"Una donna al Quirinale": trent'anni di tentativi senza successo
di Concetto Vecchio , di Concetto VecchioL’ultimo è stato Romano Prodi: “Una donna al Quirinale sarebbe una bella prospettiva”. La candidatura femminile che non ti aspetti potrebbe tra un anno inserirsi come terzo incomodo tra chi vaticina un’ascesa di Mario Draghi al Colle e una riconferma di Sergio Mattarella. Il toto-Presidente impazza già furioso, da Marta Cartabia a Emma Bonino, da Maria Elisabetta Casellati a Anna Maria Tarantola, è tutto un provare a indovinare. Non sono nomi fatti a caso, resta da capire se è la volta buona. Sarebbe ora. Il punto è che sono trent’anni buoni che se ne parla. Quando la Camera dei deputati fece festa a Nilde Iotti per i suoi 70 anni, il 10 aprile 1990, lei, che era stata la prima donna eletta a capo dell’assemblea di Montecitorio, buttò lì: “I tempi sono maturi per una donna al Quirinale”. Ecco, c’era ancora Cossiga. Poi arrivarono Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. E’ cam…
L’ultimo è stato Romano Prodi: “Una donna al Quirinale sarebbe una bella prospettiva”. La candidatura femminile che non ti aspetti potrebbe tra un anno inserirsi come terzo incomodo tra chi vaticina un’ascesa di Mario Draghi al Colle e una riconferma di Sergio Mattarella. Il toto-Presidente impazza già furioso, da Marta Cartabia a Emma Bonino, da Maria Elisabetta Casellati a Anna Maria Tarantola, è tutto un provare a indovinare. Non sono nomi fatti a caso, resta da capire se è la volta buona. Sarebbe ora. Il punto è che sono trent’anni buoni che se ne parla. Quando la Camera dei deputati fece festa a Nilde Iotti per i suoi 70 anni, il 10 aprile 1990, lei, che era stata la prima donna eletta a capo dell’assemblea di Montecitorio, buttò lì: “I tempi sono maturi per una donna al Quirinale”. Ecco, c’era ancora Cossiga. Poi arrivarono Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. E’ cambiato il mondo e siamo ancora agli auspici.
Quella che ci andò più vicina di tutte fu Emma Bonino, nel 1999. Godeva di sondaggi favorevoli e della generale considerazione. Venne allestita una campagna, “Emma for president”, a cui aderì un vasto schieramento trasversale. I tempi sembravano maturi. L’anno prima, era stato Giuliano Amato, davanti alla platea tutta maschile di Cernobbio, a proporre finalmente una donna, “per invertire un’agenda sostanzialmente maschia”. Da un sondaggio commissionato nel dicembre 1998 dall’allora ministra delle Pari opportunità Laura Balbo venne fuori che il 41 per cento degli italiani si dichiarava favorevole, contrario era risultato soltanto il 13 per cento, persone anziane residenti lontani dai grandi centri. “Il Paese è più avanti del Palazzo”, esultò persino Alessandra Mussolini.
Clemente Mastella propose di fare eleggere “una donna simbolo della massaia italiana”, oggi una simile proposta verrebbe dileggiata dai social. All’epoca le papabili erano Tina Anselmi, considerata l’erede di Sandro Pertini, Letizia Moratti, Nilde Iotti (che era stata la candidata della sinistra nel 1992) e Rosa Russo Iervolino. Tina Anselmi diede una risposta divertita: “Lo farei, per sfizio”. Emma Bonino però non piaceva a tutte. “Dovrebbe essere più super partes”, commentò ad esempio Elvira Sellerio. Molti del resto a sinistra storsero la bocca, per rivalità, veniva da un’altra storia che ebbe molti conflitti con quelli dell’ex Pci. Indro Montanelli fu un suo sponsor, “una donna peggio di un uomo non può fare”. E poi andò che Carlo Azeglio Ciampi, il 13 maggio 1999, venne eletto al primo scrutinio. Ciampi ebbe poi il merito di portare la prima donna in uno dei ruoli apicali, la dottoressa Melina Decaro, nominata vicesegretario generale, una carica che fino a quel momento non esisteva.
Insomma, siamo dentro a un dibattito che dura da almeno tre decenni. Pieno di propositi puntualmente disattesi. Rosy Bindi nel marzo del 2006, presentando un libro di Monica Setta, disse: “Intraprendiamo una battaglia per una donna al Quirinale. Livia Turco la rilanciò, “lanciamola anche per la segreteria del partito”, che allora erano i Ds. Al Colle ci andò Giorgio Napolitano. Rosy Bindi nel 2012 risultò, in un sondaggio tra i lettori di Famiglia cristiana, la candidata donna più votata alla successione di Napolitano. Era una consultazione solo al femminile, e in seconda posizione giunse Rita Borsellino, poi, a ruota Anna Finocchiaro, Emma Bonino, Elsa Fornero, Livia Pomodoro, Anna Maria Cancellieri. Rosy Bindi fece notare che in Italia non c’era mai stato nemmeno un presidente del Consiglio donna, e dieci anni dopo siamo punto e a capo. Nel 2013 si parlava di Giulia Bongiorno e Anna Finocchiaro, come possibili candidate della destra e della sinistra. Nel novembre 2014 Massimo D’Alema giurò: “Il paese è stramaturo per una donna al Quirinale”. Anche la presidente della Camera Laura Boldrini alimentò la discussione pubblica. Ed era sette anni fa, quando una presidenza della Repubblica. Sergio Mattarella nel suo discorso del 2 giugno ha tessuto un elogio grande delle tante donne che hanno fatto la Repubblica. Un modo per segnalare che esiste un problema.
Sul finire del suo mandato, nel marzo del 2012, Giorgio Napolitano, annunciò che non si sarebbe ricandidato (non andò così, come sappiamo: fu costretto al bis un anno dopo, nella primavera del 2013), ma in quel momento si augurò una donna dopo di lui. All’indomani Filippo Ceccarelli su Repubblica estrasse una pepita dal suo monumentale archivio: agli albori della nostra democrazia repubblicana, il 28 giugno 1946, quando Enrico De Nicola venne eletto presidente, i 32 parlamentari dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini avevano votato per una donna, la senatrice Ottavia Penna, da Caltagirone, figlia di una baronessa e moglie di un medico. “Lo scherzo dei qualunquisti non è sembrato spiritoso a nessuno” fu il commento di un quotidiano. Lo riportò Vittorio Gorresio nel suoi libro, I moribondi. E moribondo il Paese che parla di cose vecchie invece che agire.