Il Pd e le aspettative deluse su Conte: da "riferimento dei progressisti" a "leader volubile"
di Concetto Vecchio , di Concetto VecchioAdesso il Pd scopre la volubilità di Conte, il suo essere ondivago, "cambia troppo volte idea", dopo che l'altro giorno a Napoli ha detto che non si straccerà le vesti se l'alleanza con i democratici non si potrà fare, ventilando una sorta di vocazione maggioritaria grillina.
Ancora quattro mesi fa Conte definiva "lo schieramento con Pd-Leu una prospettiva a cui credo molto", e vaticinava un intergruppo parlamentare. Usava parole alate: "Le forze che hanno già proficuamente lavorato insieme devono nutrire la loro visione democratica e solidaristica con proposte concrete e traiettorie riformatrici ben chiare...". "Traiettorie impercettibili, codici di geom…
Adesso il Pd scopre la volubilità di Conte, il suo essere ondivago, "cambia troppo volte idea", dopo che l'altro giorno a Napoli ha detto che non si straccerà le vesti se l'alleanza con i democratici non si potrà fare, ventilando una sorta di vocazione maggioritaria grillina.
Ancora quattro mesi fa Conte definiva "lo schieramento con Pd-Leu una prospettiva a cui credo molto", e vaticinava un intergruppo parlamentare. Usava parole alate: "Le forze che hanno già proficuamente lavorato insieme devono nutrire la loro visione democratica e solidaristica con proposte concrete e traiettorie riformatrici ben chiare...". "Traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali", cantava Battiato.
Grande è la confusione sotto il cielo della sinistra se per Nicola Zingaretti Conte era addirittura "un riferimento dei progressisti". Enrico Letta, neo eletto segretario, non fu del resto da meno: "Conte e il suo M5S saranno un interlocutore privilegiato". E Conte - era il 24 marzo, non una vita fa - spiegava così la sua idea di alleanza: "Chi va da solo è meno efficace e a partire dalle prossime amministrative c'è la volontà di confrontarci per trovare soluzioni più efficaci". Letta: "Siamo lanciati in una nuova affascinante avventura". E parlava addirittura "di empatia e stima reciproca". E adesso viene fuori che Conte vuol fare il guastatore, il movimentista nel governo, il Salvini del grillismo, è inquieto, bizzoso, in perenne conflitto, con Draghi, con Di Maio, con il Pd, e vengono a mente le parole pronunciate da Matteo Orfini: "Faccio fatica a pensare a Conte come leader della sinistra: un leader di sinistra innanzitutto non fa un governo con Salvini. Conte è un trasformista, un leader buono per tutte le stagioni". Bum!
Magari Orfini esagera. E si dirà che visto i propositi federatori a destra, l'alleanza con i Cinquestelle è di fatto obbligata per i democratici se vogliono avere una chance di vittoria. E la politica è l'arte del possibile, come si sa dai tempi di von Bismarck. Ma forse per questo sarebbe stato più prudente mostrare più realismo e meno slanci. A febbraio era ancora fresca la delusione per l'estromissione da palazzo Chigi. E Conte aveva sondaggi altissimi. Si parlava di un suo partito personale del 20 per cento. Lo si dipingeva come federatore. Bettini lo immaginava come "padre nobile" dell'alleanza. "Ha fatto un discorso da statista, di responsabilità nazionale", lo elogiava. Vi era una specie di sudditanza verso "il Conte statista". "È parte integrante del progetto politico che abbiamo di fronte", diceva Francesco Boccia. Negli ultimi giorni della crisi, quando il Pd giurava "o Conte o morte", si sprecavano gli elogi. "Conte punto di equilibrio". "Conte, unico equilibrio". "Conte imprescindibile".
Oggi i sondaggi sono già meno favorevoli, ma soprattutto lo slancio che gli veniva dall'essere stato premier si va spegnendo. E il Conte che stava per fare visita all'ambasciatore cinese, proprio mentre al G7 prendevano le distanze da Pechino, ci dice che c'è più malumore che politica in molti dei suoi gesti.