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Il premier Mario Draghi (ansa)

Governo, Draghi respinge i veti. Avanti per il Recovery “Completerò il mio lavoro”

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Il premier irritato dalle parole di Salvini teme una estate difficile. E allontana l’ipotesi Colle
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ROMA - Se c'è una cosa che Mario Draghi considera un punto d'onore, è "completare il lavoro" iniziato. È l'unico modo per mettere sul binario giusto il Recovery, una questione di "serietà". E quindi, non sarà Matteo Salvini a dettare i tempi al premier, nonostante gli scomposti avvertimenti lanciati dalle colonne di Repubblica.

Sostenere infatti, come fa il leghista, che non è questo l'esecutivo giusto per le riforme - a partire da quelle della giustizia e del fisco - significa boicottare in partenza due dei pilastri necessari al Next generation Eu. Senza gli interventi strutturali, si "mette a rischio" la montagna di denaro del piano europeo. Draghi non accetterà che accada. "Rispetterò gli impegni presi con il Paese e con l'Europa", ecco il senso dei suoi ragionamenti in queste ore. Perché l'agenda di governo "c'è, è ben definita e no…
ROMA - Se c'è una cosa che Mario Draghi considera un punto d'onore, è "completare il lavoro" iniziato. È l'unico modo per mettere sul binario giusto il Recovery, una questione di "serietà". E quindi, non sarà Matteo Salvini a dettare i tempi al premier, nonostante gli scomposti avvertimenti lanciati dalle colonne di Repubblica.

Sostenere infatti, come fa il leghista, che non è questo l'esecutivo giusto per le riforme - a partire da quelle della giustizia e del fisco - significa boicottare in partenza due dei pilastri necessari al Next generation Eu. Senza gli interventi strutturali, si "mette a rischio" la montagna di denaro del piano europeo. Draghi non accetterà che accada. "Rispetterò gli impegni presi con il Paese e con l'Europa", ecco il senso dei suoi ragionamenti in queste ore. Perché l'agenda di governo "c'è, è ben definita e non cambia".

Il presidente del Consiglio sa bene che occorrerà riformare l'essenziale, non un centimetro di più. Fare il possibile per trovare un punto di caduta tra "diversi" su due o tre dossier caldi. Cercando nel Pd una sponda che finora, è opinione diffusa nella galassia del premier, non sempre è stata all'altezza. La scelta, dirà Draghi nei prossimi mesi, è sempre la stessa: ammainare le "bandiere di parte, pensare all'interesse collettivo". L'alternativa è lasciare che il Recovery si perda nei meandri della burocrazia. E mettere a repentaglio le gigantesche tranche di finanziamento che l'Ue è disposta ad assicurare, a patto che l'Italia cambi pelle.
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E quindi si torna a Salvini. Al suo schiaffo, che può tradursi brutalmente così: non sarai l'uomo delle riforme, accontentati - si fa per dire - del comodo rifugio del Quirinale. Uno sgarbo doppio dell'ex ministro dell'Interno. Contro l'attuale premier, strattonato senza troppi complimenti. E poi contro Sergio Mattarella. Non perché l'attuale Presidente si stia muovendo in questa direzione, ma perché tutte le altre forze politiche di maggioranza discutono da mesi proprio del suo bis.

Siamo ancora nell'ambito dello scontro controllato con Salvini. Degli atti moderatamente ostili. Eppure, nessuno tra quelli entrati in contatto con Draghi negli ultimi giorni e nelle ultime ore nega che l'ex banchiere centrale sia irritato, oltreché preoccupato. Forse anche un po' stufo, perché l'attivismo del leghista rischia di diventare, anzi forse è già diventato un problema. Il timore è che sia alle porte una nuova fase, in cui l'ostilità del leader del Carroccio diventi sempre meno moderata. Il sospetto, temono a Palazzo Chigi, è che la situazione peggiori durante l'estate, con la campagna per le amministrative d'autunno nelle grandi città.

La scintilla capace di produrre nuovi equilibri, oppure il caos. Non è quello a cui Draghi intende sottoporsi. Consapevole della portata delle sfide che ha di fronte, ha promesso al Quirinale e ai suoi interlocutori europei e internazionali che farà di tutto per completare il lavoro avviato. Con un obiettivo non dichiarato: trasformare il Paese da laboratorio dei sovranismi ad asset fondamentale dell'unità europea e atlantica, anche in vista del dopo Merkel. Anche a Oporto, in occasione del recente Consiglio Ue, non sono mancati gli incitamenti privati dei leader a giocare una partita di governo di lungo respiro, almeno fino al 2023.
Salvini, di nuovo. Ostacola questo scenario. Ha centrato in modo spregiudicato il nodo politico delle riaperture, provando a far passare per "chiusurista" Draghi, che è semmai un "aperturista" razionale. E poi ha lanciato un altro guanto di sfida, decidendo di raccogliere le firme per i referendum sulla giustizia. Anche in questo caso, pesa l'opportunità politica: il Recovery prevede interventi sul dossier, uno strappo del genere sembra una provocazione che complica la mediazione di Marta Cartabia e mina la maggioranza.

Infine la scelta di Salvini di "candidarlo" pubblicamente al Colle. Non è tempo di "fughe in avanti o "ragionamenti prematuri", questa è la linea di Draghi. Sia chiaro, il premier non può certo considerare un affronto che qualcuno lo pensi al Quirinale. Semmai, vale il concetto precedente: c'è prima un lavoro da completare, diventare Presidente significherebbe precipitare il Paese ad elezioni anticipate. E poi, non è inevitabile leggere come un atto ostile un sostegno così intempestivo, quasi a volergli mettere la casacca leghista?

Salvini, è chiaro anche a Palazzo Chigi, ha un piano neanche troppo elaborato: spingere Draghi al Colle (magari anche "bruciandolo") per votare nel 2022. Per il leghista, arrivare invece al 2023 significherebbe subire il sorpasso certo di Giorgia Meloni. Così gli hanno spiegato alcuni sondaggisti, gli stessi che hanno sussurrato alla leader di Fratelli d'Italia di stringere i denti per due anni, in modo da raccogliere i frutti dell'opposizione solitaria. Non è detto che non l'abbiano convinta.