Tutta colpa di uno che su Twitter ha insultato Calenda. È partita da lì, 'sta storia de feri e de cortelli. Lo sboccato è un tizio di sinistra che replicava a un tweet di Calenda contro il Pd - il partito che, incredibilmente viste le lusinghe quotidiane, resiste alla tentazione di appoggiarlo nella corsa a sindaco di Roma. L'anonimo maleducato accusava appunto Calenda di essersi fatto eleggere al Parlamento europeo con i voti degli elettori dem.
Calenda, su Twitter, ha un tasso di risposta elevatissimo e uno di rissosità appena inferiore. Quindi ha controreplicato: "In fondo puoi dichiararti di destra o di sinistra ma la maleducazione è davvero il primo partito italiano. Mi raccomando ricorda sempre Berlinguer e Gramsci e continua a esprimerti come Er Faina". E questo era solo il sottoclou dell'incontro. Ora sul ring sale er Faina.
Er Faina è un noto personaggio del web, influencer, di quella romanità greve che molti identificano subito con la borgata, soprattutto quelli che non ci hanno mai messo piede, ma che comunque esiste e ha un suo pubblico. Ar Faina il fatto che Calenda lo mette in mezzo e lo addita come esempio di volgarità non va giù, nemmeno se gli dici che è il contrario di Berlinguer e Gramsci, cioè dei comunisti, posizione che - a giudicare anche solo dal suo saluto commosso alla presidenza Trump - non deve dispiacergli. Quindi er Faina, che è più tipo da Instagram, fa un video: "A me piace molto esprimermi in una maniera colorita, sono cresciuto in una realtà in cui le persone si chiamavano ahò, 'ndo stai, che famo. Ma vede - ce l'ha con Calenda - in alcune situazioni riesco a parlare benissimo italiano. Se vuole possiamo incontrarci, berci un caffè, disquisire del più e del meno, fare una disamina politica delle condizioni pessime in cui volge la città di Roma". Stupendi i passaggi "disquisire" e "in cui volge", Faina s'è sicuramente ricordato, come tutti noi, di quelle telefonate di mamme, zie e nonni che parlando al telefono con un numero di pubblica amministrazione chiedevano "delucidazioni" per risultare forbiti e all'altezza del burocratese. Quindi la chiosa: "Ora la saluto, candidato sindaco, 'na fatica Carlè. Qualora dovessi vince dovrai risponde a tanti cittadini che magari so' veraci come me". Bello pure il "qualora".
Qui è d'obbligo immaginare il panico nella war room elettorale del candidato sindaco Calenda. In un colpo solo Carlè si ritrova uno dei più conosciuti arruffapopolo web della Capitale che lo accusa di elitismo (sei pariolino, perculi il dialetto) e snobismo (sei di sinistra, non capisci il popolo che poi se vendica). A differenza che al cinema, tradizione familiare dell'ex ministro, qui non c'è bisogno di sospensione della incredulità: er Faina è tipo al quale Calenda può apparire di sinistra. A Calenda, che per giunta ha l'ansia di scrollarsi l'etichetta del pariolino, il video der Faina deve essere sembrato una minaccia terribile, se lo sarà figurato virale sugli smartphone dei pischelli in età di elettorato attivo. Decide di rispondere con un breve video: "Damià - er Faina è Damiano all'anagrafe - a me la veracità me piace, ma non è la volgarità. E non è la volgarità verso le donne e queste cose devi insegnà ai ragazzi che te seguono. Faì, sta mano po' esse piuma e po' esse fero, oggi è stata piuma, ma fai il bravo". E qui per capire bisogna conoscere un altro sottoclou.
Qualche giorno fa er Faina era intervenuto sulla denuncia di Aurora Ramazzotti contro il cat calling, cioè la pratica maschile di rivolgere apprezzamenti non richiesti alle donne per strada, spiegando che a lui non gli tornava 'sta cosa che non si potesse dire 'a bella! a una per strada senza passare per molestatore. Calenda lo pizzica su questo ma con paternalismo, dice pure che non guastano du' ceffoni contro chi si comporta così con le donne, perché vuole parlare da pari a pari cor Faina e non passare per professorino altezzoso, quindi ci mette una citazione di Verdone e la spruzzata di Mario Brega (uno si figura subito la scena con Calenda, "Papà, chi era quello a cui ha frantumato le mucose?", "Niente, niente, uno de passaggio"). A Calenda deve sembrare un buon compromesso che la polemica tra il candidato sindaco e l'influencer di periferia si smorzi sull'intesa comune che ci sia almeno uno che esce dalla storia co li piedi davanti, in questo caso il molestatore.
Ma la cosa che colpisce di più del video è la neo-lingua di Calenda, non il dialetto romanesco, che Calenda peraltro è sicuramente in grado di parlare, ma un italiano con parole tronche e declinazioni dialettali, un misto che ricorda un altro video cult, quello nel quale l'allora ministro del Turismo Francesco Rutelli inverava il parallelo guzzantiano con Sordi e diffondeva in Rete il suo personale auanagana: "Please visits Italy!" (sic). Nel video, infatti, Calenda non parla il romanesco dell'onorevole Angelina Anna Magnani, non 'mpiccia e 'mbroja come Proietti, non svacca come Tomas Milian. Il suo è una specie di travestimento lessicale, è la parodia involontaria dell'italiano che cerca di parlare romanesco (pur appunto essendone in grado, nel suo caso), come il milanese e milanista Boldi quando sale in macchina con gli ultrà della Roma e si finge teppista in cerca di sangue rossonero ("Gli facciamo un mazzo così, non guardà le mano, guarda li bracci!"). L'effetto è, come dicono oggi gli adolescenti, cringe. Che in sostanza significa imbarazzo per l'altro.
Il tema, però, è serissimo. Come deve parlare un politico al popolo? Serve accondiscendenza o severità? Paternalismo o didattica? Ma soprattutto: è necessario confrontarsi cor Faina per parlare al popolo? Calenda, che funziona come i vaccini, è campione di antipopulismo in quanto portatore di una dose di virus, si difenderebbe rispondendo che è tipico della sinistra elitaria non interloquire con tutti. E può essere pure vero. Ma dovrebbe rivedersi, con il suo impermeabile e la cravatta e gli occhiali e il tono "giovanile", mentre mastica la sua neo-lingua posticcia per parlare con un presuntissimo rappresentante del popolo in una storia dove nessuno è ciò che appare e pensa di essere. Che poi è vero per tutti, sempre e comunque, ma nella politica dell'era social un po' di più.
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