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Irene Tinagli 

La vicesegretaria dem Irene Tinagli: "Le correnti non sono il male assoluto, ma devono essere costruttive"

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"Scommetto sulla protezione delle persono in difficoltà, la produzione e la partecipazione"
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"La scelta delle nuove presidenti dei gruppi parlamentari pd è stata una scossa data al partito, ma credo che un metodo nuovo farà bene a tutti: uomini e donne". Irene Tinagli viaggia tra Roma, Milano e Bruxelles, dove passa almeno tre giorni alla settimana per il suo ruolo da presidente della commissione affari economici e monetari del Parlamento europeo. Quando risponde al telefono, la nuova vicesegretaria dem è alle prese con la richiesta del figlio di 7 anni: un paio di guanti da portiere, che - a sentire l'urgenza nella voce - non possono proprio aspettare.

Vabbè che era il primo aprile, ma Enrico Letta ha postato una foto con Arnold Schwarznegger “incaricato speciale per i rapporti con le correnti”. Non starà esagerando, con quest’idea del partito da governare col lanciafiamme?

“E’ stata una cosa scherzosa, viste anche le polemiche e le accuse. La mia opinione è che le correnti siano sempre es…
"La scelta delle nuove presidenti dei gruppi parlamentari pd è stata una scossa data al partito, ma credo che un metodo nuovo farà bene a tutti: uomini e donne". Irene Tinagli viaggia tra Roma, Milano e Bruxelles, dove passa almeno tre giorni alla settimana per il suo ruolo da presidente della commissione affari economici e monetari del Parlamento europeo. Quando risponde al telefono, la nuova vicesegretaria dem è alle prese con la richiesta del figlio di 7 anni: un paio di guanti da portiere, che - a sentire l'urgenza nella voce - non possono proprio aspettare.

Vabbè che era il primo aprile, ma Enrico Letta ha postato una foto con Arnold Schwarznegger “incaricato speciale per i rapporti con le correnti”. Non starà esagerando, con quest’idea del partito da governare col lanciafiamme?

“E’ stata una cosa scherzosa, viste anche le polemiche e le accuse. La mia opinione è che le correnti siano sempre esistite e che non debbano essere viste di per sé come il male assoluto quando rappresentano diverse posizioni, storie, culture”.

Sono anche uno strumento di democrazia interna.
“Certo e Letta lo sa benissimo. Se sono vissute come portatrici di idee, di elaborazione politica, le correnti sono una ricchezza. Io imparo quando mi confronto con persone del mio partito con storie ed esperienze diverse. Il problema è quando non si formano attorno a delle idee, ma attorno a persone alla cui carriera sono funzionali. Questa degenerazione purtroppo c’è stata e bisogna combatterla, altrimenti un partito plurale rischia di diventare un partito a compartimenti stagni e questo può essere un ostacolo quando bisogna prendere delle decisioni, perché partono i veti incrociati”. 

Quindi basta correnti?
“L’obiettivo non è distruggerle, ma riportarle all’interno di un rapporto dialettico e democratico più trasparente e costruttivo”.

Eppure, nella vicenda dei capigruppo alla Camera e Senato, non molto è cambiato: la corrente che esprimeva Andrea Marcucci al Senato ha eletto Simona Malpezzi. Alla Camera, un patto tra correnti ha portato alla guida Debora Serracchiani. Cambiano i volti, ma non il metodo. O no?
“Penso non sia stato un passaggio indolore e che sia stato comunque uno scossone salutare. Non ho seguito quel processo, non sono intervenuta per mille motivi a partire dalla necessaria autonomia dei gruppi, e so che a volte non è facile cambiare, ma credo che una scossa ci sia stata e che il messaggio sia passato”. 

Bastava scegliere due donne purché donne?
“E’ un modo insensato di vedere le cose. Al di là delle polemiche le donne che abbiamo adesso alla guida sono capaci, inclusive, con profili che possono davvero aiutare il partito a operare un cambio di metodo. Molti accusano le donne di aspettare di essere scelte dai capicorrente, ma non è che gli uomini facciano diversamente. Solo che agli uomini, quando vengono scelti, nessuno dice che sono stati cooptati. Aprire il partito, confrontarsi sulla base delle idee e non dell’appartenenza e delle culture, è un cambio di metodo che farà bene non solo alle donne, ma a tutto il partito”.

Il Pd è l’unico partito senza una donna nel governo. Un problema ce l’ha. Cosa serve per cambiare davvero?
“Bisogna creare spazi politici aperti. Quando si fa, le donne non hanno problemi a mettersi in gioco. Quando hai aperto la competizione alla Camera due donne si sono fatte avanti. Quando ci sono le elezioni europee, con collegi immensi e con il difficile compito di conquistarsi le preferenze, il Pd ha sempre avuto donne che hanno fatto risultati straordinari. Io, Gualmini, Toia, Bonafè, Moretti, Picierno, Chinnici non siamo a Bruxelles per grazia ricevuta, ma perché abbiamo preso i voti”. 

Come deve presentarsi il Pd alle prossime amministrative d’autunno? Con i liberali di centro come Calenda o con il Movimento 5 stelle?
“Enrico sta ripartendo da un metodo. Ha detto che le primarie sono uno strumento importante per identificare i candidati, ma è chiaro che questo processo va fatto con un percorso di ascolto e condivisione coi territori per capire bene la situazione. So che entro fine aprile vuole avere le idee chiare e a quel punto si sceglierà. Saranno un test per vedere come procede questo lavoro di tessitura che sta facendo, per capire la compatibilità con le altre forze politiche, i movimenti civici, le associazioni”.

Letta è favorevole all’ingresso del M5S nei Socialisti europei. Lei invece ha frenato. 
“Quello che ho dichiarato quando se n’è parlato la prima volta, e che ho detto anche a lui, è che a mio avviso questo passaggio non va affrettato, perché da un lato è vero che negli ultimi due anni il Movimento ha fatto un processo di maturazione dando prove di europeismo, ma sta ancora attraversando una fase di profonda trasformazione: aspetterei di capire quale sarà l’identità che vorrà imprimergli Giuseppe Conte e se risolverà alcune delle ambiguità emerse in passato, ad esempio sull’immigrazione”.

Bisognerà prima o poi scegliere tra i Cinquestelle o i liberali come Renzi e Calenda. Difficile tenerli insieme.
“A dire il vero il governo con i 5 stelle lo ha voluto Renzi. Le alleanze vanno fatte con grande pragmatismo guardando ai programmi e agli obiettivi da raggiungere. Letta sta facendo un lavoro molto faticoso per riunire il centrosinistra da Calenda a Speranza e vedere se è possibile aprire un dialogo con il Movimento 5 stelle che si sta ridefinendo. Il Pd è il perno di questa stagione di dialogo e di costruzione di alleanze e questo mi piace molto. Ne è il motore, il protagonista, ed è un lavoro fatto senza preclusioni o veti sulle persone, ma su una serie di punti programmatici e di valori”.

E’ diverso dal definire Conte “il punto di riferimento fortissimo dei progressisti”?
“E’ un approccio molto diverso e credo sia quello che molti elettori del centrosinistra avevano voglia di vedere. Un protagonismo del Partito democratico e del suo segretario, non del capo di un altro partito. In politica le alleanze si fanno per realizzare i propri obiettivi, non sono il fine, ma lo strumento”.

Veniamo ai valori. Sul Jobs act lei e Peppe Provenzano, l’altro vicesegretario del Pd, avete idee molto diverse. Va cambiato o no?
“Ci siamo confrontati su questo e su una cosa siamo d’accordo: quella riforma è rimasta incompleta, manca la parte delle politiche attive, dei servizi per il lavoro, degli ammortizzatori sociali. Un mercato del lavoro più dinamico lo crei se metti insieme flessibilità e protezione. Ma – a mio avviso - il Jobs Act ha avuto anche effetti benefici: sono aumentati i posti di lavoro, ci sono stati incentivi alle assunzioni, misure contro le false partite Iva che ora vengono usate dai giudici per difendere i diritti dei rider. Bisogna andare sempre al di là degli slogan”.

E sul reddito di cittadinanza?
“Nel Pd siamo tutti d’accordo nel dire che è stata una misura utile nella pandemia. Tutti crediamo nell’esistenza di uno strumento di ultima istanza di lotta alla povertà, per chi si trova in una situazione di estremo disagio, ma non fine a se stesso. Deve servire anche al reinserimento e all’inclusione e su questo dobbiamo lavorare”.

Tre idee per il nuovo Pd.
“La prima è la protezione: aiutare le persone perché abbiano accesso alle opportunità. Nessuno deve essere lasciato solo quando è in difficoltà, per questo servono nuovi ammortizzatori sociali e nuovi percorsi di politiche attive del lavoro. La seconda è la produzione: l’attenzione alle alla piccole imprese, a chi cerca di dare un contributo all’economia del Paese. Le due cose non sono in conflitto,vanno tenute insieme. La terza è la partecipazione: non solo nei nostri circoli, ma con le associazioni, i corpi intermedi, tutti coloro che vogliono dare un contributo alla politica”.

Nel libro che ha scritto sull’importanza della competenza in politica, inseriva Piero De Luca nel capitolo sul nepotismo.
“Scrivevo soltanto che molti politici hanno avuto genitori che facevano lo stesso mestiere e spesso questo aiuta ad avere delle capacità, una visione, una sensibilità. De Luca era tra molti nomi, Massimo D’Alema, Rosa Russo Jervolino. Poi spiegavo che ci sono delle derive e facevo altri esempi, come quello di una figlia candidata al posto del padre che non poteva farlo per i troppi mandati. Era a quelle storture, che chiedevo di fare attenzione. Per quel che conosco Piero l’ho sempre visto lavorare sui suoi temi, le politiche europee, con autonomia e preparazione”.

Quando Lucia Annunziata le ha chiesto “cosa direbbe a un operaio che le dà della professorina”, lei ha risposto “non saprei” ed è stata molto attaccata, da sinistra, su questo. Davvero non saprebbe cosa dire?
“Hanno estrapolato un pezzo della mia risposta, non so come e perché dovrei giustificarmi della mia istruzione, ma so cosa ha sempre detto un operaio, mio nonno: studia, studia, studia’. Quest’idea che le persone che non hanno una laurea o che faticano nel loro lavoro siano antitetiche a chi ha studiato è caratteristica di certi salotti che con me non hanno nulla a che fare”.