Politica

Intervista
Fabrizio Rondolino con il segretario del Pci, Achille Occhetto, a Palermo nel 1990 

Fabrizio Rondolino: "L'album di famiglia del Pci nel mio cassetto"

Dalle tessere alle cartoline l'ex giornalista dell'Unità ha raccolto in un libro i cimeli di una vita a sinistra: "Il partito mi ha insegnato a fare i compromessi, non la rivoluzione. Bene Letta, dopo Zingaretti e Bettini ci voleva una raddrizzata"

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Per tutta una vita Fabrizio Rondolino, 60 anni trascorsi a sinistra, ha collezionato cartoline, giornali, spille, tessere dei comunisti italiani. "Durante il lockdown ho messo ordine in questo giacimento, pensavo di farne una pubblicazione da regalare agli amici". Invece il baule di ricordi è diventato un libro di quattrocentocinquanta pagine, Il nostro Pci. Un racconto per immagini, Rizzoli, uno scrigno iconografico che è un po' l'album di famiglia per generazioni di italiani.

Rondolino, la prima tessera è la sua.

"L'iscrizione alla Fgci. Anno 1977, avevo sedici anni".

Perché l'ha tenuta?

"Lo facevano tutti i compagni. La tessera come santino laico, io le ho tutte fino al 1990".

Qual era il valore simbolico della tessera?

"Intanto andava conquistata. Fino agli anni Cinquanta serviva la referenza di due iscritti per farsi accogliere nel Pci. Ti mettevano alla prova per sei mesi, e poi diventavi effettivo. Questo perché era pieno di fascisti che intendevano riciclarsi".

La prima tessera di Fabrizio Rondolino 

I materiali sono tutti suoi?

"Sì, salvo i manifesti che provengono dall'archivio dell'Istituto Gramsci dell'Emilia Romagna. Come sanno tutti i collezionisti, nessuna collezione finisce mai davvero. Io non ho solo le tessere del Pci, ma anche quelle del Psi, della Cgil, più i giornali storici e le cartoline dalla fondazione del 1921. Una follia".

Cos'è stato il Pci per lei?

"Una scuola di vita. Mi ha insegnato a fare i compromessi, le riforme, non la rivoluzione".

Perché si iscrisse?

"Negli anni Settanta eravamo convinti che la storia sarebbe andata verso il socialismo, una cosa un po' messianica, se vista con gli occhi di oggi. Eravamo il Pci di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer, ti sentivi invincibile anche quando perdevi".

Lei che tipo era?

"Un bel rompicoglioni, ma il partito mi ha insegnato a stare dentro le regole di un mondo, eri parte di una grande famiglia. Una storia sentimentale, servirebbe la penna di uno scrittore per descriverla".

Era un partito-mondo?

"Sì, autosufficiente. Quando arrivai a Roma nel 1982 mi segnalarono un dentista che era anche un compagno e che ti faceva pagare poco. A cena si andava in trattoria a San Lorenzo, dove un compagno oste aveva affisso al muro una gigantografia di Pajetta, e anche qui pagavi niente".

Napoli, 1980. Manifesto dei comunisti 

Pensava a tutto il partito?

"Pensi che quando mi sposai, nel 1997, con Simona Ercolani, il Pci non c'era più. Ma c'erano ancora i Ds e mi organizzarono il matrimonio in un agriturismo chiamato Coop Nuova Agricoltura. Una roba sovietica". (Ride)

Era un mondo chiuso?

"Sì e no. Negli anni Cinquanta il Pci aveva un suo doppio livello. Un livello politico, pubblico, ma anche uno militare, pronto a reagire se la Dc ci avesse messo fuorilegge".

Quale è il merito storico dei comunisti nella società italiana?

"Educare le masse e spiegare loro che la rivoluzione non sarebbe avvenuta".

La retorica sosteneva il contrario.

"Si teorizzava la rivoluzione, ma si praticava il riformismo di Turati, secondo cui ogni piccola conquista per gli ultimi era preferibile a nessun risultato".

Ed è la contraddizione di Togliatti?

"Ma è anche la sua grandezza. Era una generazione che era rimasta terrorizzata da  Mussolini e da Stalin. Erano partiti negli anni Venti che volevano fare la rivoluzione e si erano ritrovati dinanzi al fascismo e allo stalinismo. Togliatti temeva che potesse accadere ancora, e quindi fa la svolta di Salerno, sceglie la democrazia, perché fuori dalla democrazia c'è solo la tragedia".

La coccarda-ricordo stampata in occasione della Festa dell'Unità di Castellamare di Stabia del 1955 

Insomma, il Pci costituzionalizza le frange più radicali?

"E quel che fece anche la Dc coi fascisti. Li ha democristianizzati".

La famosa pedagogia repubblicana?

"Berlinguer nei suoi comizi spiegava e rispiegava le cose pedantemente, affinché qualsiasi militante avesse capito cosa era stato fatto, com'era stato fatto".

Lei scrive che i suoi comizi erano noiosi.

"Non era un trascinatore. Era anti retorico. Ma la piazza, stracolma, vibrava".

Come lo spiega?

"È come a un concerto, a un certo punto non segui più le canzoni perché ti metti a ballare. Lo stesso avveniva con i comizi di Berlinguer, eri dentro un'emozione collettiva".

Le parole avevano più peso di adesso?

"Umberto Terracini parlava come negli anni Trenta, con dodici subordinate. Ma erano grandissimi intellettuali. Tutti avevano una o più lauree. Alessandro Natta e Paolo Bufalini discutevano tra loro in latino. I fondatori davano del tu a Benedetto Croce in Parlamento".

Perché tutti ricordano Berlinguer?
"Perché ci ha fatto vincere, c'era lui alla guida nel boom degli anni Settanta. In quel 34 per cento che votava per noi c'era una larga fetta di non comunisti, e pure di anticomunisti, che avevano scelto il Pci semplicemente perché erano stufi della Dc".

La morte del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, l'11 giugno 1984 

Lei da che famiglia viene?

"Borghese. Ma di sinistra. Papà socialista, mamma del Psiup. Ricordo che quando ci fu la strage di Piazza Fontana io ero in quarta elementare e il mio maestro a Torino disse: "E' stata la teppa rossa!" Tornai a casa e lo riferii a mio padre. "No", rispose. "Sono stati i fascisti". 

Perché sceglie il Pci?

"Non era un partito estremista, non ho mai amato i gruppettari, ed era un partito grande, due cose che mi piacevano. Un partito dev'essere grande, sennò è un club. Per cambiare le cose bisogna essere in tanti".

Scrive che ha provato a spiegare cos'era quella comunità alle sue figlie, ma non di esservi riuscito.

"Però mia figlia ha poi regalato il libro ad alcuni amici ventenni, e loro hanno scoperto che molte immagini le avevano viste a casa del nonno o dello zio. Mi ha molto colpito. Abbiamo dimenticato che esistono anche i figli e i nipoti dei comunisti".

Il comunismo sovietico resta una grande tragedia.

"Una minchiata totale. Una teoria sbagliata e una pratica criminale, di cui il Pci è una contraddizione inspiegabile".

Che direttori ha avuto all'Unità?

"Quando arrivai io c'era Gerardo Chiaramonte. Subito dopo nominarono Massimo D'Alema, che mi valorizzò molto. Poi con Renzo Foa venni promosso resocontista del segretario, Achille Occhetto, e così avevo diritto a partecipare alle riunioni della direzione. Potevo mettere piede al secondo piano, dove avevano l'ufficio i dirigenti, Cominciai a pubblicare quel che vedevo senza le prudenze di un tempo. Ad ogni articolo scoppiava un putiferio".

Com'era seguire Occhetto?

"Il suo modello era L'Avanti di Ugo Intini che ogni giorno titolava "Craxi ha ragione!" Occhetto ti convocava, ti sventolava l'Unità sotto il naso e diceva perché noi non facciamo ogni giorno un titolo "Occhetto ha ragione"? Non sapevi mai se scherzava o se diceva sul serio".

Ritiene che la storia della superiorità morale dei comunisti sia un errore?

"Sì, assolutamente. Dopodiché Berlinguer parlava di diversità, non di superiorità, diversità rispetto agli altri partiti in Italia, ma anche rispetto agli altri partiti comunisti nel mondo".

Qual è stato l'errore più grande di Berlinguer?

"Non ha creduto all'alternativa di sinistra. Se Pci e Psi fossero andati d'accordo, e non avessero occupato il tempo a litigare, ci saremmo risparmiati Tangentopoli, Berlusconi e Grillo".

Ricorda la prima volta che ha messo piede a Botteghe Oscure?

"Avevo 24 anni e andai in pellegrinaggio davanti a Montecitorio. Per i comunisti le istituzioni e il Parlamento erano una cosa sacra".

E i leader giravano con pesanti mazzette sotto il braccio?

"C'era una sorta di amore verso la parola scritta, e la lettura del giornale, la mattina, come diceva Hegel, rappresentava la preghiera laica".

Le sezioni com'erano?

"Piene di libri. Perché leggere e studiare faceva parte della pedagogia. Bisognava conoscere la storia. Almeno dal Risorgimento in poi".

La copertina del libro di Rondolino 

Lei è poi finito con D'Alema a palazzo Chigi. Le è piaciuto il potere?

"Non tanto. Ho una passione per il potere come oggetto di studio, ma poi per praticarlo mi mancano le competenze. Infatti sono durato poco".

Come valuta l'esperienza di D'Alema al governo?

"Col senno di poi tutta sbagliata sin dall'inizio. Credo che anche D'Alema si sia pentito".

Come vede la politica di oggi?

"Devo fare la parte del nostalgico. Manca totalmente la dimensione comunitaria, fisica".

I social hanno definitivamente sostituito le sezioni?

"E' come il sesso virtuale su internet, si può fare, ma non sarà mai la stessa cosa".

La convince Letta?

"Dopo il duo Zingaretti-Bettini serviva una raddrizzata vigorosa. Enrico Letta è l'uomo giusto per storia e cultura politica, recupera le ragioni fondative del Pd: costruire una nuova cultura riformista, riproponendo la vocazione maggioritaria".

È ottimista?

"Mi aspetto cose buone. Ma poi, come al solito, andrà tutto a ramengo". (Ride).

 

 

 

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