Di Maio e Fico, così gli ex nemici vogliono spingere Grillo alla pace
di Annalisa Cuzzocrea , di Annalisa CuzzocreaROMA - A guardarli adesso, mentre parlano fitto a margine delle cerimonie ufficiali, mentre decidono insieme di andare a Marina di Bibbona a fare ragionare Beppe Grillo e tentare di tenere uniti i 5 Stelle, si fa fatica a ricordare che Luigi Di Maio e Roberto Fico sono stati, un tempo, feroci avversari dentro il Movimento. Talmente tanto che un giorno, il 7 settembre del 2016, a parti invertite, fu Grillo a venir giù dalla Liguria fino nel Lazio, fino a Nettuno, per tentare di mettere pace tra i due quando una lite sui fatti di Roma stava facendo esplodere il direttorio M5S.
Fico imputava a Di Maio calcoli e spregiudicatezza, l’altro riteneva il primo troppo ideologico e velleitario. Si era consumata sulle grane della giunta romana, la loro frattura. Sulle cose non dette dall’attuale ministro degli Esteri per proteggere la sindaca Virginia Raggi, che a sua volta proteggeva personaggi invisi a larghi pezzi del Movimento come l’allora vice-capo di gabinetto Raff…
ROMA - A guardarli adesso, mentre parlano fitto a margine delle cerimonie ufficiali, mentre decidono insieme di andare a Marina di Bibbona a fare ragionare Beppe Grillo e tentare di tenere uniti i 5 Stelle, si fa fatica a ricordare che Luigi Di Maio e Roberto Fico sono stati, un tempo, feroci avversari dentro il Movimento. Talmente tanto che un giorno, il 7 settembre del 2016, a parti invertite, fu Grillo a venir giù dalla Liguria fino nel Lazio, fino a Nettuno, per tentare di mettere pace tra i due quando una lite sui fatti di Roma stava facendo esplodere il direttorio M5S.
Fico imputava a Di Maio calcoli e spregiudicatezza, l’altro riteneva il primo troppo ideologico e velleitario. Si era consumata sulle grane della giunta romana, la loro frattura. Sulle cose non dette dall’attuale ministro degli Esteri per proteggere la sindaca Virginia Raggi, che a sua volta proteggeva personaggi invisi a larghi pezzi del Movimento come l’allora vice-capo di gabinetto Raffaele Marra, poi arrestato.
Impose la pace, Grillo, e l’allora vicepresidente della Camera arrivò a chiedere scusa per aver fatto un errore. Ma la ferita rimase e culminò nel giorno in cui Di Maio venne eletto capo politico dei 5 Stelle e Fico si rifiutò di salire sul palco che, a Rimini, lo incoronava. Troppo legato all’idea che il Movimento non dovessero avere leader, capi, come se Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non lo fossero sempre stati.
Sono passati appena quattro anni da allora, ma tutto è cambiato. E i fatti di questi giorni, Di Maio e Fico che rassicurano Conte, ma non sono pronti a seguirlo a qualsiasi costo, raccontano un’altra storia. Quella di due dirigenti di partito cambiati dai ruoli istituzionali che hanno rivestito nella prima e soprattutto nella seconda legislatura. Di fatto artefici di tutte le ultime scelte importanti del Movimento, anche se ufficialmente a compierle non sono stati solo loro. Il primo governo Conte con la Lega nasce da un patto che dà a Fico la presidenza della Camera. Poco più di un anno dopo, l’esecutivo col Pd è fortemente voluto dal presidente di Montecitorio, che convince Grillo e in questo modo – obtorto collo – anche il capo della Farnesina. Infine, la nascita del governo Draghi pareva impossibile a tutti, ma quando il Movimento si apprestava a slogan del tipo “O Conte o morte”, sono stati sempre loro due gli unici a dire: aspettate un attimo, riflettiamo. E a convincere Grillo che mandare all’aria la legislatura per i 5 Stelle non sarebbe stata affatto una buona idea, con il Paese stremato dalla pandemia e in attesa dei fondi europei.
È come se fossero, diversi in tutto, lo yin e lo yang del Movimento. Due forze opposte, ma complementari. Fico è stato un giovane benecomunista, sempre a sinistra senza cedimenti. Di Maio è il primo fautore dell’idea dei 5 Stelle come ago della bilancia tra i due poli. L’uno li vede ancora rivoluzionari o almeno riformisti, l’altro moderati e liberali. Eppure, senza di loro, nulla si può muovere. Lo sanno bene Grillo e Conte: si trovavano nell’impasse causata da uno scontro che non hanno saputo controllare e hanno dovuto affidare ai mediatori la possibilità di tirarli fuori. Davanti a questo, tutti gli altri “big” sembrano comparse. O perché non godono della fiducia incondizionata di Grillo che ha oggi, ma non è sempre stato così, Fico. O perché non abili ad estendere sempre il campo delle possibilità come ha imparato a fare Di Maio. L’impresa resta in ogni caso difficile. Lo dimostrano le voci, fatte girare ad arte, di un piano B del fondatore, che se Conte non accettasse lo statuto di compromesso vorrebbe affidare il M5S proprio a Fico e Di Maio, insieme a Raggi e Appendino. Sono modi per fare pressione sull’ex premier. Ipotesi a cui nessuno sta concretamente lavorando perché tutta l’attenzione dei sette saggi è fissata sui punti dello Statuto che sono stati motivo delle frizioni e che devono ora essere aggiustati in modo che sia Grillo che Conte possano uscirne dicendo: «Ho vinto».
Non è semplice, ma è l’unico modo per tenere unito il Movimento. Che a ben guardare è quello che Fico e Di Maio hanno sempre fatto. Sapendo bene che qualsiasi esito diverso li vedrebbe entrambi sconfitti. E che un’ennesima scissione rischia di distruggere tanto i 5 Stelle che il loro futuro.