✕

Come un Carlo in tangenziale. Calenda in visita a Bastogi, set del film con Cortellesi e Albanese

Il candidato di Azione nelle case popolari della periferia Ovest della Capitale, simbolo di degrado, dove non arriva il gas e non ci sono servizi
3 minuti di lettura

ROMA - "E certo che lo conosco Bastogi, mi' sorella ha sceneggiato Come un gatto in Tangenziale". Il pulmino di Carlo Calenda è appena arrivato dentro a uno dei quartieri più difficili di Roma. Le residenze Bastogi - periferia ovest della capitale - sono da anni simbolo di degrado e di sconfitta. Nate per essere alloggi temporanei, sono diventate case, spesso occupate sfondando porte, o muri. "Qui non arriva il gas, stiamo ancora con le bombole", racconta uno degli abitanti mostrando una perdita d'acqua in bagno. Calenda guarda, ascolta. Mette da parte la tracotanza e le certezze buone per i social, il cui uso un po' eccessivo gli è stato spesso rimproverato. Sa che qui non funzionano, non sono arnesi buoni da portare in periferia. 

 

Sono sporche e scrostate, le sei palazzine dove i rifiuti si ammassano agli angoli, ma qualcuno cura rose che si arrampica…

ROMA - "E certo che lo conosco Bastogi, mi' sorella ha sceneggiato Come un gatto in Tangenziale". Il pulmino di Carlo Calenda è appena arrivato dentro a uno dei quartieri più difficili di Roma. Le residenze Bastogi - periferia ovest della capitale - sono da anni simbolo di degrado e di sconfitta. Nate per essere alloggi temporanei, sono diventate case, spesso occupate sfondando porte, o muri. "Qui non arriva il gas, stiamo ancora con le bombole", racconta uno degli abitanti mostrando una perdita d'acqua in bagno. Calenda guarda, ascolta. Mette da parte la tracotanza e le certezze buone per i social, il cui uso un po' eccessivo gli è stato spesso rimproverato. Sa che qui non funzionano, non sono arnesi buoni da portare in periferia. 

 

Sono sporche e scrostate, le sei palazzine dove i rifiuti si ammassano agli angoli, ma qualcuno cura rose che si arrampicano ai balconi. "Vot'Antonio vot'Antonio", grida un uomo affacciandosi alla finestra, mentre un gatto solitario attraversa il campetto da calcio deserto. L'ex ministro dello Sviluppo si cala subito nella parte: "Io con lui ci voglio parlare". Così sale al terzo piano lungo scale grigie e larghe, con le finestre che al posto dei vetri hanno teli di plastica tenuti insieme dallo scotch, con carrelli della spesa che spuntano agli angoli. Sale e sulla porta dell'uomo che ha urlato legge un nome e poi: "Per il controllo bussate forte, perché il campanello si sente molto basso".

 

"Io sono interdetto ai pubblici uffici, nun te posso votà", è l'accoglienza.  

"E non importa, dimmi che problemi avete qui". 

"A Bastogi i problemi c'erano, ci sono e ci saranno sempre".  

"E no - tenta di convincerlo Calenda - e che è? Una maledizione?".  

Dai balconi, arrivano urla di rabbia: "Andate a guardare i garage, andate a vedere lo schifo, che tanto poi ve ne tornate sulle poltrone al caldo!". Lui non fa una piega e cerca di parlare con le suore attraverso le finestre: sono in quarantena per il Covid. Non fanno opere, a Bastogi. L'unica missione della loro congregazione è andare nei posti più degradati e pregare.  

I garage sono devastati dalle perdite d'acqua. "Qui ci sono i topi, gli scarafaggi", dice una signora - magrissima - che vive col figlio e la compagna di lui. Hanno sfondato un muro per prendere possesso di una stanza in più. Hanno fatto come tanti.  

"Qui nessuno paga la luce, si attaccano", racconta l'uomo del terzo piano mostrando il piano di sotto a Calenda: c'è un terrazzo ricolmo di rifiuti di ogni sorta.  

"L'avete chiamata l'Ama?".  

"E che no?".  

Ha una casa tirata a lucido, il finto parquet chiaro, la cucina scarlatta, il televisore al plasma con il satellite bloccato su Sole a catinelle di Checco Zalone. Ha messo pausa per parlare col candidato che non può votare. E' scalzo, con un cagnolino in braccio a cui Calenda fa qualche moina.  Accanto alla porta c'è un mosaico di foto che lo mostra con la compagna e il figlio di lei. "Cos'hai fatto per essere ai domiciliari?".  

"Mi hanno messo dentro a un'associazione".   

"A delinquere?".  

"A delinquere".  

Carlo Calenda non ha l'aria sperduta e preoccupata di Antonio Albanese nel film con Paola Cortellesi. È al secondo giro dei municipi di Roma, ha preparato per ognuno volantini dedicati con l'elenco dei problemi da risolvere dicendo come pensa di farlo. Ha visto le vedette di San Basilio, si aspettava quelle di Bastogi.  

Con lui ci sono Flavia De Gregorio, consigliera del primo municipio, e Silvia Vannutelli: un dottorato alla Boston University, una cattedra che la aspetta, a settembre, alla Northwestern di Chicago. "Ottobre", continua a dire l'ex ministro. "Settembre, non ci provare", ribatte lei, che guida l'ufficio studi della campagna e ha preparato programmi dettagliati a partire dal sociale. E che si ferma per quasi un'ora a parlare con Tamara, tre figli piccoli, un marito disoccupato e lontano, che vive in pochi metri quadri con la madre e il padre e ha paura di andare in Svezia - come vorrebbe il marito albanese - "perché non so neanche la lingua, io i miei figli voglio poterli aiutare. Qui so come fare, ma lì? Lui non capisce, lui è arrivato in Italia in gommone nel 2000 a 16 anni, partire per lui non è un problema".  

E così Bastogi è l'inferno da cui molti non vogliono andar via. Vorrebbero il gas, però. Che qualcuno aggiustasse le perdite. Anche per questo, Calenda sfodera un modo di fare pragmatico e il suo purissimo accento romano. Tanto da esplodere, poco dopo, davanti a un macellaio di Boccea col ciuffo alla Elvis: "Aridaje co sta storia della ricchezza, io non so' ricco, mia madre fa la regista, mio nonno era regista, che è n'artra cosa. E che non era bello Pane amore e fantasia?".  

"E sì che era bello", è la risposta. "Io lo dico sempre ma tanto so che è inutile - dice sconsolato lui - ormai è passata questa cosa qui, anche se sono andato a lavorare a 18 anni per mantenermi all'università perché i miei spendevano già tanto per aiutarmi a crescere la figlia che ho avuto a 16. Anche se essere mia madre non c'entra niente con essere Spielberg. È passata che so' quello ricco, e non c'è niente da fare".     

Ci sono due bambine che fanno su e giù sulle scale antincendio, arrugginite. Frequentano la quarta elementare in due scuole diverse. Sono le 11, ma sono lì. "Mi sono svegliata alle 9", dice una di loro. "C'era sciopero", si giustifica l'altra. La sorella più piccola ha tre anni e lo sguardo curioso. C'è un asilo nido proprio di fronte alle palazzine, ma lei non ci va.  

Si avvicina Manuel, grande e grosso, con in testa un'idea precisa da sottoporre a Calenda: "Qui la prima cosa da fare è regolarizzare l'assegnazione delle case. Se ognuno paga un po', se non ci sono più abusivi, allora intervenire e aggiustare diventa più facile".  

Ma non c'è niente di facile e mentre il pulmino "blu Calenda" si dirige verso il banchetto di Montespaccato, ne sono tutti consapevoli. "Torneremo ancora", dicono. "Bisogna tornare", dice lui, mentre dietro le finestre qualcuno continua a inveire. E i cani abbaiano l'uno contro l'altro. E la macchina carbonizzata nel piazzale sembra stare lì da anni a dire di vendette. E di abbandono.