Rai, Fico: “Basta lottizzazione, anche i 5S hanno sbagliato. Sui diritti serve uno scatto”
di Annalisa Cuzzocrea , di Annalisa CuzzocreaIl presidente della Camera: "Le prese di posizione di queste ore sono inutili se la cultura della spartizione non viene superata dentro e fuori l'azienda della televisione pubblica, nelle stanze dei partiti come in quelle dei tg"
ROMA - Roberto Fico spera che sul terreno dei diritti "questa legislatura possa fare uno scatto ulteriore e forte". Ma quel che è successo al concertone del Primo maggio, la polemica scaturita dalle accuse alla Rai del cantante Fedez, deve servire – secondo il presidente della Camera – a fare una riflessione ulteriore. "La cultura della lottizzazione deve essere superata sia dentro la Rai che fuori. Nelle stanze dei partiti come in quelle dei tg. Altrimenti, le dichiarazioni di queste ore sono inutili".
Presidente, cosa intende per cultura della lottizzazione?
"Purtroppo le nomine dei direttori dei telegiornali o dei direttori di rete vengono ratificate dal consiglio di amministrazione della Rai, ma sono fatte fondamentalmente in altri luoghi. Derivano da accordi tra i partiti di maggioranza che in quel momento storico sono al governo. E questa cosa non è in alcun modo cambiata fino a oggi".
Neanche con voi.
"Neanche con n…
Presidente, cosa intende per cultura della lottizzazione?
"Purtroppo le nomine dei direttori dei telegiornali o dei direttori di rete vengono ratificate dal consiglio di amministrazione della Rai, ma sono fatte fondamentalmente in altri luoghi. Derivano da accordi tra i partiti di maggioranza che in quel momento storico sono al governo. E questa cosa non è in alcun modo cambiata fino a oggi".
Neanche con voi.
"Neanche con n…
ROMA - Roberto Fico spera che sul terreno dei diritti "questa legislatura possa fare uno scatto ulteriore e forte". Ma quel che è successo al concertone del Primo maggio, la polemica scaturita dalle accuse alla Rai del cantante Fedez, deve servire – secondo il presidente della Camera – a fare una riflessione ulteriore. "La cultura della lottizzazione deve essere superata sia dentro la Rai che fuori. Nelle stanze dei partiti come in quelle dei tg. Altrimenti, le dichiarazioni di queste ore sono inutili".
Presidente, cosa intende per cultura della lottizzazione?
"Purtroppo le nomine dei direttori dei telegiornali o dei direttori di rete vengono ratificate dal consiglio di amministrazione della Rai, ma sono fatte fondamentalmente in altri luoghi. Derivano da accordi tra i partiti di maggioranza che in quel momento storico sono al governo. E questa cosa non è in alcun modo cambiata fino a oggi".
Neanche con voi.
"Neanche con noi. Poi succede un’altra cosa: soprattutto nei periodi in cui si avvicinano le nomine, alcuni dipendenti interni alla Rai cercano di essere sponsorizzati dalla politica o per avanzare di carriera o per avere nuovi posizionamenti di potere all’interno dell’azienda".
Dirigenti che spesso vengono definiti più realisti del re. Che vigilano perché i programmi di cui si occupano non diano troppo fastidio. Accade da sempre, nessuno fa nulla. Crede che oggi possa essere diverso?
"È la realtà dei fatti e nessun partito fino a oggi si è sottratto. Nessuno escluso, sono il primo a dirlo. Ecco perché una discussione di questa portata è importante adesso. È molto interessante ascoltare tutti i propositi pubblici dei politici, sentir dire loro che la Rai deve finalmente essere libera dalle mani dei partiti. Ne approfitto per dire: facciamolo. Facciamolo adesso, nei giorni in cui ci sono le nomine del prossimo cda sulla base di una legge che io ritengo sbagliata, ma che il Parlamento in questi anni non è stato in grado di modificare".
È la legge il problema?
"Non solo. Al di là delle norme, c’è una cultura politica di lottizzazione pura e una cultura della Rai permeabile alla lottizzazione. Per questo dico, prendiamo a pretesto questa discussione per promettere ai cittadini, che sono i veri editori della Rai perché è a questo che serve il canone, di fare delle nomine assolutamente fuori da ogni logica di partito. Mettiamo al centro la competenza e l’indipendenza".
Agli attuali vertici queste qualità mancano? Lei è d’accordo con chi ne chiede le dimissioni?
"Non è questo il punto. Non ho assolutamente nulla contro gli attuali vertici della Rai e non ne chiedo le dimissioni. A mancare, lo ripeto, è la cultura dell’indipendenza. La possibilità di assumere ruoli dirigenziali nella radiotelevisione pubblica senza sentirsi chiamare di continuo dalla politica. È questo che deve cambiare".
È possibile farlo senza modificare le norme che affidano alle Camere, insieme al governo, il compito di scegliere il cda?
"È ancora possibile nominare persone competenti, libere e indipendenti. Ma c’è bisogno che questa indipendenza sia fatta valere fino in fondo dai vertici Rai, che una volta nominati devono essere svincolati dai partiti. E la cultura dell’indipendenza deve essere fatta valere anche nel governo e nei partiti, sennò è solamente un gioco delle parti e noi inganniamo le persone".
Molti leader politici hanno preso le parti di Fedez. Non lo trova ipocrita, visto che la politica non ha mai smesso di occuparsi di nomine, da quelle dei direttori dei tg fino alle conduzioni dei programmi?
"È giusto che esponenti politici prendano posizione, allo stesso tempo però tutta la politica, da destra a sinistra, deve avere l’onesta intellettuale di fare autocritica. I direttori dei tg e i direttori delle reti fanno parte di una storica spartizione di potere. È questo che dobbiamo risolvere. Se ci sono episodi di censura è chiaro che vanno condannati fino in fondo. Ma serve, proprio da parte della politica, un comportamento etico e indipendente che non miri di volta in volta a spingere la Rai a fare una cosa piuttosto che un’altra. Se si permette che gli avanzamenti di carriera siano fatti in base alla vicinanza a un partito, è chiaro che ognuno prima o poi tenterà di fare così. Bisogna essere franchi e sinceri: o depoliticizziamo davvero la Rai, oppure diciamo che ci va bene la lottizzazione e che chi vince ha diritto di mettere alla guida i suoi uomini di riferimento".
C’è ancora tempo per fare una riforma che scardini tutto questo?
"C’è tutto il tempo per fare una riforma della governance del sistema radiotelevisivo pubblico, entro la fine della legislatura. I modelli sono tanti, io ho proposto un avviso pubblico di gara che parte dall’Agcom, con una riforma del sistema di nomine. Ci sono requisiti in positivo e in negativo per chi può candidarsi nel cda. E c’è il sorteggio, con successivo controllo parlamentare. In più, vengono fissati una serie di criteri a garanzia di indipendenza e imparzialità. Ma possiamo fare tutte le leggi del mondo, anche sul modello della Bbc con un trust, senza che nulla cambi se non ci decidiamo a cambiare noi. Se i partiti non aiutano, venir fuori da situazioni come queste è impossibile. L’obiettivo deve essere l’autonomia dei vertici perché la Rai possa fare il suo percorso nel rispetto dei cittadini con il controllo parlamentare".
Tutto sta alla volontà dei partiti di maggioranza, quindi tutti tranne Fratelli d’Italia e Sinistra italiana. Realisticamente crede si riuscirà a cambiare qualcosa?
"Dico che serve la volontà politica di cambiare strada dal punto di vista legislativo e culturale. Una volontà sincera. O è inutile lamentarsi".
Perché questa nuova strada il Movimento – che la predica da sempre – non l’ha intrapresa quando è andato al governo?
"È una critica giusta. Penso sia arrivato il momento di insistere e provare nuovamente a cambiare. All’epoca, quando presentammo la mia legge in Parlamento, il Movimento fu compatto nel votarla, ma non passò per i no degli altri".
Eravate all’opposizione. Una volta in maggioranza ve ne siete dimenticati?
"Su questo dobbiamo fare autocritica. Incidere di più, portare avanti la riforma e contribuire a un cambio culturale sulla Rai cui non sempre abbiamo contribuito. Come tutti".
Per i nuovi vertici si fanno i nomi di Giovanni Minoli, Ferruccio De Bortoli, Tinny Andreatta. Lei chi sceglierebbe?
"Non mi esprimo sui nomi. È la logica a dover cambiare".
Il polverone di queste ore nasce dal dibattito sulla legge contro l’omotransfobia. Lei è favorevole?
"È un tema su cui c’è un dibattito in Parlamento e sarà il Parlamento a esprimersi. Il mio auspicio è che sul terreno dei diritti si faccia uno scatto ulteriore e forte in questa legislatura".
Presidente, cosa intende per cultura della lottizzazione?
"Purtroppo le nomine dei direttori dei telegiornali o dei direttori di rete vengono ratificate dal consiglio di amministrazione della Rai, ma sono fatte fondamentalmente in altri luoghi. Derivano da accordi tra i partiti di maggioranza che in quel momento storico sono al governo. E questa cosa non è in alcun modo cambiata fino a oggi".
Neanche con voi.
"Neanche con noi. Poi succede un’altra cosa: soprattutto nei periodi in cui si avvicinano le nomine, alcuni dipendenti interni alla Rai cercano di essere sponsorizzati dalla politica o per avanzare di carriera o per avere nuovi posizionamenti di potere all’interno dell’azienda".
Dirigenti che spesso vengono definiti più realisti del re. Che vigilano perché i programmi di cui si occupano non diano troppo fastidio. Accade da sempre, nessuno fa nulla. Crede che oggi possa essere diverso?
"È la realtà dei fatti e nessun partito fino a oggi si è sottratto. Nessuno escluso, sono il primo a dirlo. Ecco perché una discussione di questa portata è importante adesso. È molto interessante ascoltare tutti i propositi pubblici dei politici, sentir dire loro che la Rai deve finalmente essere libera dalle mani dei partiti. Ne approfitto per dire: facciamolo. Facciamolo adesso, nei giorni in cui ci sono le nomine del prossimo cda sulla base di una legge che io ritengo sbagliata, ma che il Parlamento in questi anni non è stato in grado di modificare".
È la legge il problema?
"Non solo. Al di là delle norme, c’è una cultura politica di lottizzazione pura e una cultura della Rai permeabile alla lottizzazione. Per questo dico, prendiamo a pretesto questa discussione per promettere ai cittadini, che sono i veri editori della Rai perché è a questo che serve il canone, di fare delle nomine assolutamente fuori da ogni logica di partito. Mettiamo al centro la competenza e l’indipendenza".
Agli attuali vertici queste qualità mancano? Lei è d’accordo con chi ne chiede le dimissioni?
"Non è questo il punto. Non ho assolutamente nulla contro gli attuali vertici della Rai e non ne chiedo le dimissioni. A mancare, lo ripeto, è la cultura dell’indipendenza. La possibilità di assumere ruoli dirigenziali nella radiotelevisione pubblica senza sentirsi chiamare di continuo dalla politica. È questo che deve cambiare".
È possibile farlo senza modificare le norme che affidano alle Camere, insieme al governo, il compito di scegliere il cda?
"È ancora possibile nominare persone competenti, libere e indipendenti. Ma c’è bisogno che questa indipendenza sia fatta valere fino in fondo dai vertici Rai, che una volta nominati devono essere svincolati dai partiti. E la cultura dell’indipendenza deve essere fatta valere anche nel governo e nei partiti, sennò è solamente un gioco delle parti e noi inganniamo le persone".
Molti leader politici hanno preso le parti di Fedez. Non lo trova ipocrita, visto che la politica non ha mai smesso di occuparsi di nomine, da quelle dei direttori dei tg fino alle conduzioni dei programmi?
"È giusto che esponenti politici prendano posizione, allo stesso tempo però tutta la politica, da destra a sinistra, deve avere l’onesta intellettuale di fare autocritica. I direttori dei tg e i direttori delle reti fanno parte di una storica spartizione di potere. È questo che dobbiamo risolvere. Se ci sono episodi di censura è chiaro che vanno condannati fino in fondo. Ma serve, proprio da parte della politica, un comportamento etico e indipendente che non miri di volta in volta a spingere la Rai a fare una cosa piuttosto che un’altra. Se si permette che gli avanzamenti di carriera siano fatti in base alla vicinanza a un partito, è chiaro che ognuno prima o poi tenterà di fare così. Bisogna essere franchi e sinceri: o depoliticizziamo davvero la Rai, oppure diciamo che ci va bene la lottizzazione e che chi vince ha diritto di mettere alla guida i suoi uomini di riferimento".
C’è ancora tempo per fare una riforma che scardini tutto questo?
"C’è tutto il tempo per fare una riforma della governance del sistema radiotelevisivo pubblico, entro la fine della legislatura. I modelli sono tanti, io ho proposto un avviso pubblico di gara che parte dall’Agcom, con una riforma del sistema di nomine. Ci sono requisiti in positivo e in negativo per chi può candidarsi nel cda. E c’è il sorteggio, con successivo controllo parlamentare. In più, vengono fissati una serie di criteri a garanzia di indipendenza e imparzialità. Ma possiamo fare tutte le leggi del mondo, anche sul modello della Bbc con un trust, senza che nulla cambi se non ci decidiamo a cambiare noi. Se i partiti non aiutano, venir fuori da situazioni come queste è impossibile. L’obiettivo deve essere l’autonomia dei vertici perché la Rai possa fare il suo percorso nel rispetto dei cittadini con il controllo parlamentare".
Tutto sta alla volontà dei partiti di maggioranza, quindi tutti tranne Fratelli d’Italia e Sinistra italiana. Realisticamente crede si riuscirà a cambiare qualcosa?
"Dico che serve la volontà politica di cambiare strada dal punto di vista legislativo e culturale. Una volontà sincera. O è inutile lamentarsi".
Perché questa nuova strada il Movimento – che la predica da sempre – non l’ha intrapresa quando è andato al governo?
"È una critica giusta. Penso sia arrivato il momento di insistere e provare nuovamente a cambiare. All’epoca, quando presentammo la mia legge in Parlamento, il Movimento fu compatto nel votarla, ma non passò per i no degli altri".
Eravate all’opposizione. Una volta in maggioranza ve ne siete dimenticati?
"Su questo dobbiamo fare autocritica. Incidere di più, portare avanti la riforma e contribuire a un cambio culturale sulla Rai cui non sempre abbiamo contribuito. Come tutti".
Per i nuovi vertici si fanno i nomi di Giovanni Minoli, Ferruccio De Bortoli, Tinny Andreatta. Lei chi sceglierebbe?
"Non mi esprimo sui nomi. È la logica a dover cambiare".
Il polverone di queste ore nasce dal dibattito sulla legge contro l’omotransfobia. Lei è favorevole?
"È un tema su cui c’è un dibattito in Parlamento e sarà il Parlamento a esprimersi. Il mio auspicio è che sul terreno dei diritti si faccia uno scatto ulteriore e forte in questa legislatura".