M5S verso la scissione? I numeri delle due fazioni: quanti sono i parlamentari che stanno con Conte
di Matteo Pucciarelli , di Matteo PucciarelliGli interventi e relative prese di posizione nelle due assemblee dei parlamentari, alla Camera e al Senato, hanno fornito dei primi indizi per capire la reale consistenza di una possibile scissione del Movimento, con Beppe Grillo che resta a presidiare la sua creatura e Giuseppe Conte che ne fonda un'altra; scenario plausibile, ma le variabili del caso, ad esempio una riappacificazione (quotata molto poco) o addirittura la sfiducia del Consiglio di garanzia indirizzata proprio al comico genovese.
Ad oggi il quadro generale segna una situazione di sostanziale equilibrio alla Camera: 162 eletti, equamente distribuiti in tre grandi filoni, cioè a parte chi pende per Grillo (leggera maggioranza) e chi per Conte, chi indignato se la prende con entrambi. In teoria …
Gli interventi e relative prese di posizione nelle due assemblee dei parlamentari, alla Camera e al Senato, hanno fornito dei primi indizi per capire la reale consistenza di una possibile scissione del Movimento, con Beppe Grillo che resta a presidiare la sua creatura e Giuseppe Conte che ne fonda un'altra; scenario plausibile, ma le variabili del caso, ad esempio una riappacificazione (quotata molto poco) o addirittura la sfiducia del Consiglio di garanzia indirizzata proprio al comico genovese.
Ad oggi il quadro generale segna una situazione di sostanziale equilibrio alla Camera: 162 eletti, equamente distribuiti in tre grandi filoni, cioè a parte chi pende per Grillo (leggera maggioranza) e chi per Conte, chi indignato se la prende con entrambi. In teoria quindi potrebbero essere una cinquantina i deputati a transitare in un ipotetico partito dell'ex presidente del Consiglio. Solo che non è così semplice. "Un conto è il posizionamento politico in questa fase, un altro è prendere e lasciare i 5 Stelle", ragiona uno di loro. Le variabili in questa scelta sono diverse.
Ad esempio quelli giunti al secondo mandato hanno più interesse, in teoria, ad abbracciare un nuovo partito senza il vincolo storico che vieta la terza elezione. La scelta di figure storiche come Luigi Di Maio o Roberto Fico può dare degli indizi importanti sulla eventuale o meno sopravvivenza sia del M5S che del partito di Conte.
La storia del M5S finora ha insegnato che, a dispetto di addi ed espulsioni di volta in volta dolorose - dal primo delfino cacciato, il consigliere regionale emiliano Giovanni Favia, passando per il primo sindaco, quello di Parma Federico Pizzarotti - la casa madre è rimasta in piedi. Quindi i 50 di Montecitorio potrebbero essere molti meno: 40, 30, difficile dare delle stime esatte.
Lo stesso ragionamento vale per il Senato. Lì la situazione è leggermente diversa, nel senso che oltre il 60 per cento del gruppo, che oggi conta 75 persone, è con Conte. Del resto si sono esposti nomi di grande peso: Vito Crimi, Stefano Patuanelli, Paola Taverna. Tutta gente esperta e arrivata al secondo mandato; e proprio perché esperta anche meno disponibile a farsi ribaltare l'agenda interna a seconda degli umori dal padre padrone (o papà) Grillo.
"Solo che siamo di fronte a una rottura che non ha un tema politico o programmatico di sfondo, ma è solo una scelta tra due persone e quindi la scissione 'ammazzerà' entrambi", commenta sconsolato un senatore. In tutto comunque l'area contiana ad oggi, sulla carta, fa affidamento su un centinaio di persone.
Altre annotazioni da fare: in caso di separazione, il M5S potrebbe ripescare a bordo alcuni parlamentari che erano stati espulsi su decisione di Crimi - e la contrarietà di Davide Casaleggio - per la contrarierà al governo Draghi, ad esempio Nicola Morra e Barbara Lezzi. E infine: se Conte farà una sua lista o partito, al Senato dovrà andare a caccia di un simbolo di partito pre-esistente che si era presentato alle elezioni del 2018 per poter formare un gruppo parlamentare.