Pd, il piano di Letta: allearsi con Forza Italia per spaccare il centrodestra
di Giovanna VitaleIl segretario dem lavora per provare a ricreare in Italia quell'assetto riformista e anti-sovranista che a Bruxelles si riconosce nella maggioranza Ursula. Il partito del Cavaliere è diviso fra chi appoggia Salvini e chi lo contrasta. Una frattura in cui leader cerca di infilarsi per disarticolare gli avversari
ROMA - Non lo esclude, Enrico Letta. Lo ha detto serafico l'altra sera in tv. Con Forza Italia un'alleanza è possibile, non c'è solo il M5S in cima ai suoi pensieri. Segno che la porta del Pd per gli azzurri resta aperta: non solo adesso che su chiamata di Sergio Mattarella giocano nella stessa squadra capitanata da Mario Draghi, ma pure in prospettiva, per provare a ricreare in Italia quell'assetto riformista e anti-sovranista che a Bruxelles si riconosce nella maggioranza Ursula.
D'altra parte, nel lontano 2012, fu proprio l'attuale segretario dem il primo a rompere il tabù e a farci un governo insieme: 300 giorni dopo Matteo Renzi lo sfrattò, ma ne divenne l'epigono, rafforzando il patto con Silvio Berlusconi e coltivando l'ambizione di raccoglierne l'eredità, da riversare poi in una formazione più larga e meno sbilanciata a sinistra.
"In Europa siamo alleati e in Cdm Brunetta, Carfagna e Gel…
D'altra parte, nel lontano 2012, fu proprio l'attuale segretario dem il primo a rompere il tabù e a farci un governo insieme: 300 giorni dopo Matteo Renzi lo sfrattò, ma ne divenne l'epigono, rafforzando il patto con Silvio Berlusconi e coltivando l'ambizione di raccoglierne l'eredità, da riversare poi in una formazione più larga e meno sbilanciata a sinistra.
"In Europa siamo alleati e in Cdm Brunetta, Carfagna e Gel…
ROMA - Non lo esclude, Enrico Letta. Lo ha detto serafico l'altra sera in tv. Con Forza Italia un'alleanza è possibile, non c'è solo il M5S in cima ai suoi pensieri. Segno che la porta del Pd per gli azzurri resta aperta: non solo adesso che su chiamata di Sergio Mattarella giocano nella stessa squadra capitanata da Mario Draghi, ma pure in prospettiva, per provare a ricreare in Italia quell'assetto riformista e anti-sovranista che a Bruxelles si riconosce nella maggioranza Ursula.
D'altra parte, nel lontano 2012, fu proprio l'attuale segretario dem il primo a rompere il tabù e a farci un governo insieme: 300 giorni dopo Matteo Renzi lo sfrattò, ma ne divenne l'epigono, rafforzando il patto con Silvio Berlusconi e coltivando l'ambizione di raccoglierne l'eredità, da riversare poi in una formazione più larga e meno sbilanciata a sinistra.
"In Europa siamo alleati e in Cdm Brunetta, Carfagna e Gelmini sono quelli che vanno più d'accordo con i nostri ministri, fanno le cose insieme senza problemi", ha spiegato l'ex premier a Piazza Pulita. Non prima d'aver specificato, a scanso di equivoci: "Con Salvini andremo divisi alle elezioni". Perché va bene il sostegno largo al Gabinetto Draghi, ma fra il Pd e le destre esiste una linea invalicabile che non verrà mai oltrepassata. Pronta anzi a essere ristabilita, col ritorno al bipolarismo, una volta conclusa la stagione dell'emergenza innescata dalla pandemia.
Discorso diverso vale invece per Forza Italia. Partito nel quale da tempo convivono due anime: una che spinge verso la Lega, l'altra più moderata e indisponibile a farsi schiacciare sui sovranisti. Una contrapposizione che la nascita del governo di unità nazionale - con la delegazione azzurra scelta in base al grado di autonomia dimostrata rispetto alle posizioni salviniane - ha reso ancora più evidente. E in cui Letta potrebbe provare a infilarsi per disarticolare il campo avversario. Cercando di sottrargli la gamba decisiva per scalare Palazzo Chigi.
Un disegno preciso ancora non c'è. "Molto dipenderà dalla durata della legislatura", riflette a voce alta un esponente dem fra i più alti in grado: "Se si va a scadenza naturale ci sarà più tempo perché alcuni processi arrivino a maturazione, altrimenti sarà più complicato". Certo è che qualche movimento di avvicinamento già s'intravede, sebbene finalizzato a tenere al riparo l'esecutivo da polemiche politiche e relative fibrillazioni. La freddezza con cui i tre ministri forzisti (tutti molto vicini a Gianni Letta, lo zio di Enrico) hanno accolto le bordate di Salvini sulle riaperture, rilanciate invece dal coordinatore nazionale Antonio Tajani.
La scelta di non offrire sponde agli attacchi contro Roberto Speranza, il titolare della Salute che Fratelli d'Italia vorrebbe sfiduciare con la complicità della Lega. L'aiuto dato a Mara Carfagna per incrementare i fondi per il Sud nel Recovery Plan. Sono tutti indizi di una sintonia con il centrosinistra che sarebbe al momento azzardato immaginare come il preludio di un'alleanza. E però utili a misurare le possibilità di un'intesa che in Parlamento sarà presto messa alla prova su alcuni passaggi cruciali.
A cominciare dall'elezione del presidente della Repubblica, sul quale serve un accordo largo per evitare l'ascesa al Colle di una personalità poco compatibile con il nuovo corso in Europa e negli Stati Uniti: entrambi fondamentali per la ricostruzione dell'Italia post-pandemia.
Perciò il dialogo con Forza Italia si è intensificato. Foriero tuttavia di ulteriori scenari, che stanno appassionando le truppe parlamentari. "Insieme a Berlusconi sosteniamo la von der Lyen e nei mesi scorsi avevamo già provato a formare una maggioranza Ursula", ricorda il dem Enrico Borghi: "Segno della volontà di dar vita a una coalizione europeista che governi anche dopo il 2023".
È il quadro nel quale si inserisce la riforma della legge elettorale. Archiviato l'impianto proporzionale, il Pd sta lavorando a un sistema a doppio turno con premio di maggioranza. "Lo abbiamo proposto anche alla Lega", conclude Borghi: "Consentirebbe a ciascun partito di andare da solo al primo turno e decidere su chi convergere al secondo". Fi potrebbe smarcarsi e il Pd accoglierla senza turbare nessuno.
D'altra parte, nel lontano 2012, fu proprio l'attuale segretario dem il primo a rompere il tabù e a farci un governo insieme: 300 giorni dopo Matteo Renzi lo sfrattò, ma ne divenne l'epigono, rafforzando il patto con Silvio Berlusconi e coltivando l'ambizione di raccoglierne l'eredità, da riversare poi in una formazione più larga e meno sbilanciata a sinistra.
"In Europa siamo alleati e in Cdm Brunetta, Carfagna e Gelmini sono quelli che vanno più d'accordo con i nostri ministri, fanno le cose insieme senza problemi", ha spiegato l'ex premier a Piazza Pulita. Non prima d'aver specificato, a scanso di equivoci: "Con Salvini andremo divisi alle elezioni". Perché va bene il sostegno largo al Gabinetto Draghi, ma fra il Pd e le destre esiste una linea invalicabile che non verrà mai oltrepassata. Pronta anzi a essere ristabilita, col ritorno al bipolarismo, una volta conclusa la stagione dell'emergenza innescata dalla pandemia.
Discorso diverso vale invece per Forza Italia. Partito nel quale da tempo convivono due anime: una che spinge verso la Lega, l'altra più moderata e indisponibile a farsi schiacciare sui sovranisti. Una contrapposizione che la nascita del governo di unità nazionale - con la delegazione azzurra scelta in base al grado di autonomia dimostrata rispetto alle posizioni salviniane - ha reso ancora più evidente. E in cui Letta potrebbe provare a infilarsi per disarticolare il campo avversario. Cercando di sottrargli la gamba decisiva per scalare Palazzo Chigi.
Un disegno preciso ancora non c'è. "Molto dipenderà dalla durata della legislatura", riflette a voce alta un esponente dem fra i più alti in grado: "Se si va a scadenza naturale ci sarà più tempo perché alcuni processi arrivino a maturazione, altrimenti sarà più complicato". Certo è che qualche movimento di avvicinamento già s'intravede, sebbene finalizzato a tenere al riparo l'esecutivo da polemiche politiche e relative fibrillazioni. La freddezza con cui i tre ministri forzisti (tutti molto vicini a Gianni Letta, lo zio di Enrico) hanno accolto le bordate di Salvini sulle riaperture, rilanciate invece dal coordinatore nazionale Antonio Tajani.
La scelta di non offrire sponde agli attacchi contro Roberto Speranza, il titolare della Salute che Fratelli d'Italia vorrebbe sfiduciare con la complicità della Lega. L'aiuto dato a Mara Carfagna per incrementare i fondi per il Sud nel Recovery Plan. Sono tutti indizi di una sintonia con il centrosinistra che sarebbe al momento azzardato immaginare come il preludio di un'alleanza. E però utili a misurare le possibilità di un'intesa che in Parlamento sarà presto messa alla prova su alcuni passaggi cruciali.
A cominciare dall'elezione del presidente della Repubblica, sul quale serve un accordo largo per evitare l'ascesa al Colle di una personalità poco compatibile con il nuovo corso in Europa e negli Stati Uniti: entrambi fondamentali per la ricostruzione dell'Italia post-pandemia.
Perciò il dialogo con Forza Italia si è intensificato. Foriero tuttavia di ulteriori scenari, che stanno appassionando le truppe parlamentari. "Insieme a Berlusconi sosteniamo la von der Lyen e nei mesi scorsi avevamo già provato a formare una maggioranza Ursula", ricorda il dem Enrico Borghi: "Segno della volontà di dar vita a una coalizione europeista che governi anche dopo il 2023".
È il quadro nel quale si inserisce la riforma della legge elettorale. Archiviato l'impianto proporzionale, il Pd sta lavorando a un sistema a doppio turno con premio di maggioranza. "Lo abbiamo proposto anche alla Lega", conclude Borghi: "Consentirebbe a ciascun partito di andare da solo al primo turno e decidere su chi convergere al secondo". Fi potrebbe smarcarsi e il Pd accoglierla senza turbare nessuno.