Terrorismo, dall'omicidio di Guido Rossa all'agguato a Della Rocca: è ancora caccia al brigatista Lorenzo Carpi
di Massimo Razzi , di Massimo RazziTutte le volte che si parla dei Br in fuga, nella lista c’è il nome di Lorenzo Carpi, genovese, oggi sessantottenne, due ergastoli per omicidio, autista in quasi tutte le azioni più tragiche compiute dalla colonna genovese tra il 1978 e il 1980. C’è il suo nome, con pochissime note e nessuna idea di dove si trovi (sempre che sia ancora vivo) e sono 41 anni che non se ne sa più nulla. Alla Digos dicono di averlo cercato qualche anno fa in Portogallo e in Spagna e Portogallo avrebbe fatto indagini (rogatorie per il controllo di alcuni cellulari) anche la Procura di Genova. Ma a domande, nessuno sa cosa rispondere. Qualcuno sussurra che, forse, è morto, ma i più sono convinti che sia ancora vivo e ben nascosto. Tra le ipotesi anche quella che gli uomini del generale Dalla Chiesa l’abbiano “lasciato andare” forse in cambio di qualche informazione decisiva nella lotta alle Br.
Tutte le volte che si parla dei Br in fuga, nella lista c’è il nome di Lorenzo Carpi, genovese, oggi sessantottenne, due ergastoli per omicidio, autista in quasi tutte le azioni più tragiche compiute dalla colonna genovese tra il 1978 e il 1980. C’è il suo nome, con pochissime note e nessuna idea di dove si trovi (sempre che sia ancora vivo) e sono 41 anni che non se ne sa più nulla. Alla Digos dicono di averlo cercato qualche anno fa in Portogallo e in Spagna e Portogallo avrebbe fatto indagini (rogatorie per il controllo di alcuni cellulari) anche la Procura di Genova. Ma a domande, nessuno sa cosa rispondere. Qualcuno sussurra che, forse, è morto, ma i più sono convinti che sia ancora vivo e ben nascosto. Tra le ipotesi anche quella che gli uomini del generale Dalla Chiesa l’abbiano “lasciato andare” forse in cambio di qualche informazione decisiva nella lotta alle Br.
Lorenzo Carpi era figlio di una famiglia della media borghesia: il padre era impiegato e la madre insegnava inglese. Da ragazzo frequentò il liceo classico al D’Oria da dove è uscito senza infamia e senza lode nel 1971. Era un ottimo giocatore di pallanuoto, arrivò a disputare la serie B nello Sturla. Finito il liceo si iscrisse a Medicina. La sua militanza a sinistra non era un mistero per nessuno, ma nessuno avrebbe immaginato di trovarlo nelle Br. A Medicina partecipava al “Collettivo” come tanti altri studenti più o meno critici nei confronti del Pci, più o meno vicini all’area del “movimento”.
A un certo, punto, intorno al 77/78 fece sapere gli amici che la politica non lo interessava più: in tasca, al posto del Manifesto o di Lotta Continua, mise il Corriere della Sera. Col senno di poi, quello era forse un segnale del suo ingresso nel gruppo terroristico. La sua posizione era di “irregolare”. Negli ultimi mesi, prima di sparire, era entrato in clandestinità e faceva parte della direzione della colonna.
Carpi (nome di battaglia “Elio”) aveva una vera passione per la guida e le Br gli affidarono il compito di condurre le auto (in genere 128 o 124) utilizzate dai gruppi di fuoco che insanguinarono la città. Il 24 gennaio del 1979 guidò un furgoncino bianco fin sotto casa di Guido Rossa. Dietro c’erano Vincenzo Guagliardo e Riccardo Dura, i due che spararono al sindacalista. Lasciato il furgone, “Elio” andò a prendere la 128 bianca usata per la fuga. Dopo l’assassinio di Rossa, in quella macchina scoppiò una lite furibonda tra i brigatisti. Rossa doveva essere gambizzato e, infatti, Guagliardo gli sparò nelle gambe, ma Dura (che doveva essere di copertura) decise di ucciderlo. I due compagni gliene chiesero conto e lui rispose a Guagliardo: “Credevo che la tua pistola si fosse inceppata… E poi, era un infame”.
L’omicidio di Rossa, segnò un colpo durissimo per le Br. A Genova, ma un po’ dappertutto, quei pochi o tanti che simpatizzavano o tolleravano le loro azioni, capirono di che pasta fossero fatte e voltarono le spalle alla stella a cinque punte. Nella colonna genovese ci fu imbarazzo e pesanti discussioni. Ma, stranamente, dopo alcuni mesi, Dura diventò il capo della colonna finché non fu ucciso dagli uomini di Dalla Chiesa nella strage di via Fracchia. Dopo tanti anni, aleggia ancora il dubbio che qualcuno avesse suggerito a Dura (che era di suo una testa calda) di non tener conto dell’ordine di gambizzare il sindacalista, ma di ucciderlo.
Nei mesi successivo, Carpi partecipò a diverse azioni. Il 21 novembre del 1979, guidò l’auto che condusse un commando a uccidere due carabinieri, Vittorio Battaglini e Mario Tosa, che stavano prendendo un caffè in un bar di Sampierdarena. E il 25 gennaio del 1980) era di nuovo al volante per l’agguato di via Riboli dove morirono (tra i ragazzi delle medie che uscivano da scuola) il colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e il suo autista, l’appuntato Antonio Casu.
“Elio” fece ancora in tempo a partecipare (28 febbraio 1980) alla gambizzazione di Roberto Della Rocca, capo del personale della Motomeccanica Gn (Fincantieri), poi, verso la fine dell’anno, partendo da un arresto un po’ fortuito, la Digos mise le mani su alcuni brigatisti e, da lì, una lunga catena di pentimenti (48 su 63 parlarono) portò alla distruzione della colonna genovese. Carpi fu segnalato dai suoi compagni ma gli inquirenti non riuscirono mai a trovarlo. Scomparve e di lui non si è saputo più nulla.
Le ipotesi sulla fuga di Carpi, sono diverse. Una lo colloca come “pentito” prima degli altri addirittura a marzo del 1980 quando, all’alba del 28, gli uomini di Dalla Chiesa individuarono il covo di via Fracchia, vicinissimo a casa di Guido Rossa, fecero irruzione e giustiziarono quattro brigatisti tra cui Dura che venne finito con un colpo in testa sparato da poche decine di centimetri. Qualcuno ipotizzò che un pentito avesse fornito indirizzo e chiave e che quel “qualcuno” potesse essere stato Carpi che ne avrebbe avuto in cambio dei soldi e un salvacondotto.
Ma questa è solo una delle ipotesi. Sembra che Carpi, qualche anno dopo, abbia chiamato un compagno di scuola per avere il numero di una comune amica e sembra che sia stato visto a Genova, nella centralissima piazza De Ferrari intorno al 1985 da una signora che lo conosceva benissimo perché l’aveva avuto in casa decine di volte a studiare col figlio.
E ancora, la Digos assicura di averlo cercato in un paesino del Nord del Portogallo tra il 2015 e il 2016. Gli inquirenti pensavano di averlo individuato in un gruppo di persone, ci furono appostamenti e furono inviati esperti di riconoscimento facciale, ma, alla fine, risultò un buco nell’acqua. Anche la Procura di Genova, sempre molto reticente sul tema, avrebbe fatto ricerche nel 2019 seguendo una pista telefonica tra Spagna e Portogallo e Il Secolo XIX si è preso una denuncia per rivelazioni di segreto d’ufficio per averlo scritto. Ma pure da quel lato non è uscito nulla. Carpi è stato segnalato anche in Inghilterra, in Sudamerica e in Angola. I fuoriusciti francesi (Oreste Scalzone per primo) negano che Carpi sia mai stato nelle liste di coloro che hanno usufruito della dottrina Mitterrand.
Insomma, un mistero. E un uomo molto fortunato o molto furbo. O, forse, un uomo che ha potuto usufruire di una porta molto stretta verso la libertà. A quei tempi non c’era norme precise sui pentiti e può darsi che gli sia stato detto: “Quella è l’uscita. Ma se, in futuro incappi in qualche controllo, sappi che non avrai nessuna garanzia di cavartela”. Qualcuno dice che patti così non se ne facevano, qualcuno, a mezza bocca, dice che l’ipotesi è plausibile. Ma Carpi resta la vera “primula rossa” del brigatismo italiano. I parigini della “Dottrina Mitterrand”, a confronto, sono dei dilettanti.