✕

Chi era Cefis? I misteri del potere e l'ossessione italiana per "il grande vecchio"

Un libro di Paolo Morando esplora la figura dell'uomo che negli anni Settanta era il raccordo tra politica e capitalismo: una lezione di metodo contro i complottismi
3 minuti di lettura

Ci fu un momento, agli inizi degli anni Settanta, nel quale Eugenio Cefis era uno degli uomini più potenti d'Italia. Un boiardo di Stato, come si diceva allora, a capo dell'Eni, (1967-1971) e della Montedison (1971-77). Un ex partigiano bianco, legato a doppio filo con la politica, protetto da Amintore Fanfani. Un uomo scaltro e pieno di ombre, specchio di quell'Italia. Spregiudicato e riservato allo stesso tempo, ricco e potente, Cefis faceva intercettare gli avversari, frequentava il generale del Sid Gian Adelio Maletti, uomini dei servizi segreti spesso al centro delle trame più oscure. Cefis non dava interviste, comprava i giornali: acquisì Il Messaggero, finanziò Il Giornale di Montanelli, aiutò la Rizzoli a riprendersi Il Corriere della Sera. Non ci sono quasi foto di lui, né filmati. Un tizio che aveva strane manie, come collezionare ex voto (alcuni dei quali risultarono provento di furto). A lui Giuseppe Turani ed Eugenio S…

Ci fu un momento, agli inizi degli anni Settanta, nel quale Eugenio Cefis era uno degli uomini più potenti d'Italia. Un boiardo di Stato, come si diceva allora, a capo dell'Eni, (1967-1971) e della Montedison (1971-77). Un ex partigiano bianco, legato a doppio filo con la politica, protetto da Amintore Fanfani. Un uomo scaltro e pieno di ombre, specchio di quell'Italia. Spregiudicato e riservato allo stesso tempo, ricco e potente, Cefis faceva intercettare gli avversari, frequentava il generale del Sid Gian Adelio Maletti, uomini dei servizi segreti spesso al centro delle trame più oscure. Cefis non dava interviste, comprava i giornali: acquisì Il Messaggero, finanziò Il Giornale di Montanelli, aiutò la Rizzoli a riprendersi Il Corriere della Sera. Non ci sono quasi foto di lui, né filmati. Un tizio che aveva strane manie, come collezionare ex voto (alcuni dei quali risultarono provento di furto). A lui Giuseppe Turani ed Eugenio Scalfari dedicarono un pamphlet che fece epoca, Razza padrona. Coltivò in tutta la carriera un senso maniacale di sé, tanto da concedersi quattro discorsi pubblici in tutto.

Poi, nel 1977, all'apice della carriera, a soli 56 anni Cefis si dimette dalla Montedison. Ripara prima in Canada, dal fratello, e infine si stabilisce a Zurigo, fuori da ogni carica e da ogni intrigo, proprio mentre il terrorismo esplode come una bomba nella società italiana. Questo abbandono repentino ha alimentato - specie dopo la sua morte nel 2004 - una fitta teoria di leggende nere, che sono via via cresciute negli anni in rete, ma non solo lì. E quindi: Cefis fondatore della P2, Cefis golpista, Cefis finanziatore del golpe Borghese, Cefis "coinvolto" in qualche modo nella morte di Enrico Mattei, del giornalista Mauro De Mauro, in quella di Pierpaolo Pasolini. Una trama così fitta, e fantasmagorica, che si è finito per dargli un nome: cefisologia.

Paolo Morando, 53 anni, giornalista trentino, con all'attivo libri importanti sulla recente storia d'Italia, (da Dancing days a Prima di Piazza Fontana ), per lunghi anni è stato attratto dalla cefisologia. E complice il centenario della nascita, unito al fatto che mai come d'ora si parla del ritorno dello Stato nell'economia, ha deciso di andare a vedere ed è nato così Eugenio Cefis. Una storia italiana di potere e misteri, edito da Laterza. Era affascinato dall'ambiguità dell'uomo pubblico e voleva scrivere una biografia che mettesse insieme le malefatte di Cefis: una storia sui misteri d'Italia. E si è messo all'opera con il viatico di quella frase di Carlo Ginzburg, secondo cui "uno storico ha il diritto di scorgere un problema laddove un giudice deciderebbe il non luogo a procedere".  

È andata diversamente. "Strada facendo, studio dopo studio, libro dopo libro, atto giudiziario dopo atto giudiziario, ho cambiato idea. Nessuna delle tante leggende nere alla fine mi è sembrata provata", racconta al telefono. "Cefis probabilmente era massone, ma non piduista. Il sospetto, nato da un appunto del Sismi, non risulta confermato da nessuna inchiesta. Non è vero che riparò all'estero perché temeva l'arresto. Il sospetto, veicolato dal leggendario agente di borsa Aldo Ravelli, si sovrappone nel ricordo ad una vicenda misteriosissima di sei anni prima che nel libro viene svelata. I sospetti di golpismo, che nascono da una frase che gli disse Enrico Cuccia ("Da lei mi sarei aspettato che facesse il golpe"), e che aprono addirittura la sua pagina Wikipedia, fu rivelata dallo stesso Cefis, in maniera incredula, a un collaboratore, e che negli anni divenne virale. Il modo con cui subentra a Mattei dopo la sua morte, dopo esserne stato il principale collaboratore, ha alimentato molti sospetti, ma nessuno di questi, nell'inchiesta del giudice Calia che a lungo indagò sulla morte di Mattei, venne mai provata"

Cefis, dice Morando, era un potente. Con tutti i chiaroscuri di molti protagonisti di quell'epoca. E difatti il suo è un libro, documentatissimo, sugli anni Settanta. Viene fuori un uomo che dopo una condanna per reati ambientali, da capo della Montedison, ispirò la legge Merli contro l'inquinamento che portò alla cancellazione del reato per il quale lo stesso Cefis era stato condannato in primo grado. L'interesse del saggio sta proprio in questo ribaltamento, nella lezione di metodo. Da un lato i demoni dell'uomo vengono sviscerati, ma d'altro lato, usando i ferri del cronista - una scuola opposta alle frettolose sentenze emesse oggigiorno sui social - smonta un mondo, e lo rende più credibile, e per paradosso, più vero.

Nel 1972 quelli dell'Erba voglio fecero un processo a Cefis, perché in un discorso a Modena, disse che nel 2000 sarebbero state le multinazionali a comandare, compromettendo l'autonomia delle nazioni. Nell'ideologismo dell'epoca la profezia venne scambiata per un desiderio. Diceva Cefis: "Tra meno di  trent'anni oltre due terzi della produzione industriale sarà in mano alle 200-300 maggiori società multinazionali. Non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta adeguata sul piano politico ai problemi che esse pongono. Così come - e l'esperienza italiana ce lo insegna - non si può chiedere al potere sindacale, che è l'altra grande forza economia che esiste negli Stati democratici moderni, di bloccare le rivendicazioni dei lavoratori in attesa che lo Stato elabori le risposte adeguate".

Spiazzante è anche un altro discorso che Cefis pronunciò da partigiano davanti agli ex compagni della divisione "Di Dio" il 29 settembre 1974: "Se il primo pensiero è per i compagni caduti, devo dire che essi vanno onorati non soltanto perché erano coraggiosi, perché hanno sacrificato la vita per la patria e per la libertà, ma soprattutto perché si sono battuti per la buona causa. Anche tra i soldati di Radetzky, durante le cinque giornate di Milano, anche fra i paracadutisti francesi durante la guerra di Algeria, c'erano uomini animati da grande coraggio. La loro lotta andava però in senso contrario a quello della storia e il loro valore militare non era illuminato da valori civili, da valori universali".

Cefis quindi incarna l'ossessione tutta italiana per il "grande vecchio, dimenticando così l'eterna contraddizione e la complessità della nostra complicatissima storia, e bene ha fatto Morando nell'esergo a scrivere che questo libro è dedicato  "a chi coltiva il dubbio".