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Riaperture, il pragmatismo di Draghi stronca l'ultimatum di Salvini: "Le chiusure sono pensabili o impensabili solo in base ai contagi"

Poco prima della conferenza stampa del premier, il leader della Lega spinge sulla necessità di ripartire dopo Pasqua. Ma il presidente del Consiglio gli mette il freno
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Mario Draghi ha appena iniziato a parlare, in conferenza stampa. Sui cellulari dei cronisti fa capolino un alert. Dichiarazione di Matteo Salvini. La numero quattro di questo venerdì. Dice: "E' impensabile tenere chiusa l'Italia anche per tutto il mese di aprile". Sembra un ultimatum, visto che il premier ha appena spiegato con Roberto Speranza che la cabina di regia ha deciso di prorogare il blocco nazionale fino al 30 aprile, riaprendo solo le scuole primarie in zona rossa. Sembra un ultimatum anche perché il leghista aggiunge: "Qualunque proposta in consiglio dei ministri e in Parlamento avrà l'ok della Lega solo se prevederà un graduale e sicuro ritorno alla vita". In pochi minuti, questa minaccia di sfilarsi dalla maggioranza viene riportata al premier. Il quale prende fiato, sfodera un sorriso bonario e brandisce un ragionamento affilato per stroncare l'ex ministro dell'Interno: "Le chiusure sono pensabili o impensabili solo in base ai dati che vediamo sui contagi. Le misure hanno dimostrato nel corso di un anno e mezzo di non essere campate per aria. È desiderabile riaprire, la decisione se farlo o meno dipende dai dati".



Non c'è niente di improvvisato in questa risposta di Draghi. Perché in nome del pragmatismo, il presidente del Consiglio avrebbe preferito davvero riaprire dal 6 aprile. Fino a qualche giorno fa, pensava addirittura di poterlo fare. Ma è stato proprio quel pragmatismo a fargli prendere atto che per difendere la campagna vaccinale - e mentre la Francia e altri paesi europei soffrono una riscossa allarmante del virus - non è possibile tornare al "giallo". Non con i dati degli ultimi due giorni, in cui il contagio ha superato nettamente quota 20mila al giorno.

Non è possibile, nonostante il fatto che Salvini continui a sgolarsi, appellandosi al premier: "Nel nome del buonsenso che lo contraddistingue - e soprattutto dei dati medici e scientifici - chiediamo al presidente Draghi che dal 7 aprile, almeno nelle regioni e nelle città con situazione sanitaria sotto controllo, si riaprano (ovviamente in sicurezza) le attività chiuse e si ritorni alla vita a partire da ristoranti, teatri, palestre, cinema, bar, oratori, negozi".



Non c'è nulla di nuovo in questa posizione, a dire il vero. Da un anno, Salvini oscilla tra il riapriamo e il richiudiamo, in un pendolo spesso sfasato rispetto alle fasi dell'epidemia. Anche quando l'esecutivo è stato costretto a prendere misure drastiche per frenare l'ultima ondata, alcune settimane fa, il leader del Carroccio aveva lanciato l'idea di aprire i ristoranti anche a cena. Risultato? Palazzo Chigi sanciva il blocco anche per pranzo.

A fine conferenza stampa, Draghi torna sul nodo. Lo fa come se gli fosse ritornato in mente l'ultimatum leghista. E ripete: "Anche io vorrei aprire". Di più: "Se sarà possibile, lo faremo". Come a dire: restiamo ancorati ai dati, lasciamo da parte gli slogan. È la stessa linea di Speranza. Che, seduto a fianco del premier, non può che annuire soddisfatto.

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