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Il curriculum fantasma di Michele Sciscioli, il fedelissimo di Giorgetti a capo del dipartimento Sport

Michele Sciscioli 
Laureato in Scienze politiche, era manager della Sogin presso la sede di Mosca
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Niente da dire: tutte le formalità previste dalla normativa sono rispettate alla virgola. "Visto, ritenuto, sentito, considerato..." E nella selva dei "Visto" che il 31 marzo hanno dato via libera con il decreto firmato dal solito Roberto Garofoli alla nomina del nuovo capo del dipartimento dello sport, c'è anche un "Visto il curriculum del dott. Michele Sciscioli". Ma quale curriculum avrà "visto" il sottosegretario alla presidenza prima di sottoscrivere la nomina, è mistero. Di sicuro non quello reperibile sul sito ufficiale di Palazzo Chigi, perché lì dentro non c'è scritto praticamente nulla.  

Nulla, tranne che è nato nel 1980, si è laureato in scienze politiche alla statale di Milano e nel 2006 ha fatto un "Master in international affairs" (dove? Boh...). Nulla che giustifichi la sua nomina a un posto di tale peso se non il fatto che nel 2018 era gi&agra…

Niente da dire: tutte le formalità previste dalla normativa sono rispettate alla virgola. "Visto, ritenuto, sentito, considerato..." E nella selva dei "Visto" che il 31 marzo hanno dato via libera con il decreto firmato dal solito Roberto Garofoli alla nomina del nuovo capo del dipartimento dello sport, c'è anche un "Visto il curriculum del dott. Michele Sciscioli". Ma quale curriculum avrà "visto" il sottosegretario alla presidenza prima di sottoscrivere la nomina, è mistero. Di sicuro non quello reperibile sul sito ufficiale di Palazzo Chigi, perché lì dentro non c'è scritto praticamente nulla.  

Nulla, tranne che è nato nel 1980, si è laureato in scienze politiche alla statale di Milano e nel 2006 ha fatto un "Master in international affairs" (dove? Boh...). Nulla che giustifichi la sua nomina a un posto di tale peso se non il fatto che nel 2018 era già stato lì. Manca, in quel curriculum, il dettaglio che farebbero capire perché il dottor Michele Sciscioli, già a palazzo Chigi capo del dipartimento dello Sport con il primo governo di Giuseppe Conte, e sostituito dal governo Conte bis con un funzionario pubblico (Giuseppe Pierro), abbia ripreso possesso della medesima poltrona già occupata tre anni fa. Il dettaglio si chiama Giancarlo Giorgetti. Sciscioli è più che fedele del numero due della Lega salviniana, uscito di scena al tempo del Conte bis, dov'era sottosegretario alla presidenza con delega, appunto, anche allo sport, e ora rientrato in pompa magna al governo sia pure con un diverso incarico. Tornato lui, ecco di nuovo pure il fedelissimo. E allo stesso posto, cruciale.

Sbaglia di grosso chi crede che il dipartimento dello sport di palazzo Chigi non conti nulla. Da lì si tiene sotto controllo uno scenario politicamente strategico, perché offre opportunità di relazioni e possibilità di raccogliere consenso decisamente senza pari. Per capirci, il bilancio di palazzo Chigi informa che nel 2021 passeranno attraverso quel dipartimento ben 278 milioni, più del doppio dei 135 milioni dello scorso anno. Per una roba simile servirebbero persone di competenza e prestigio, come la ministra Valentina Vezzali, già deputata nella scorsa legislatura con il gruppo di Mario Monti ma soprattutto monumento di uno sport, la scherma, dove ha vinto praticamente tutto quello che c'era da vincere. E dev'essere ben consapevole del peso del compito affidatole. Tanto da far venire il dubbio che se avesse davvero saputo i retroscena si sarebbe ben guardata dal proporre il ritorno del braccio destro del numero due di Salvini, perché nel decreto c'è scritto che a volerlo è stata proprio lei.  

Sciscioli non viene dalla pubblica amministrazione, non ha fatto un concorso per ritrovarsi ai vertici di palazzo Chigi. Viene invece dalla Sogin, la società che a costi astronomici non riesce a smaltire le scorie nucleari nei tempi promessi e da decenni non è esattamente un esempio di buona gestione. Sciscioli, in particolare, faceva base a Mosca, dove la Sogin aveva aperto una sede per onorare l'accordo fra Berlusconi e Putin sullo smantellamento dei sottomarini nucleari vetusti, cui avremmo dovuto contribuire anche noi con la bellezza di 360 milioni. Una sede faraonica inaugurata con una festa costata, suggeriscono i maligni, 400 mila euro. Chissà come e chissà perché un giovane esperto (?) di affari nucleari in Russia arrivato alla corte leghista di Giorgetti, con cui collabora (scrive il Messaggero) fin dai tempi del governo Berlusconi, viene piazzato proprio a capo dello sport. Forse perché, diceva De Coubertin, l'importante è partecipare.  

Ma non c'è da stupirsi. A palazzo Chigi, come dimostra il caso di Marcello Fiori, ex dirigente dell'Acea ed ex braccio destro di Guido Bertolaso che Berlusconi aveva messo a capo dei club Forza Silvio, anch'egli piovuto a palazzo Chigi senza concorso e ora messo a capo del dipartimento della Pubblica amministrazione, può succedere davvero ogni cosa. E infatti succede.

Dice tutto il caso di Giovanni Panebianco, ex finanziere che grazie agli imperscrutabili percorsi della nostra burocrazia si è ritrovato nei ruoli dirigenziali di palazzo Chigi: dirigente di seconda fascia. Fra il 2008 e il 2010, c'è scritto nel curriculum, "ha coordinato la ricognizione dei procedimenti dei Grandi eventi (150 anni unità d'Italia, Mondiali di nuoto, presidenza italiana del G7)". Lì la sua strada si intreccia anche con quella di Marcello Fiori: sono gli anni in cui il dominus dei Grandi eventi è appunto il gran capo della Protezione civile Bertolaso. Ma soprattutto si intreccia con quella di un maturo giovanotto che si definisce "balduccino", a sottolineare un profondo legame con l'ex potentissimo capo del consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci che scivolerà nella storiaccia degli appalti della Cricca.

Si chiama Vincenzo Spadafora ed è già sulla rampa di lancio. A 32 anni è capo della segreteria del ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. A 37 i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, lo nominano Garante dell'infanzia. Poi, la folgorazione di Beppe Grillo. E nel 2018 eccolo sottosegretario alla presidenza con Giuseppe Conte uno. Piazzare l'amico Panebianco al posto di segretario generale dei Beni culturali è un gioco da ragazzi: il ministro Alberto Bonisoli non fa una piega. Ma ben presto al ministero torna Dario Franceschini e Panebianco deve sloggiare. Invece Spadafora rimane a palazzo Chigi. Cambia solo stanza traslocando in quella di ministro dei Giovani e dello Sport, e si porta Panebianco come capo di gabinetto. Ed è qui che viene fuori un problemino mica da ridere.  

Perché nel frattempo, a novembre 2020, Panebianco viene anche promosso a dirigente generale con un incarico al Dipartimento dello sport. Che è incompatibile con la funzione di capo di gabinetto per la semplice ragione che nella pubblica amministrazione vige il principio della separazione fra incarichi di natura politica fiduciaria e incarichi tecnici gestionali. In poche parole, un dirigente operativo non può fare contemporaneamente il capo di gabinetto di un ministro. E non soltanto perché dovrebbe avere il dono dell'ubiquità, come Padre Pio e San Pietro D'Alcantara. A meno che non si chiami Panebianco.  

Possibile? Possibile. Basta leggere l'incredibile nota del magistrato contabile Luisa D'Evoli. La Corte dei conti ha registrato la promozione dirigenziale di Panebianco sulla base di quanto dichiarato dal Dipartimento che dipende dal ministro del quale Panebianco è capo di gabinetto, e secondo cui non c'è alcuna incompatibilità anche perché l'incarico politico è gratuito. "Resta inteso che le peculiarità del caso", conclude Luisa D'Evoli, "escludono che la fattispecie in questione possa costituire per il futuro paradigma per consentire deroghe al principio di separazione" fra incarichi politici e amministrativi. Insomma, questa la facciamo passare: ma che la cosa non si ripeta. Infatti si ripete immediatamente. Nel governo Draghi Spadafora non è più ministro, ma il dirigente generale Panebianco non ha perso il suo incarico di natura politica. Attualmente è capo di gabinetto della ministra grillina per le Politiche giovanili Fabiana Dadone.  

Casi come questo, e poi quelli di Sciscioli e Fiori, spiegano bene che cosa è successo al cuore del potere esecutivo del nostro Paese. Dove la barriera naturale che dovrebbe mettere al riparo l'amministrazione dalle interferenze politiche è definitivamente saltata. È il frutto avvelenato di uno spoils system all'amatriciana che ha consentito la contaminazione dei gangli tecnici più delicati con gli interessi di partito, per non dire di corrente o addirittura personali. Quasi sempre, quel che è ancora peggio, senza alcun riguardo per le competenze necessarie. E anche alla faccia dei numeri. A palazzo Chigi i dirigenti sono un esercito: la pianta organica ne prevederebbe 305. Un centinaio di prima fascia. Poi però ci sono gli esterni. Sotto il livello dirigenziale c'è un numero imprecisato di persone, fra circa 1.700 dipendenti di ruolo a tempo indeterminato, centinaia di collaboratori e consulenti vari e uno stuolo di distaccati e comandati da fuori semplicemente spettacolare: secondo il conto annuale della presidenza sarebbero oltre 1.500. Per non parlare, ovviamente, degli uffici di diretta collaborazione di ministri e sottosegretari. Impressionante il costo di un simile abnorme apparato. Le spese correnti della presidenza del Consiglio per il 2021 sono previste in quasi due miliardi. Un miliardo 892 milioni 469.750 euro, per l'esattezza. Ovvero il 32,3 per cento in più rispetto al 2020.