Hanno tutti ragione | Adulterio, Macaluso!
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniIl 18 febbraio 1944 gli agenti Giovanni Vacirca e Giuseppe Cacciato si presentano alla Locanda Italia, un alberghetto di Caltanissetta in via Barone Lanzirotti. Si recano alla camera numero otto. Sanno già chi c’è dentro. Nella camera ci sono la signora Michela Di Maia, detta Lina, 22 anni e – leggiamo dal verbale – il “giovane Macaluso Emanuele, studente” (19 anni, precisiamo noi). “Abbiamo appreso che il marito della Di Maria Michela aveva già presentato querela a carico della moglie e di Macaluso Emanuele per adulterio, e pertanto li abbiamo dichiarati in arresto”. Il marito di Lina chiede per la coppia “la punizione ai sensi di legge” per l’adulterio “di cui è prova la scoperta fatta in un albergo di questa città”.
Le carte di quell’arresto – una delle molte burrasche erotiche della vita di Macaluso, già militante comunista all’epoca dei fatti &ndash…
Il 18 febbraio 1944 gli agenti Giovanni Vacirca e Giuseppe Cacciato si presentano alla Locanda Italia, un alberghetto di Caltanissetta in via Barone Lanzirotti. Si recano alla camera numero otto. Sanno già chi c’è dentro. Nella camera ci sono la signora Michela Di Maia, detta Lina, 22 anni e – leggiamo dal verbale – il “giovane Macaluso Emanuele, studente” (19 anni, precisiamo noi). “Abbiamo appreso che il marito della Di Maria Michela aveva già presentato querela a carico della moglie e di Macaluso Emanuele per adulterio, e pertanto li abbiamo dichiarati in arresto”. Il marito di Lina chiede per la coppia “la punizione ai sensi di legge” per l’adulterio “di cui è prova la scoperta fatta in un albergo di questa città”.
Le carte di quell’arresto – una delle molte burrasche erotiche della vita di Macaluso, già militante comunista all’epoca dei fatti – le ha scovate Concetto Vecchio, insieme ad alcune lettere d’amore che i due amanti si erano scambiati nei due anni precedenti, miracolosamente conservate nell’Archivio di Stato di Caltanissetta, e sono una delle scoperte più intriganti contenute in L’ultimo compagno. Emanuele Macaluso, il romanzo di una vita (Chiarelettere), un libro costruito in due anni circa di incontri e chiacchierate per ricostruire una biografia sentimentale, dove la politica si intreccia ai racconti di vita personale, prima che la morte di Macaluso ponga fine al racconto. “Più Emanuele e meno comunismo”, è la sintesi che l’autore offre al protagonista del libro per convincerlo a sottoporsi a sedute dove la memoria è attraversata talvolta dal rimpianto e dal rimorso ma più spesso da una vis polemica capace di riesplodere vivida come decenni prima (“Quella polemica con Montanelli? Avevo ragione!") e quasi sempre, purtroppo, dal senso della fine del tempo e della decadenza fisica.
La vicenda dell’arresto di Macaluso non fu solo privata. All’epoca l’arresto per questo reato era facoltativo. E Macaluso stesso non aveva dubbi: si era voluto colpirlo politicamente, per la sua militanza sindacale nella Sicilia del latifondo e dei baronati. “I democristiani – racconta Macaluso a Vecchio – indussero il marito a denunciarci. Ero un giovane sindacalista di sinistra che cominciava a dare fastidio e quella storia poteva indebolirmi. Un giorno bussarono alla porta del nostro giaciglio. Aprii. Davanti a noi rotondeggiava il maresciallo Vacirca. Lo conoscevo bene perché suo figlio era stato mio compagno alle elementari. Mi guardava imbarazzato, girandoci attorno. “Che c’è?”, gli domandai secco. “Debbo portarti in Questura”. “E che ho fatto di male?”. “Adulterio, Macaluso!”.
La donna adultera era punita, in caso di condanna, con la reclusione fino a un anno. L’uomo anche, ma solo in caso di “concubinato stabile e notorio”, solo cioè se conviveva sotto lo stesso tetto con l’amante. Incredibilmente l’articolo 559 del codice penale che puniva penalmente gli adulteri rimase in vigore per un altro quarto di secolo, in piena Italia repubblicana e democratica, e ancora nel 1961 la Corte costituzionale sentenziò che non violava alcun principio di parità tra i generi, “per la maggiore gravità dell’offesa che il legislatore, in conformità della comune opinione, riscontrava nella infedeltà della donna”. Solo nel 1968 fu abrogato il reato.
Il 26 febbraio 1944 Lina ed Emanuele furono scarcerati e decisero di andare a vivere insieme, lei sfidando l’ira dei familiari e lui quella del partito: “Mi osteggiò, venni additato come persona immorale. Una donna sposata si stava separando per colpa mia”. Un capo locale del Pci prese Macaluso da parte: “Tu sei un dirigente, non puoi comportarti così!”. Macaluso rispose che non intendeva sciogliere il suo legame con Lina, nemmeno se glielo ordinava il Pci. Andò a vivere con la donna che amava. Vennero due figli. “Ma il partito continuava a rompermi i coglioni. Mi fu impedito di partecipare alla scuola di partito a Roma. Allora il mio caso fu sottoposto al vaglio della direzione nazionale”. Il giudice di Macaluso fu, per sua fortuna, Velio Spano, già militante clandestino all’estero del Pci. Uno di larghe vedute. Assolse Macaluso con formula piena. Ma nell’Italia degli anni Quaranta l’amore con la madre dei suoi figli gli era costata sette giorni di galera e un “processo” nel partito cui era iscritto.
Vecchio spinge Macaluso a ripercorrere anche un’altra vicenda sentimentale che gli costò grane nel Pci e non solo. Il suo legame – finita la relazione con Lina – con la nobildonna palermitana Ninni Monroy di Pandolfina, già maritata Pirri Ardizzone, la cui figlia Fiora fu negli anni di piombo arrestata e poi condannata per terrorismo. La graziò Sandro Pertini, dopo sette anni di detenzione, e la cosa suscitò polemiche perché Macaluso era all’epoca direttore dell’Unità e fu accusato dalla stampa di destra di aver sfruttato la sua posizione per ottenere il provvedimento. C’è poi il rapporto travagliato col figlio Pompeo, militante della sinistra extraparlamentare anche, o forse soprattutto, per ribellione alla figura paterna.
C’è un passaggio che illumina la lettura e dà un senso a tutti gli eventi narrati: “La mia generazione ha conosciuto il fascismo e le guerre. Negli anni Trenta molti di quelli che conoscevo andarono a combattere da volontari la guerra d’Africa o di Spagna. E questa continua minaccia, la precarietà di un’esistenza inducevano i giovani a riflettere, a farsi delle domande: soprattutto le domande importanti. Eravamo immersi in una condizione sociale tremenda, che ci imponeva senza indugi scelte radicali”. Leggete il libro, non ve ne pentirete.