Tassa di successione, da Berlusconi a Prodi 25 anni di battaglie. "È immorale". "No, è per l'uguaglianza"
di Sergio Rizzo , di Sergio RizzoDuecentotrentasette miliardi e ottocento milioni di lire, pagarono gli eredi Rovelli. Somma oggi equivalente, per capirci, a 200 milioni di euro e spicci. La mazzata più grande che forse si ricordi della famigerata tassa di successione, per la serie dei paradossi italiani, non è sul passaggio generazionale di qualche colosso industriale, bensì sul gigantesco risarcimento di 980 miliardi di lire versato nel 1994 dall'Imi ai figli del "Clark Gable della Brianza", come veniva soprannominato lo spericolato imprenditore Nino Rovelli morto tre anni prima. Peccato soltanto che quel risarcimento non fosse frutto del lavoro, ma della corruzione. Dunque immorale. Con quella mega tassa di successione che rese involontariamente almeno un briciolo di moralità a quella maleodorante vicenda.
Morale o immorale? Questo il dilemma che da sempre insegue l'imposta di successione. "Oggettivamente immorale", la bollò nel 1997 Giulio Trem…
Duecentotrentasette miliardi e ottocento milioni di lire, pagarono gli eredi Rovelli. Somma oggi equivalente, per capirci, a 200 milioni di euro e spicci. La mazzata più grande che forse si ricordi della famigerata tassa di successione, per la serie dei paradossi italiani, non è sul passaggio generazionale di qualche colosso industriale, bensì sul gigantesco risarcimento di 980 miliardi di lire versato nel 1994 dall'Imi ai figli del "Clark Gable della Brianza", come veniva soprannominato lo spericolato imprenditore Nino Rovelli morto tre anni prima. Peccato soltanto che quel risarcimento non fosse frutto del lavoro, ma della corruzione. Dunque immorale. Con quella mega tassa di successione che rese involontariamente almeno un briciolo di moralità a quella maleodorante vicenda.
Morale o immorale? Questo il dilemma che da sempre insegue l'imposta di successione. "Oggettivamente immorale", la bollò nel 1997 Giulio Tremonti, che quattro anni dopo l'avrebbe abolita fra le proteste del centrosinistra. Dove Romano Prodi sentenziò: "L'abolizione dell'imposta sull'eredità cancella uno dei principali strumenti di uguaglianza sociale".
Con quel dilemma ora deve fare i conti anche il segretario del Partito democratico Enrico Letta, che ha proposto di introdurla sui patrimoni più grandi per offrire un gruzzoletto di 10 mila euro ai diciottenni. E magari non si aspettava che proprio Mario Draghi lo gelasse: "Non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli".
Morale o immorale, dunque? In un Paese come l'Italia, dove un ministro come Tommaso Padoa-Schioppa fu quasi impalato per aver osato dire "Le tasse sono bellissime" mentre un presidente del consiglio paragonava l'evasione alla legittima difesa venendo per questo osannato, la risposta è scontata. Qui nessuno paga volentieri le imposte, neppure sapendo che senza quelle non ci sarebbero scuole, ospedali, strade, treni e servizi pubblici. Figuriamoci una tassa sulle cose che si lasciano ai figli. E siccome la politica in Italia è soprattutto l'arte del consenso, la verità è che l'imposta di successione è scomoda per tutti. Anche per i partiti che innalzano la bandiera dell'equità sociale. Qualche anno fa chi mai si sarebbe aspettato di sentire un pezzo da novanta del Movimento 5 stelle affermare che trattasi di "una tassa illiberale"? L'ha detto Luigi Di Maio alla trasmissione Stasera Italia, a maggio del 2019. Poi caso ha voluto che si ritrovasse al governo con un ministro del Sud, Giuseppe Provenzano, convinto che "la tassa di successione è un'idea liberale, perché non c'è nessun merito a diventare ricchi se si eredita". Nessuno dei due aveva l'età per ricordare che nel 1981, prima che venissero al mondo, fu il Partito liberale e proporre il primo radicale intervento sulla imposta di successione, proponendo l'esenzione totale per l'abitazione passata ai figli.
Già allora si potevano capire molte cose a proposito della presunta immoralità della tassa. Non c'è altro Paese al mondo dove l'80 per cento delle famiglie sia proprietario della casa in cui abita, e nel quale la proprietà immobiliare delle seconde e terze case sia così diffusa. Il problema, dunque, è in gran parte lì. Ovvero, la casa. E qui non c'è destra o sinistra. "Quando si parla di tassa sulla successione penso che si debba considerare l'eccezione di chi passa ai figli un bene che serve a riprodurre la vita. Ad esempio io ho una casa e la do ai miei figli ed in questo caso le tasse vanno evitate. Sono per reintrodurre l'imposta di successione solo per patrimoni e ricchezze sopra una certa soglia'": parole del leader di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti pronunciate alla vigilia delle elezioni del 2006.
La tassa "immorale" era stata già abolita dal governo di Silvio Berlusconi, mitragliato senza sosta dall'opposizione che l'accusava di aver esteso il proprio conflitto d'interessi anche al fisco. Ma per anni, già prima di conquistare palazzo Chigi, l'abolizione della tassa sull'eredità era stato un formidabile cavallo di battaglia del Cavaliere. Così potente da aprire qualche crepa anche nel centrosinistra. Dove forse, a voler pensare male, c'era qualcuno che non aspettava altro. E dopo una lunga gestazione la riforma della tassa di successione venne sfornata a novembre del 2000, governo di Giuliano Amato, ministro delle Finanze il socialista ex segretario generale aggiunto della Cgil Ottaviano Del Turco. I superstiti avrebbero pagato dal 4 all'8 per cento del valore ereditato, ma unicamente sopra i 350 milioni di lire: il valore, allora, di una decente abitazione. Per gli eredi con handicap e i minori, poi, l'esenzione arrivava al miliardo di lire.
Pochi mesi dopo arrivò Berlusconi e la spazzò via. Ma ecco di nuovo Prodi, e la giostra si rimise in moto. Soltanto, con maggiore difficoltà. L'Ulivo bis assomigliava tanto a quello che Rino Formica definì "una marmellata tenuta insieme con l'elastico" e come su quasi tutto le opinioni sulla tassa di successione erano distanti anni luce. Il programma di governo diceva che sarebbe stata ripristinata. Ma già il futuro ministro della Giustizia Clemente Mastella storceva il naso: "Tranquilli, la tassa non si tocca". E Francesco Rutelli, alla vigilia della prima finanziare, ebbe a giudicare l'imposta "anacronistica". Mentre Antonio Di Pietro auspicava che non fosse "punitiva per i figli sui beni che i padri hanno messo insieme con sacrificio". E Piero Fassino negò perfino che si chiamasse così: "Non è una tassa di successione, ma un'imposta di registro che c'è già oggi'". Finì che furono ripristinate le aliquote dal 4 all'8 per cento, ma stavolta solo per i beni sopra il milione di euro di valore.
In attesa del prossimo ribaltone. Berlusconi nel 2008 rivinse le elezioni promettendo solennemente: "Una volta al governo elimineremo la tassa di successione". Poi però se ne dimenticò, come della promessa di cancellare il bollo dell'auto. Di tanto in tanto qualche bordata, ma come un disco rotto, mentre negli Stati Uniti Warren Buffett, Bill Gates e George Soros imploravano il congresso di aumentare ancora le imposte di successione. L'ultima al Politeama di Palermo, nel novembre 2017, prima delle elezioni dell'anno seguente: "Aboliremo l'imposta sulla prima casa e quella sulla successione", annunciò fra il tripudio della folla, secondo il resoconto di Michele Esposito per l'Ansa. Dimenticando però che la tassa sulla prima casa era stata già cancellata a fine 2013 dal governo di Enrico Letta per le pressioni della destra che era parte della sua maggioranza.
E siamo a oggi con un Letta capace invece di scatenare l'ira dei pasdaran del Cavalere come Lucia Ronzulli: "È stata Forza Italia ad abolire la tassa di successione e impediremo che venga reintrodotta, così come ci opporremo a qualsiasi altra forma di aggressione ai patrimoni degli italiani". A parte il fatto che la tassa è stata reintrodotta 15 anni fa, immaginiamo come sarebbero accolte certe dichiarazioni nei Paesi dove da sempre l'imposta sulle eredità è un pilastro della democrazia economica, oltre a essere un ingranaggio dell'ascensore sociale, in Italia ormai praticamente fermo. Nelle stesse ore in cui Letta proponeva di inasprirla moderatamente, le agenzie battevano la notizia che la famiglia di Lee Kun-hee, presidente della coreana Samsung passato a miglior vita sei mesi orsono, pagherà 11 miliardi di dollari di tasse di successione. In Corea del Sud l'imposta è del 60 per cento. Nonostante questa aggressione del fisco ai patrimoni coreani il pil pro capite reale dello stato asiatico fra il 2001 e il 2021 è salito del 44,4 per cento, superando quello italiano. Che negli stessi anni si è ridotto invece del 9,4 per cento. Con un risultato peggiore di tutti i Paesi avanzati. Per inciso, vent'anni fa la tassa di successione è stata introdotta anche in Cina.