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PA, Marcello Fiori è il nuovo capo dipartimento: la parabola del dirigente di Forza Italia stipendiato dallo Stato

Marcello Fiori 
Già braccio destro di Guido Bertolaso alla Protezione civile con il governo Berlusconi nel 2008, l'ex responsabile azzurro per gli enti locali ha svolto diversi incarichi ministeriali senza mai fare un concorso ma sempre per chiamata diretta
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Il decreto di nomina porta la data del 22 marzo e la firma del sottosegretario a palazzo Chigi, il consigliere di stato Roberto Garofoli. E non potrebbe essere diversamente, visto che il dipartimento della Pubblica amministrazione è parte della presidenza del Consiglio. Ma è inverosimile che il nuovo capo di quella struttura, oggi così importante nella strategia del governo annunciata dal premier Mario Draghi, non sia stato indicato dal ministro senza portafoglio dal quale il dipartimento dipende: Renato Brunetta. Il prescelto per un incarico tanto delicato risponde al nome di Marcello Fiori, dirigente della presidenza del Consiglio che vanta un curriculum decisamente ineguagliabile per varie ragioni. Intanto fino al 23 dicembre 2019 era commissario per le Marche di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi e del quale Brunetta è esponente di spicco. Quel giorno è stato sostituito all'improvviso con il senatore Francesco Battistoni, e non l&#…

Il decreto di nomina porta la data del 22 marzo e la firma del sottosegretario a palazzo Chigi, il consigliere di stato Roberto Garofoli. E non potrebbe essere diversamente, visto che il dipartimento della Pubblica amministrazione è parte della presidenza del Consiglio. Ma è inverosimile che il nuovo capo di quella struttura, oggi così importante nella strategia del governo annunciata dal premier Mario Draghi, non sia stato indicato dal ministro senza portafoglio dal quale il dipartimento dipende: Renato Brunetta. Il prescelto per un incarico tanto delicato risponde al nome di Marcello Fiori, dirigente della presidenza del Consiglio che vanta un curriculum decisamente ineguagliabile per varie ragioni. Intanto fino al 23 dicembre 2019 era commissario per le Marche di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi e del quale Brunetta è esponente di spicco. Quel giorno è stato sostituito all'improvviso con il senatore Francesco Battistoni, e non l'ha mandata giù. "Pago il prezzo della libertà delle mie idee e l'indipendenza delle mie posizioni", si è sfogato. Senza però rinunciare a ringraziare "il presidente Berlusconi per la fiducia e l'affetto che mi ha dedicato in questi anni". Perché l'incarico di commissario del partito nelle Marche non era certo estemporaneo. Per almeno sei anni Fiori è stato in Forza Italia una figura di prima grandezza. 

Va detto che non è certo l'unico dirigente pubblico ad aver collezionato esperienze politiche. Dirigente di palazzo Chigi, per esempio, è anche Paolo Naccarato, che si era candidato senza fortuna con il centrodestra alle elezioni del 2018. Prima le aveva passate davvero tutte: sottosegretario nel governo Prodi, assessore regionale in Calabria con Agazio Loiero, poi nel Pd, poi con Italia Futura di Montezemolo, poi con Lavoro e libertà di Tremonti, poi con la Lega, poi con Alfano, poi con l'Udc, poi con rinascimento di Sgarbi. E dirigente della presidenza è anche Stefano Fassina, deputato eletto con Liberi e uguali e consigliere comunale di Roma.  

Ma nessuno che si ricordi ha ricoperto un incarico politico mentre era dirigente dello Stato, e dallo Stato stipendiato. Com'è scritto nel suo curriculum, dal 2016 al 2019 Fiori era titolare di un "incarico di studio, consulenza e ricerca" al dipartimento Affari regionali di palazzo Chigi. Formula che equivale a una specie di parcheggio per i dirigenti indesiderati che non si possono licenziare, ma con la paga che continua a correre. Nello stesso periodo il Nostro risultava responsabile nazionale per gli enti locali di Forza Italia, ricevendo nel 2018 anche l'investitura di commissario regionale delle Marche. E così determinato ad affermare le proprie prerogative di dirigente politico, da firmare come dirigente di partito di opposizione un ricorso alla Corte costituzionale contro la riforma delle Province voluta dal governo che lo stipendiava come proprio dirigente.  

Ma se è difficile rintracciare nella memoria un caso simile, non si ricorda nemmeno un ministro che abbia nominato ai vertici della propria amministrazione un dirigente che ha ricoperto incarichi fiduciari così rilevanti nel proprio partito. Un dirigente dello Stato, peraltro, che ha raggiunto i massimi livelli dell'apparato pubblico senza fare un concorso, ma per chiamata diretta. Com'è stato possibile? Semplicissimo, lo consente la costituzione. Articolo 97: "Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge". E questo è appunto un caso stabilito dalla legge. 

Articolo 16 comma 2 del decreto legge 23 maggio 2008, numero 90: "Il Dipartimento per la protezione civile è autorizzato ad avvalersi di una unità di personale dirigenziale appartenente a società a totale o prevalente capitale pubblico ovvero a società che svolgono istituzionalmente la gestione di servizi pubblici, da inquadrare nel ruolo speciale dei dirigenti di prima fascia...". È il primo provvedimento del governo Berlusconi dopo il consiglio dei ministri a Napoli il 21 maggio 2008 per l'emergenza rifiuti in Campania, dove manca soltanto nome e cognome. Quello di Marcello Fiori, in quel momento in forza all'Acea, la municipalizzata del Comune di Roma. Che grazie a quel colpo di bacchetta magica si ritrova improvvisamente dirigente dello stato. Berlusconi ha dato carta bianca al potentissimo capo della Protezione civile Guido Bertolaso e su quella carta in quel momento si può scrivere qualunque cosa. Che c'entra Bertolaso? C'entra, perché Fiori è il suo braccio destro. Tutto comincia nel 1997, quando il sindaco di Roma Francesco Rutelli decide che quel giovane (classe 1960) e intraprendente funzionario è sprecato all'Acea. Così lo nomina prima vice e poi capo di gabinetto. E lo spedisce anche a occuparsi del Giubileo, dove la sua strada incrocia quella di Bertolaso. Per lui sono anni d'oro. Che culminano con la direzione generale dei Grandi eventi, proprio quelli su cui scivolerà Bertolaso. Ma prima di quel disastro c'è tempo per l'incarico prestigioso di commissario a Pompei. Dove però le cose prendono una brutta piega: c'è un'inchiesta della magistratura sugli appalti per il restauro del Teatro romano, dov'è stato perpetrato un autentico obbrobrio. Fiori ne esce pulito, ma non può evitare qualche guaio con la Corte dei conti che in appello lo condanna nel 2019 (una decina d'anni dopo i fatti) a pagare mezzo milione al suo datore di lavoro. La presidenza del Consiglio, appunto.  

L'inevitabile eclissi di Bertolaso dopo le inchieste sulla Cricca dei Grandi eventi e il pasticcio di Pompei sono tuttavia soltanto incidenti di percorso, prima del decollo in politica. Nel 2013 il Cavaliere pensa di rianimare il partito boccheggiante con una scossa adrenalinica: da Forza Italia a Forza Silvio. E chi meglio di Fiori, nel frattempo folgorato sulla via di Arcore, per organizzare i club Forza Silvio? La partenza è bruciante. "Centocinquantasette club in 72 ore!" annuncia entusiasta l'ex braccio destro di Bertolaso a febbraio 2014, con Berlusconi che lo incita a raggiungere la vertiginosa quota di 12 mila. È un fuoco di paglia, ma Fiori è ormai sulla rampa di lancio. Nel partito è ascoltato e influente, al punto che c'è chi già gli augura di diventare delfino del Cavaliere. Che visto il destino dei vari delfini di Berlusconi non è proprio un bell'augurio. Comunque sia, viene nominato responsabile degli enti locali e da palazzo Chigi si trasferisce in comando al Senato. Poi però nel 2016 rientra alla base, con la sine cura dell'incarico di studio. Finché agli Affari regionali non arriva Francesco Boccia, del Pd, che non gli rinnova l'incarico. Allora trasloca a un altro dipartimento, quello della programmazione economica. Solo che stavolta fa il capo ufficio e gli tocca lavorare. Del resto la politica non lo impegna più come prima, visto che da possibile delfino gli hanno sfilato pure la poltrona da commissario del partito nelle Marche. Lo sgambetto se l'è meritato per essersi avvicinato troppo all'associazione Voce libera di Mara Carfagna. Poco male. Nel governo Draghi Mara Carfagna è addirittura ministra.  

E poi c'è sempre chi si ricorda degli amici, no? Dopo quello che abbiamo raccontato altre motivazioni serie per la nomina di Fiori sinceramente non ne scorgiamo.