA - Non torna come se questi sette anni fossero passati invano, Enrico Letta. Soprattutto, non torna per vendicarsi. Lo dirà all'assemblea del Pd. Lo ha già fatto capire, nelle conversazioni private. Niente è dimenticato: non il tradimento di Matteo Renzi e dei dem, non i voltafaccia subìti dopo quel passaggio, non la voglia di fuggire lontano, lasciare la politica attiva, il seggio in Parlamento, poter dire: ho un mestiere. Ma quel che ripete ora, l'ex premier e prossimo segretario dem, è quel che ha scritto nel titolo del suo ultimo libro: "Ho imparato".

Imparare significa cambiare. Guardare il mondo da un'ottica diversa, voler portare - ora - quella visione completamente nuova in dote al Pd. Nell'ultima intervista a Repubblica, ha detto: se i partiti si metteranno in panchina, al tempo del governo Draghi, se non ne approfitteranno per cambiare il sistema dal punto di vista istituzionale, la terza ondata del populismo li travolgerà.

Le riforme saranno quindi alla base del suo programma per il Pd: una nuova legge elettorale, che non sia fatta per favorire il partito forte di turno, ma garantisca stabilità e rinnovamento. Una revisione dei regolamenti che eviti il trasformismo parlamentare, disincentivando i passaggi al gruppo misto, invece che il contrario.

Poi c'è la questione Recovery Fund. Sono due le ossessioni dell'ex premier: lo sviluppo sostenibile, ambiente e giustizia sociale insieme, su cui ha lavorato moltissimo nella sua esperienza internazionale attraverso i contatti con Undp, il dipartimento sviluppo delle Nazioni Unite. E il futuro, la formazione, l'istruzione: non è un caso sia andato a fare il professore. A Parigi, a San Diego, a Sidney.

E non è un caso se molti dei suoi allievi li abbia poi portati con sé: all'istituto Jacques Delors, alla fondazione Italia-Asean, alla Scuola di politiche di Cesenatico, fondata con l'aiuto dell'ex deputato Marco Meloni, di Grazia Iadarola e del giovane filosofo Alessandro Aresu, ora consigliere nel gabinetto di Mario Draghi, fino a poche settimane fa capo della segretaria tecnica di Peppe Provenzano al ministero del Sud.

Formazione, quindi. E futuro. Una delle proposte avanzata negli ultimi anni, è stato il voto ai sedicenni: non per bruciare i tempi, ma per costringere la politica - che non lo fa - a occuparsi di loro.

Dopo l'esperienza a Palazzo Chigi, Letta non ha ripreso il network di Vedrò, si è scrollato di dosso l'aria del semplice riformista liberal, e anche se i suoi rapporti con le imprese restano tutti - a Vedrò era legato l'attuale direttore generale della Rai Alberto Matassino - le sue riflessioni politiche sono andate al di là. Del patto di stabilità oggi dice: "Deve tornare in una nuova veste che metta allo stesso livello criteri finanziari e di sostenibilità, verde e sociale".

Chi lavora con lui dice che sì, semplificando, si può dire sia diventato "più di sinistra". E non per tattica, non per un posizionamento anti-renziano. Letta ha avallato la scelta dell'alleanza con il Movimento 5 stelle con l'idea di tornare a parlare a mondi cui il Pd non parlava più. Ha sostenuto forme innovative di democrazia diretta, come quelle sperimentate da Emmanuel Macron. È amico tanto del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg che dello scrittore parigino Daniel Pennac.

Ha fatto arrivare SciencesPo fino in Africa, con un ufficio a Nairobi, perché ritiene centrali i rapporti con quei Paesi come quelli con l'Est Europa, che non vuole abbandonare al sovranismo. Ha difeso senza cedimenti Mare Nostrum, la missione con cui l'Italia salvava vite nel Mediterraneo, rivendicando le politiche di accoglienza e accusando gli Stati di non volere gestire il fenomeno migratorio. Ha invitato il catalano Oscar Camps, fondatore di Open Arms, a fare lezione a Parigi. Come ha fatto con Giuliano Amato, Romano Prodi, Emma Bonino, la nuova presidente del Wto Ngozi Okonjo-Iweala, l'attuale capo della Cia Bill Burns.

Al suo fianco c'è sempre Monica Nardi, portavoce. Ci sarà Michele Bellini, ex allievo proprio a Parigi. La sua rete non dimentica i figli del mentore Beniamino Andreatta, Tinny e Filippo. E comprende tanto l'ambasciatore Giampiero Massolo, ora in Fincantieri, che il mondo cattolico: Letta è amico del cardinale Zuppi, ha legami con le Acli, con l'Azione cattolica, in cui si è formato. Ha storici rapporti con la Cisl, ma anche col segretario Cgil Landini. E siccome ama divertirsi più di quanto non si sospetti, e non ha - dicono i collaboratori - "la spocchia dell'intellettuale", ha giocato ancora ieri a dare la voce al "vaso degli Esteri" a Propaganda Live: "Chi me l'ha fatto fare? Eh, c'erano da raccogliere cocci", ha detto doppiando il soprammobile. E chissà che non torni di nuovo, a ingaggiare gare di subbuteo in cui tenterà d battere Diego Bianchi, alias Zoro. Rigorosamente, senza "schicchera".