Rai, Pier Luigi Celli: "Viale Mazzini è un circo, servirebbe un domatore. Abolire la commissione di Vigilanza"
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitalePier Luigi Celli è stato direttore generale della Rai per tre anni sotto tre governi diversi, tutti di centrosinistra: Prodi, D'Alema, Amato. Dopodiché, a metà del suo secondo mandato, nel 2001, si dimise all'improvviso - "Unico ad averlo fatto, dopo di me solo Campo Dall'Orto" - perché "non sopportavo più le pressioni della politica che, a ridosso delle elezioni, si erano fatte particolarmente pensanti", racconta il capitano d'azienda ora votato alla scrittura. "E ciò nonostante la Rai di allora fosse molto diversa da quella di oggi: noi non dipendevamo dal Tesoro, il Cda era nominato dai presidenti di Camera e Senato. E in più la società era dell'Iri, che fungeva un po' da filtro rispetto agli appetiti dei partiti".
Pier Luigi Celli è stato direttore generale della Rai per tre anni sotto tre governi diversi, tutti di centrosinistra: Prodi, D'Alema, Amato. Dopodiché, a metà del suo secondo mandato, nel 2001, si dimise all'improvviso - "Unico ad averlo fatto, dopo di me solo Campo Dall'Orto" - perché "non sopportavo più le pressioni della politica che, a ridosso delle elezioni, si erano fatte particolarmente pensanti", racconta il capitano d'azienda ora votato alla scrittura. "E ciò nonostante la Rai di allora fosse molto diversa da quella di oggi: noi non dipendevamo dal Tesoro, il Cda era nominato dai presidenti di Camera e Senato. E in più la società era dell'Iri, che fungeva un po' da filtro rispetto agli appetiti dei partiti".
Boeri e Perotti su Repubblica dimostrano, cifre alla mano, che la tv pubblica ha un problema di gestione, amministrazione e bilancio che va al di là della spartizione partitica del Cda. È d'accordo con questa analisi?
"In Viale Mazzini manco da vent'anni, ma mi pare che il tema dei bilanci e dell'uso delle entrate sia un problema reale e purtroppo ricorrente: la Rai ha sempre avuto un numero di dipendenti sovrabbondante rispetto a ciò che produce. Colpa del peso preponderante della politica, che ha spesso comportato il reclutamento di persone e il mantenimento di strutture pletoriche rispetto ai compiti e alla produzione interna".
Fuori i partiti dalla Rai, dicono tutti. Da dove si comincia?
"Lo sento da trent'anni. La prima cosa da fare, secondo me, sarebbe abolire la Commissione di Vigilanza, che è un ostacolo vero alla libertà di movimento e di azione. La principale industria culturale del Paese deve pensare e innovare senza condizionamenti, mentre oggi se l'ad va in una certa direzione, che però non piace alla maggioranza di turno, rischia di cadere nell'inerzia com'è successo negli ultimi tre anni. Perciò la gestione andrebbe sottratta al controllo diretto di chi governa".
Il modello della britannica Bbc funzionerebbe in Italia?
"Se ne è sempre parlato, tutte le volte che c'è un cambio di vertice tirano fuori il modello Bbc. Che però ha una tradizione differente dalla nostra. Lì se accade qualcosa di sgradevole, i vertici danno le dimissioni. Io per molto tempo sono stato l'unico a farlo (fino a Campo Dall'Orto) perché non sopportavo le pressioni della politica e, badi bene, senza chiedere di essere ricollocato. Sono andato a cercarmi un mestiere sul mercato".
Chi le ha fatto pressioni?
"Ho appeno scritto un libro sulla manutenzione dei ricordi, ma questo preferisco non manutenerlo perché è spiacevole. La verità è che la Rai è un circo: più che un manager servirebbe un domatore per contrastare la prepotenza di certi presunti leader".
E come si fa?
"Bisogna essere disposti a dire dei no. Ma finché la Rai resterà nella disponibilità della politica, non potrà cambiare molto, la considerano di loro proprietà. Fu Giuliano Amato a sostenere che più che un servizio pubblico è un servizio ai partiti. Perciò quando sento che i vertici vanno presi dall'esterno, un po' mi allarmo: chiunque arrivi deve sapere che troverà un'azienda molto diversa da quelle che sono abituati a gestire, con regole proprie, meccanismi non codificati, spesso poco trasparenti. Serve qualcuno che li conosca bene. Non è affatto scontato che un buon manager vada bene per la Rai".
E allora chi ci vorrebbe, Superman?
"Basterebbe una persona con le idee chiare sul da farsi, che non guardi in faccia a nessuno per correggere le storture determinate da decenni di mala gestione e abbia la coerenza di dire: se mi fate lavorare resto, sennò arrivederci. Anche perché, guardi, all'interno della Rai ci sono professionisti di grandissimo valore costretti spesso a mendicare protezioni perché altrimenti non avrebbero né avanzamenti né considerazione".
Non crede però che, nelle condizioni date, la lottizzazione di Reti e Tg in base alle influenze dei partiti sia in fondo una garanzia di pluralismo? Se a qualcuno non piace il Tg1 a trazione grillina, per esempio, può sempre cambiare canale.
"Ma perché dobbiamo rassegnarci ad etichettare le varie funzioni con attribuzioni di parte? Bisognerebbe invece pensare che il direttore del Tg1 - peraltro quello attuale lo assunsi io dopo un lungo precariato - sta lì solo perché è bravo. Non sa i casini che mi piantarono quando nominai direttore della prima Rete uno che era ascrivibile a Forza Italia. Quando me lo contestarono io risposi: è il migliore che ho. Una logica che, con tutta evidenza, non è durata".
La privatizzazione della Rai può essere una strada percorribile?
"Io ci ho provato. Le prime le abbiamo fatte noi. Avevamo creato una società mista con Rcs, un'altra con Scaglia che muoveva i primi passi nel digitale. Ho provato pure a privatizzare una rete radiofonica, ma quando andai in Cda mi chiesero se ero matto. Questo è un Paese in cui è difficile fare qualsiasi cosa, basta vedere i bastoni tra le ruote che stanno mettendo a Draghi sul Recovery. Ai partiti interessa solo stare dove arrivano i soldi, mica il Paese".
Lei non ha un grande opinione della politica.
"No. Io ho un buon giudizio su alcuni politici. Le racconto una cosa. Quando assunsi Eleonora Andreatta, che era una precaria molto in gamba e stava andando a Mediaset, mi chiamò il padre e mi fece una sfuriata. Come si è permesso di prendere mia figlia? - si arrabbiò - Ora tutti diranno che sono stato io. La mia risposta fu semplice: l'ho fatto perché è bravissima".
Lei è stato dg Rai con i governi di centrosinistra, le pressioni di cui parlava sono arrivate da lì?
"D'Alema non mi ha mai fatto nemmeno una telefonata. Amato idem. Prodi sì, ma perché voleva che facessimo un canale in arabo. "Io se mi dai i soldi lo faccio", la mia replica, "non posso caricare di debiti l'azienda". Ma erano discorsi di strategia che ci stanno, nessuno mi ha mai chiesto assunzioni. Solo un ministro, di cui non parlerò e che però non si può dire che fosse di sinistra, cercò di impormi la promozione di una persona con una certa violenza. Ma io dissi di no. Tanto sapevano tutti del mio pessimo carattere. Tant'è vero che quando sono uscito dalla Rai, quello che era il mio partito non mi ha più rivolto il saluto: mi ero comportato in maniera sconveniente".
La Rai va riformata?
"La legge Renzi ha messo delle toppe alla Gasparri, che era pessima, ma ha finito per peggiorare la situazione. Bisogna decidere di togliere la Rai dalla disponibilità dei partiti. Il primo che ha proposto di organizzare il servizio pubblico sotto una fondazione fu un socialista, Bruno Pellegrino, negli anni 80. Basterebbe andare a riprendersi quel testo".
Perché in quarant'anni non è mai stato fatto?
"Perché a chi sottrae potere? Solo il governo Draghi può riuscirci, ora o mai più. Servirebbe ai partiti per acquisire reputazione e ai dipendenti Rai per lavorare con più serenità, in autonomia, senza essere costretti a cambiare riferimenti a ogni cambio di maggioranza. Una vita d'inferno".