Il Pd e la scommessa sbagliata sui Cinquestelle
di Giovanna VitaleCol senno del poi, aver puntato tutto sull’alleanza con i Cinquestelle a trazione contiana si è rivelata per il Pd una scommessa sbagliata. Anzi, “doppiamente sbagliata” sospira sconsolato un autorevole deputato dem. Al contrario di quel che immaginavano sia Nicola Zingaretti sia Enrico Letta, l’ex premier giallorosso non è difatti riuscito a diventare capo politico del Movimento. Con l’ulteriore aggravante che allo stato non si sa bene chi ne prenderà le redini, né se Giuseppe Conte ce la farà a fondare un suo partito da collocare (eventualmente) nel centrosinistra.
Uno sconquasso preceduto oltretutto da mesi di travaglio e incertezza, che ha finito per produrre un effetto collaterale pesante: la tanto evocata coalizione progressista che avrebbe dovuto sperimentare la sua forza alle amministrative - per poi dispiegarla alle politiche - non solo ha contorni poco definiti, ma si presenta al voto nelle città frantu…
Col senno del poi, aver puntato tutto sull’alleanza con i Cinquestelle a trazione contiana si è rivelata per il Pd una scommessa sbagliata. Anzi, “doppiamente sbagliata” sospira sconsolato un autorevole deputato dem. Al contrario di quel che immaginavano sia Nicola Zingaretti sia Enrico Letta, l’ex premier giallorosso non è difatti riuscito a diventare capo politico del Movimento. Con l’ulteriore aggravante che allo stato non si sa bene chi ne prenderà le redini, né se Giuseppe Conte ce la farà a fondare un suo partito da collocare (eventualmente) nel centrosinistra.
Uno sconquasso preceduto oltretutto da mesi di travaglio e incertezza, che ha finito per produrre un effetto collaterale pesante: la tanto evocata coalizione progressista che avrebbe dovuto sperimentare la sua forza alle amministrative - per poi dispiegarla alle politiche - non solo ha contorni poco definiti, ma si presenta al voto nelle città frantumata in mille schegge, che si muovono ognuno per conto proprio, prive di una chiara direzione di marcia. Senza considerare che se lo scontro tra i 5S contiani e i 5S grillini dovesse concludersi con una rottura insanabile, tenerli insieme in una stessa maggioranza diventerebbe un’impresa impossibile.
Al Nazareno, però, sono tranquilli: “Mancano ancora due anni alla scadenza della legislatura, c’è tempo per costruire il campo largo evocato da Letta, aperto al civismo e alle reti di cittadinanza. Tanto più che nessuno dei protagonisti della possibile scissione dentro i 5 Stelle ha mai messo in discussione la permanenza nel centrosinistra, neppure Grillo”. Ma i parlamentari dem sono inquieti. Preoccupati per il riflesso che la crisi del Movimento riverbera sul Pd, all’apparenza “precipitato in un angolo, incapace di reagire”, di ritrovare quella “vocazione espansiva” sacrificata due anni orsono sull’altare del patto di governo giallorosso. E poco consolano le parole del segretario, che a ogni piè sospinto ribadisce: “Il Pd fa il Pd, segue un suo percorso”, da rilanciare con le Agorà democratiche utili a rifondare il partito, spalancando le porte a personalità e mondi che nel tempo si sono persi per strada, perché “le alleanze si costruiscono nella società, non fra leader al chiuso di una stanza”.
Il quadro che esce dalle intese nei comuni chiamati alle elezioni d’ottobre non è confortante. Racconta di una coalizione che doveva andare da Renzi a Fratoianni e invece si ferma all’accoppiata Letta-Speranza, con una spruzzatina di Renzi e un’altra di Conte, qua e là. Sempre che le intese autorizzate da quest’ultimo in nome e per conto dei Cinquestelle reggano alla luce degli ultimi avvenimenti. Basta guardare a cosa sta accadendo in Calabria. Maria Antonietta Ventura, la candidata individuata da Pd, Articolo1 e M5S quando però il capo in pectore era ancora l’ex premier, si è appena ritirata dalla corsa (e non solo per via della nuova interdittiva antimafia che ha colpito il suo gruppo industriale): contestata a colpi di defezioni dai dem locali, demolita dalle Sardine, rifiutata dalla sinistra di Fratoianni che le ha preferito De Magistris, come pure alcuni spezzoni di grillini dissidenti, mentre Italia Viva corre da sola con il senatore Magorno.
Va giusto un po’ meglio a Napoli, dove però il partito di Calenda appoggia Antonio Bassolino e non l’ex rettore Gaetano Manfredi, campione dell’alleanza giallorossa inclusa Italia viva. Solo a Milano il centrosinistra classico è partito compatto, ma il merito è del sindaco uscente Beppe Sala, che lui sì ha compiuto il miracolo di tenere unita la coalizione, lasciando tuttavia fuori i 5 Stelle. Per non parlare di Torino, dove ognuno fa corsa a sé (sebbene qualche speranza resti, visto che Azione e Iv devono ancora assumere una posizione ufficiale). Come a Roma, dove i 5 Stelle schierano Virginia Raggi, Azione il suo leader Calenda appoggiato da Iv, quel che resta del centrosinistra l’ex ministro dem Roberto Gualtieri. In risoluzione invece il rebus Bologna, dove grazie alle primarie, Pd e Italia Viva sembrano aver raggiunto un accordo che tiene dentro pure i grillini.
Poche luci e molte ombre che per il Nazareno rappresentano comunque un successo: “La solidità delle alleanze nei territori in cui si è raggiunta un’intesa non verrà messa in discussione dalla crisi interna ai Cinquestelle”. Il progetto dell’allargamento, per i vertici del Pd, va dunque avanti: “Grottesco che ai problemi contingenti di una forza alleata si pensi di rispondere rispolverando una formula – la vocazione maggioritaria nella variante dello splendido isolamento – che ha portato alla più grave sequela di sconfitte della storia repubblicana”. Ogni riferimento a Renzi (ma pure a Calenda) non è puramente casuale.