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Servizi, Marco Mancini lascia. In pensione a luglio la spia dei segreti di Stato

Marco Mancini nel 2005 durante la liberazione di Giuliana Sgrena 

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Va via l’agente dei casi Abu Omar e Telekom Serbia. Una scelta dettata dalla necessità. L’ultima scivolata l’incontro con Renzi in un autogrill
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ROMA -  Dopo 37 anni, la storia di Marco Mancini nei servizi segreti italiani sta per finire. L'uomo al centro dei fatti più controversi degli ultimi decenni del nostro Paese a metà luglio firmerà per andare in pensione. Una scelta dettata dalla necessità più che dalla età: gli era stato comunicato, infatti, che avrebbe potuto chiudere la carriera tornando nei carabinieri, con il grado di maresciallo, dove si era arruolato nel 1979. Mancini ha 60 anni. E sperava di finire in un altro modo: con la vice direzione di una delle agenzie di sicurezza, ruolo che è stato a un passo dal ricoprire. Soprattutto negli ultimi mesi del governo Conte quando, anche grazie all'appoggio dell'allora direttore Gennaro Vecchione, era candidato al posto di numero 2 del Dis.

La scivolata finale è arrivata con l'incontro della vigilia di Natale, in un autogrill fuori Roma, con Matteo Renzi. L'ex premier ha raccontato che era st…

ROMA -  Dopo 37 anni, la storia di Marco Mancini nei servizi segreti italiani sta per finire. L'uomo al centro dei fatti più controversi degli ultimi decenni del nostro Paese a metà luglio firmerà per andare in pensione. Una scelta dettata dalla necessità più che dalla età: gli era stato comunicato, infatti, che avrebbe potuto chiudere la carriera tornando nei carabinieri, con il grado di maresciallo, dove si era arruolato nel 1979. Mancini ha 60 anni. E sperava di finire in un altro modo: con la vice direzione di una delle agenzie di sicurezza, ruolo che è stato a un passo dal ricoprire. Soprattutto negli ultimi mesi del governo Conte quando, anche grazie all'appoggio dell'allora direttore Gennaro Vecchione, era candidato al posto di numero 2 del Dis.

La scivolata finale è arrivata con l'incontro della vigilia di Natale, in un autogrill fuori Roma, con Matteo Renzi. L'ex premier ha raccontato che era stata soltanto questione di convenevoli, una versione a cui hanno creduto in pochi, non fosse altro che per la delicatezza del momento. Il governo Conte era in bilico. E Renzi l'uomo che lo faceva ballare. Chiamato a rispondere al Copasir, Vecchione non è stato in grado di dare una spiegazione plausibile. E proprio quella sua audizione è stata tra le cause dell'avvicendamento a capo del Dis con Elisabetta Belloni, deciso dal premier Mario Draghi.

I silenzi di Vecchione hanno lasciato aperti una serie di problemi per Mancini. Il perché dell'incontro. Il perché non avesse fatto alcuna relazione di servizio. E soprattutto come sia stato possibile che qualcuno li avesse registrati. Dell'incontro si è saputo soltanto grazie al video, mandato in onda da Report, fatto - questo è stato raccontda un'insegnante passata per caso dall'Autogrill. La donna avrebbe acceso il registratore incuriosita da Renzi, senza sapere chi fosse l'altro uomo. "Non il massimo, per una nostro agente così importante, farsi riprendere da una passante", aveva chiosato, ironico, uno dei componenti del Copasir.

Quella di Mancini è la storia, si diceva, di alcuni dei segreti più indicibili degli ultimi 40 anni. A cominciare dalle circostanze mai fino in fondo chiarite del sequestro e liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, durante la quale perderà la vita Nicola Calipari, dirigente come Mancini dell'allora Sismi. Per proseguire con il caso Abu Omar. Per salvare lui e gli altri del Sismi da una condanna, ben quattro governi diversi - Prodi, Berlusconi, Monti e Letta - hanno opposto il segreto di Stato.

La storia è quella del rapimento - avvenuto il 17 marzo del 2003 - dell'imam della moschea di Milano, Abu Omar, operato dagli agenti della Cia. Secondo quanto ricostruito dall'allora pm della procura di Milano, Armando Spataro, l'uomo fu rapito dagli americani con la collaborazione dei nostri servizi: del capo dell'allora Sismi, Niccolò Pollari, e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori, primo tra tutti Mancini. Nel processo per due volte fu detto che non si poteva procedere contro Mancini e gli altri agenti del Sismi per segreto di Stato.

Poi, dopo una decisione della Cassazione, fu riformulato un processo di Appello dove Mancini fu condannato a nove anni. Sentenza poi annullata, in seguito a un intervento della Consulta, duramente criticato dalla Cassazione, perché "l'azione penale non poteva essere proseguita per l'esistenza del segreto di Stato". Per questo motivo, la Corte Europea dei diritti dell'uomo nel 2016 ha condannato l'Italia: "Ha applicato il principio del segreto di Stato in modo improprio, affinché i responsabili del rapimento non dovessero rispondere delle loro azioni".

Il vincolo giuridico salverà Mancini anche in una seconda inchiesta: nel 2009 quando stava per cominciare il processo sui rapporti tra Sismi e Telecom, per cui Mancini era stato arrestato tre anni prima. Il gup lo prosciolse, in parte per non aver commesso il fatto. In parte perché esistevano appunto esigenze di tutelare i segreti di Stato.