Legge Zan, un fronte conservatore dietro la “manina” che ha rivelato la Nota del Vaticano
di Giovanna Vitale , Paolo RodariROMA - C'è un passaggio, nell'intervento del cardinale Parolin, che svela un aspetto inquietante della crisi diplomatica tra la Santa Sede e l'Italia. È quando il Segretario di Stato vaticano, ricostruendo la genesi della Nota verbale sul ddl Zan, dice a chiare lettere che sì, nell'approvarla "avevo pensato che potessero esserci reazioni". E però - eccolo il punto chiave - "si trattava di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni, non certo per essere pubblicato". Doveva cioè restare riservato.
Parole utili a fugare il sospetto che sia stato l'entourage del Papa a voler far emergere il dissidio con Palazzo Chigi per bloccare una legge poco gradita. E tuttavia destinate a suscitare più di un interrogativo, su cui entrambe le sponde del Tevere si stanno in queste ore arrovellando: di chi è la …
ROMA - C'è un passaggio, nell'intervento del cardinale Parolin, che svela un aspetto inquietante della crisi diplomatica tra la Santa Sede e l'Italia. È quando il Segretario di Stato vaticano, ricostruendo la genesi della Nota verbale sul ddl Zan, dice a chiare lettere che sì, nell'approvarla "avevo pensato che potessero esserci reazioni". E però - eccolo il punto chiave - "si trattava di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni, non certo per essere pubblicato". Doveva cioè restare riservato.
Parole utili a fugare il sospetto che sia stato l'entourage del Papa a voler far emergere il dissidio con Palazzo Chigi per bloccare una legge poco gradita. E tuttavia destinate a suscitare più di un interrogativo, su cui entrambe le sponde del Tevere si stanno in queste ore arrovellando: di chi è la manina che ha fatto uscire un atto coperto da segreto, dalla portata dirompente? Qualcuno ha voluto strumentalizzare l'iniziativa vaticana? E perché?
Risposte certe non ce ne sono, ma nei palazzi romani fonti attendibili propongono una trama simile a una spy story. Racconta di continui contatti tra gli ambienti più conservatori della Curia - quelli che hanno pressato la Segreteria di Stato affinché formalizzasse il suo dissenso - e una precisa parte politica, che da tempo coltiva il medesimo obiettivo: affossare il testo contro l'omotransfobia. Prima fra tutte la Lega, che da mesi lo tiene in ostaggio in commissione Giustizia, grazie all'ostruzionismo del salviniano presidente Andrea Ostellari. L'altra figura che, si sussurra, avrebbe favorito la diffusione sarebbe Maria Elisabetta Alberti Casellati. La presidente del Senato avrebbe contribuito alla fuga di notizie in modo che il caso esplodesse col maggior fragore possibile. Intanto in Vaticano l'iniziativa del Segretario di Stato fa tirare un sospiro a molti. "Parolin parla con cognizione di causa", dice un alto prelato, spiegando che tra il cardinale e Francesco nelle ultime ore una consultazione c'è stata. La marcia indietro su Vatican News - sì alla difesa dei princìpi ma senza invasioni di campo - è stata decisa con l'avallo del Papa, il quale sapeva della Nota anche se, c'è chi dice Oltretevere, con ogni probabilità senza essere al corrente fino in fondo delle conseguenze.
Di fatto, con le sue parole che riconoscono la legittimità della difesa di Draghi della laicità dello Stato, Parolin svuota di senso lo strumento della Nota e ritorna ad abbracciare la strada di una diplomazia fatta di rapporti coltivati sul campo. In queste ore la Segreteria di Stato sta favorendo il nascere di una piccola squadra guidata da monsignor Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, che sia pronta a collaborare con l'Italia quando un canale per rivedere le parti più critiche del ddl Zan tornerà ad aprirsi. Fior di costituzionalisti, apprezzati anche sulla sponda italiana, pur prendendo le distanze dalla Nota ne hanno valorizzato il contenuto. È in forza di questi contributi che nei tempi e nei modi che Draghi vorrà la Santa Sede spera di potere tornare a collaborare e a portare a casa obiettivi che ritiene imprescindibili.
Nel frattempo, sul fronte parlamentare, il voto del 6 luglio per calendarizzare la settimana successiva (il 13) la discussione generale sul ddl in Aula ha riacceso la polemica. Che rischia ora di tramutare palazzo Madama in un teatro di guerra. Il vicecapogruppo dem Franco Mirabelli ha sfidato il leghista Ostellari a convocare subito un tavolo per "confrontarci nel merito e allargare il consenso sul ddl Zan senza stravolgerlo". Così mercoledì 30 tutti i capigruppo si vedranno per lavorare a un compromesso. Spiega il renziano Faraone: "È un tentativo che va fatto per trovare un accordo. Se trasformiamo in Beirut la discussione sulla Zan il rischio è che non passi". Sulla stessa linea la forzista Bernini: "Vanno fatte delle modifiche, innanzitutto sulla libertà di espressione che va precisata. Se Letta continua a dire che il testo non si tocca, ci spinge a votare contro".
Con buone possibilità di successo. Calderoli, mago leghista degli emendamenti è pronto: "Si possono trovare dei punti di incontro senza scatenare me, che altrimenti lo farò". Ma quando Salvini entra a gamba tesa - "Va modificato l'articolo 1, non vogliamo che l'educazione gender entri nelle scuole, né possiamo tollerare restrizioni alla libertà di pensiero o parola. Senza dialogo, i numeri non ci sono" - al Nazareno perdono la pazienza, "L'offerta di dialogo della Lega non è credibile. Vogliono solo impantanare il provvedimento, che va approvato senza modifiche". Letta è più esplicito: "Per noi il ddl Zan ha al suo interno tutte le garanzie, per cui la cosa migliore è andare in Parlamento e ognuno dirà la sua. La nostra è di approvarlo così com'è".
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