Servizi, la resa di “doppio Mike” Mancini. Così il governo chiude la stagione del ricatto
di Carlo Bonini , di Carlo BoniniLa resa senza condizioni di “doppio Mike” Marco Mancini, la spia pret-a-porter che per un quarto di secolo ha sussurrato all’orecchio della Politica, è qualcosa di più di una rovinosa caduta ad alto valore simbolico. O di un silenzioso sipario sulla rotonda di un autogrill dell’autostrada A1.
Nella scelta della sessantenne spia emiliana di consegnarsi docilmente prima allo smaltimento delle ferie arretrate (in corso), quindi all’umiliazione della destituzione dall’incarico nel Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza (deciso) e infine a un prepensionamento “volontario” che firmerà a metà luglio, preferito a un rientro punitivo con il grado di maresciallo nei ranghi dell’arma dei carabinieri da cui proveniva, è infatti non solo la nemesi dell’Icaro che troppo si è avvicinato al sole. È anche e soprattutto il capitolo finale di un’infelicissima stagione della nostra…
La resa senza condizioni di “doppio Mike” Marco Mancini, la spia pret-a-porter che per un quarto di secolo ha sussurrato all’orecchio della Politica, è qualcosa di più di una rovinosa caduta ad alto valore simbolico. O di un silenzioso sipario sulla rotonda di un autogrill dell’autostrada A1.
Nella scelta della sessantenne spia emiliana di consegnarsi docilmente prima allo smaltimento delle ferie arretrate (in corso), quindi all’umiliazione della destituzione dall’incarico nel Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza (deciso) e infine a un prepensionamento “volontario” che firmerà a metà luglio, preferito a un rientro punitivo con il grado di maresciallo nei ranghi dell’arma dei carabinieri da cui proveniva, è infatti non solo la nemesi dell’Icaro che troppo si è avvicinato al sole. È anche e soprattutto il capitolo finale di un’infelicissima stagione della nostra Intelligence e dei suoi rapporti con il Palazzo.
Con una decisione comunicata all’interessato alla vigilia del 2 giugno, al sottosegretario con delega alla sicurezza nazionale Franco Gabrielli e alla nuova direttrice del Dis Elisabetta Belloni sono stati infatti sufficienti appena venti giorni per liberarsi della spia che aveva tenuto in costante fibrillazione e apprensione, per 15 anni (è del luglio del 2006 il suo arresto nella vicenda Abu Omar), il nostro sistema di Intelligence e otto diversi governi di diversa maggioranza (Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II). Il che racconta almeno due cose.
La prima: un “metodo” della presidenza del Consiglio e del primo cerchio di uomini e donne che sono stati chiamati a presidiare in questa fase gli snodi cruciali delle istituzioni e della vita del Paese, l’economia, la sicurezza nazionale, la protezione sanitaria. La seconda: un capovolgimento dei rapporti di forza con gli apparati e l’emancipazione dalla logica del “ricatto”, o del baratto, se si preferisce.
Figlio legittimo di una classe politica spesso inseguita e tormentata dai fantasmi di segreti non commendevoli, dunque non limpida né fino in fondo libera nelle sue scelte, Marco Mancini, al pari dell’ex direttore del Sismi Nicolò Pollari (a lungo suo padrino, prima che lo scaricasse ingloriosamente nella vicenda Abu Omar), doveva infatti la sua longevità alle debolezze e alla vanità degli interlocutori che aveva saputo agganciare nel tempo. Alla inconfessabilità dei patti di mutua assistenza che con loro era riuscito ad allacciare. Non fosse altro per la scientifica applicazione di una regola che, immutabile, governa i rapporti di Potere. Crea un problema e candidati a risolverlo.
Sopravvissuta alla riforma dell’Intelligence del 2007 (la celebre legge 124), la scuola “Pollari-Mancini” di problemi ne aveva creati molti e altrettanti si era candidata a risolvere. Dando contestualmente straordinaria prova di continuità nell’offerta di informazioni privilegiate ad alto valore aggiunto nello scontro politico. Al punto da convincere, in questi ultimi 14 anni, una parte degli apparati a costituirsi come “moschettieri del Re”.
Quale che fosse il Re di turno a Palazzo Chigi. Degradando la fedeltà repubblicana a una cambiale per la scalata al cielo di carriere importanti. Come funzionassero le cose con Mancini lo aveva capito Matteo Renzi. Lo avrebbe afferrato al volo Matteo Salvini. Ne sarebbe stato rapito il debolissimo e spaventatissimo Giuseppe Conte. E, con lui, il povero Gennaro Vecchione, ex direttore del Dis, che Marco Mancini si era infilato nel taschino, riuscendo per questo ad arrivare ad un passo soltanto dalla promozione a vicedirettore del Dipartimento.
La fine di Mancini e le modalità con cui si consuma sono dunque un avviso ai naviganti (non proprio pochissimi) ancora negli apparati che con lui hanno condiviso una cultura dell’Intelligence. E sono il segnale di Gabrielli e Belloni alle attuali catene di comando delle due Agenzie (Aise e Aisi) di quali siano e dovranno essere i parametri su cui misurare la fedeltà repubblicana di chi ne fa parte. Il che non è banale se si considera la stagione che si è aperta sul fronte della sicurezza cyber.
Che, non a caso, fu l’ultimo azzardo di Conte, Vecchione e Mancini per costituire in capo al Dis, e dunque al di fuori del perimetro della legge di riforma dell’Intelligence, una nuova struttura potenzialmente in grado di concentrare nelle proprie mani poteri, informazioni e know how, da cui già dipende e in buona parte sempre più dipenderà, la sicurezza del nostro tempo digitale. Delle sue infrastrutture, dei suoi dati.
Naturalmente, a comporre il quadro, manca ora un ultimo tassello. Che è fuori dalla disponibilità di Palazzo Chigi: il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui nostri Servizi. Lo stesso che aveva formalmente chiesto a Gabrielli, due settimane fa, l’immediato avvio di un’indagine interna al Dis su Mancini. Lo stallo prodotto dalle dimissioni del 20 maggio scorso del presidente leghista Raffaele Volpi e del suo collega di partito Paolo Arrigoni, la vicenda dei rapporti con l’Iran che ha azzoppato irrimediabilmente la candidatura alla presidenza del senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso (ne abbiamo dato conto nei giorni scorsi) hanno di fatto messo il Comitato in una condizione di stallo la cui probabile via di uscita sarà la nomina ex novo di tutti i suoi componenti. E secondo criteri adeguati all’eccezionalità di una situazione parlamentare che vede al momento, di fatto, una sola opposizione.
Quanto al prepensionato Marco Mancini, è difficile immaginarlo di qui in avanti ai giardinetti o sulla battigia romagnola, o in qualche osteria dell’imolese a giocare a bocce. Il mercato dei “free agent” della sicurezza ha fame di profili che arrivano dal cuore dell’intelligence. A maggior ragione se ritengono di avere un conto in sospeso con chi li ha congedati con disonore. Insomma, di “doppio Mike” torneremo a sentir parlare presto. E magari lo ritroveremo proprio sulla frontiera del cyber. Dove, se non altro, avrebbe agio di ritrovare un amico fraterno che, nel tempo si è dimostrato assai più saggio di lui nel capire tempi e modi delle uscite e dei rientri in scena: Giuliano Tavaroli. Ma questa è un’altra storia.