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Pd, rinviato il voto sulle donne capigruppo. Al Senato i renziani resistono

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Letta oggi incontra i parlamentari, ma non ci sarà l’elezione dei nuovi vertici. A Palazzo Madama Marcucci punta a mantenere la carica e la sua corrente, Base riformista, si divide. Più propenso al passo indietro Delrio, ma vuole evitare conte interne. Nelle chat dei senatori diversi malumori, anche di esponenti femminili. Il segretario dem vede Draghi: l’obiettivo è rafforzare il rapporto con il governo
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Sfuma per mancanza di accordo il blitz che già oggi, secondo i piani di Enrico Letta, avrebbe dovuto portare alla sostituzione dei capigruppo di Camera e Senato. Il segretario del Pd incontrerà la truppa di Montecitorio al mattino e quella di palazzo Madama nel primo pomeriggio, ma per votare le due donne che prenderanno il posto di Graziano Delrio e Andrea Marcucci bisognerà aspettare ancora qualche giorno. Una settimana al massimo, non di più. Al Nazareno hanno fatto i conti: su 11 incarichi al vertice delle istituzioni (italiane ed europee, inclusi ministri e governatori) i maschi sono 11. Un en plein che non ha eguali, neanche nei Paesi sudamericani.

Per cambiare ci vuol tempo, però. Necessario a vincere sia le forti resistenze di Marcucci — intenzionato a non arrendersi, a ricandidarsi e a farsi rieleggere nel segreto dell’urna — sia le perplessità di Base riformista, la componente ex renziana che al Senato conta 22 ele…
Sfuma per mancanza di accordo il blitz che già oggi, secondo i piani di Enrico Letta, avrebbe dovuto portare alla sostituzione dei capigruppo di Camera e Senato. Il segretario del Pd incontrerà la truppa di Montecitorio al mattino e quella di palazzo Madama nel primo pomeriggio, ma per votare le due donne che prenderanno il posto di Graziano Delrio e Andrea Marcucci bisognerà aspettare ancora qualche giorno. Una settimana al massimo, non di più. Al Nazareno hanno fatto i conti: su 11 incarichi al vertice delle istituzioni (italiane ed europee, inclusi ministri e governatori) i maschi sono 11. Un en plein che non ha eguali, neanche nei Paesi sudamericani.

Per cambiare ci vuol tempo, però. Necessario a vincere sia le forti resistenze di Marcucci — intenzionato a non arrendersi, a ricandidarsi e a farsi rieleggere nel segreto dell’urna — sia le perplessità di Base riformista, la componente ex renziana che al Senato conta 22 eletti su 36 e non ha preso bene l’accelerazione impressa da Letta. Finendo tuttavia per spaccarsi. Da un lato l’area che fa capo a Lorenzo Guerini, più dialogante e disposta a seguire le indicazioni del segretario; dall’altro, una frangia di irriducibili attestata sulla difesa a oltranza dell’attuale capogruppo. Al quale, nel corso della riunione di corrente convocata ieri a palazzo Madama, è stata confermata la fiducia.

Più propenso a fare un passo indietro è invece Delrio, a patto però che il suo avvicendamento non sembri una rottamazione, ma si configuri come un percorso da costruire insieme — il segretario con i 93 deputati — attorno a un nome condiviso e senza laceranti conte interne. Esattamente ciò che un paio d’anni fa tentò invano Nicola Zingaretti, col risultato di non riuscire a muovere foglia nei gruppi plasmati dal suo predecessore: quel Matteo Renzi che poi se ne andò portandosene via un bel pezzo e lasciando il resto in balìa delle correnti.

È in questo clima non proprio sereno che i pontieri si son messi alla ricerca di una coppia di dame di alto profilo e capaci di riscuotere un largo consenso. Ritrovarsi in Parlamento con le truppe in fibrillazione e una linea di comando debole, è un rischio che il leader del Pd non può permettersi. Non in questa fase, almeno: in gioco c’è il sostegno forte e incondizionato al governo Draghi. Ribadito ieri mattina da Letta nel suo primo faccia a faccia con il premier a palazzo Chigi. Un colloquio di oltre un’ora «cordiale e positivo», durante il quale i due, che si conoscono da anni, hanno parlato un po’ di tutto: di Unione europea, piano vaccini e rilancio dell’economia, ma soprattutto del necessario raccordo tra esecutivo e maggioranza, col Pd in prima fila.

Raccordo che la tensione nei gruppi rende più instabile. Le chat in ebollizione, specie a palazzo Madama, stanno lì a dimostrarlo. «Non si usa la questione di genere per una operazione che sembra di riallineamento politico», il tenore delle accuse lanciate anche da alcune senatrici. Le più infuriate, manco a dirlo, sono le ex renziane. Che temono di finire ridimensionate.

Al momento il posto di Marcucci è ipotecato da una di loro: in pole Simona Malpezzi, che però dovrebbe dimettersi da sottosegretaria senza alcuna garanzia per Base riformista di mantenere la poltrona, ragion per cui potrebbe infine spuntarla Caterina Bini, considerata tuttavia troppo vicina al capogruppo uscente. Ma in campo c’è pure l’ipotesi Roberta Pinotti. L’ex ministra della Difesa di rito franceschiniano ritenuta da tanti per standing più adatta al ruolo.

Una scelta, quest’ultima, che spariglierebbe i giochi alla Camera. Dove la candidata più accreditata sembra Debora Serracchiani, l’ex governatrice del Friuli di area Delrio che presiede la Commissione Lavoro. Se gli ex renziani non riusciranno a conservare il capogruppo al Senato, potrebbero infatti pretendere la guida dei deputati per Alessia Rotta. A meno che alla fine in corsia di sorpasso non si piazzi Marianna Madia, altra ex ministra assai stimata dai colleghi.