Dl Covid, scontro nel governo restano le chiusure. Draghi: "Non è l’ora di passi più lunghi"
di Tommaso Ciriaco , Carmelo Lopapa , di Tommaso Ciriaco, Carmelo LopapaOk al decreto: niente giallo, ma le misure potranno cambiare se i dati migliorano. Il premier chiama Salvini, che fa buon viso a cattivo gioco
ROMA - Sono trascorse quasi due ore di discussione aspra tra ministri aperturisti e chiusuristi, ala destra contro ala sinistra. Solo allora Mario Draghi prende la parola e in Consiglio dei ministri scende il silenzio: "È un primo passo - dice - Non possiamo farne uno più lungo perché la situazione non lo consente. Non possiamo commettere errori precipitando le scelte. Ma pur nelle regole ancora rigide, questo è un decreto che guarda al futuro". Il premier conferma l'impianto del testo limato fino a metà pomeriggio. Non ci saranno zone gialle, né vi è traccia di una data per le eventuali riaperture. Unica concessione alla Lega, la possibilità di rivedere le misure in uno dei prossimi consigli dei ministri, qualora i dati dovessero migliorare. Come, tra l'altro, è ovvio che sia.
A fine riunione, Matteo Salvini canta platealmente vittoria, lascia trapelare soddisfazione per il "commissariamento di Spe…
A fine riunione, Matteo Salvini canta platealmente vittoria, lascia trapelare soddisfazione per il "commissariamento di Spe…
ROMA - Sono trascorse quasi due ore di discussione aspra tra ministri aperturisti e chiusuristi, ala destra contro ala sinistra. Solo allora Mario Draghi prende la parola e in Consiglio dei ministri scende il silenzio: "È un primo passo - dice - Non possiamo farne uno più lungo perché la situazione non lo consente. Non possiamo commettere errori precipitando le scelte. Ma pur nelle regole ancora rigide, questo è un decreto che guarda al futuro". Il premier conferma l'impianto del testo limato fino a metà pomeriggio. Non ci saranno zone gialle, né vi è traccia di una data per le eventuali riaperture. Unica concessione alla Lega, la possibilità di rivedere le misure in uno dei prossimi consigli dei ministri, qualora i dati dovessero migliorare. Come, tra l'altro, è ovvio che sia.
A fine riunione, Matteo Salvini canta platealmente vittoria, lascia trapelare soddisfazione per il "commissariamento di Speranza e del Cts" che vede soltanto lui e che lascia basito il resto del cdm. Sono parole da leader dell'opposizione. Sostiene che subito dopo Pasqua si procederà valutando le riaperture. Quando in realtà si impone la proposta di mediazione di Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna, che punta soprattutto a dare un segnale politico, una simbolica apertura, senza vincolare l'esecutivo a un allentamento. E vince la linea del rigore di Roberto Speranza, che blocca ogni possibile ritorno al giallo per tutto aprile.
Lo scontro tra i ministri è ruvido. Quello della Salute illustra il decreto e avverte: "La situazione resta molto seria". Spiega che bisogna confermare quantomeno l'arancione nazionale a causa dei numeri pesanti, come è evidente dalla nettissima prevalenza della variante inglese e dall'imminente lockdown della Francia: Macron parla alla nazione e annuncia la chiusura lunga un mese. Andrea Orlando e Dario Franceschini si battono per confermare la linea dura, la vorrebbero senza concessioni. Stefano Patuanelli va anche oltre, chiedendo lo "stralcio" del passaggio sulla cosiddetta "clausola di revisione". Gelmini difende il punto, ma al Carroccio non basta. Parla Giancarlo Giorgetti, insiste per un richiamo esplicito al "giallo". E lo stesso fa Garavaglia. Vorrebbero fissare una data per la possibile revisione, il 15 aprile. Ma no, il testo non cambia. Così come non vengono ascoltate le richieste leghiste e di Forza Italia di abbassare il parametro attuale che porta una Regione in rosso con 250 contagi ogni 100 mila abitanti. Sostengono che sia "troppo punitivo". Il decreto resta identico a se stesso però. E Draghi la spiega così: "Il meccanismo permetterà ulteriori allentamenti, se possibile. Ma intanto prevediamo la riapertura delle scuole e dei concorsi pubblici". A pesare, sono ancora una volta i numeri, come spiega nell'inedito e lungo faccia a faccia di qualche ora prima Roberto Speranza a Matteo Salvini. "Dividiamoci sul condono o su altro, ma non sulla salute degli italiani", intima il ministro. Il leghista sembra d'accordo: "Se i dati dicono che è rosso, è rosso. Ma se è giallo, è giallo". Poi, a consiglio in corso, torna alla carica: "Soddisfatto? No, è una scelta politica e non scientifica. Si decida in base ai dati scientifici, come detto dal presidente Draghi". Se lo strappo non si consuma è anche grazie alla telefonata che proprio il premier fa allo stesso segretario leghista. Alla fine, non l'unico irrequieto. "Per la prima volta non siamo stati consultati", protesta a nome dei sindaci il presidente dell'Anci Antonio Decaro.
Tutto questo mentre nella Lega si consuma un ulteriore smottamento a destra. Salvini sostituisce il responsabile esteri Giorgetti, che da mesi lavorava alla faticosa tessitura col Ppe, con l'ultra cattolico Lorenzo Fontana. E con lui volerà oggi a Budapest per incontrare il primo ministro ungherese Viktor Orbàn e quello polacco Mateusz Morawiecki. Primo passo verso il nuovo partito sovranista in Europa. Giorgetti lavorava per portare la Lega fuori dal cordone sanitario eretto in Europa, forte anche dell'ingresso nel governo europeista di Draghi. Ma il cuore di Salvini batte solo a destra.
A fine riunione, Matteo Salvini canta platealmente vittoria, lascia trapelare soddisfazione per il "commissariamento di Speranza e del Cts" che vede soltanto lui e che lascia basito il resto del cdm. Sono parole da leader dell'opposizione. Sostiene che subito dopo Pasqua si procederà valutando le riaperture. Quando in realtà si impone la proposta di mediazione di Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna, che punta soprattutto a dare un segnale politico, una simbolica apertura, senza vincolare l'esecutivo a un allentamento. E vince la linea del rigore di Roberto Speranza, che blocca ogni possibile ritorno al giallo per tutto aprile.
Lo scontro tra i ministri è ruvido. Quello della Salute illustra il decreto e avverte: "La situazione resta molto seria". Spiega che bisogna confermare quantomeno l'arancione nazionale a causa dei numeri pesanti, come è evidente dalla nettissima prevalenza della variante inglese e dall'imminente lockdown della Francia: Macron parla alla nazione e annuncia la chiusura lunga un mese. Andrea Orlando e Dario Franceschini si battono per confermare la linea dura, la vorrebbero senza concessioni. Stefano Patuanelli va anche oltre, chiedendo lo "stralcio" del passaggio sulla cosiddetta "clausola di revisione". Gelmini difende il punto, ma al Carroccio non basta. Parla Giancarlo Giorgetti, insiste per un richiamo esplicito al "giallo". E lo stesso fa Garavaglia. Vorrebbero fissare una data per la possibile revisione, il 15 aprile. Ma no, il testo non cambia. Così come non vengono ascoltate le richieste leghiste e di Forza Italia di abbassare il parametro attuale che porta una Regione in rosso con 250 contagi ogni 100 mila abitanti. Sostengono che sia "troppo punitivo". Il decreto resta identico a se stesso però. E Draghi la spiega così: "Il meccanismo permetterà ulteriori allentamenti, se possibile. Ma intanto prevediamo la riapertura delle scuole e dei concorsi pubblici". A pesare, sono ancora una volta i numeri, come spiega nell'inedito e lungo faccia a faccia di qualche ora prima Roberto Speranza a Matteo Salvini. "Dividiamoci sul condono o su altro, ma non sulla salute degli italiani", intima il ministro. Il leghista sembra d'accordo: "Se i dati dicono che è rosso, è rosso. Ma se è giallo, è giallo". Poi, a consiglio in corso, torna alla carica: "Soddisfatto? No, è una scelta politica e non scientifica. Si decida in base ai dati scientifici, come detto dal presidente Draghi". Se lo strappo non si consuma è anche grazie alla telefonata che proprio il premier fa allo stesso segretario leghista. Alla fine, non l'unico irrequieto. "Per la prima volta non siamo stati consultati", protesta a nome dei sindaci il presidente dell'Anci Antonio Decaro.
Tutto questo mentre nella Lega si consuma un ulteriore smottamento a destra. Salvini sostituisce il responsabile esteri Giorgetti, che da mesi lavorava alla faticosa tessitura col Ppe, con l'ultra cattolico Lorenzo Fontana. E con lui volerà oggi a Budapest per incontrare il primo ministro ungherese Viktor Orbàn e quello polacco Mateusz Morawiecki. Primo passo verso il nuovo partito sovranista in Europa. Giorgetti lavorava per portare la Lega fuori dal cordone sanitario eretto in Europa, forte anche dell'ingresso nel governo europeista di Draghi. Ma il cuore di Salvini batte solo a destra.