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Letta: “Voglio un Pd moderno e di sinistra. Il mondo è cambiato”

Enrico Letta 

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Il bilancio dei suoi primi 100 giorni dal ritorno alla politica in un dibattito con un gruppo di intellettuali: “Servono idee forti per parlare ai giovani"
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ROMA - A 100 giorni dall’insediamento al vertice del Pd, paragonati con un sorriso a quelli di Napoleone — «dall’esilio all’Elba alla restaurazione dei Borbone», augurandosi però un epilogo diverso — Enrico Letta riunisce al Nazareno un gruppo di intellettuali per cercare idee e spunti sui quali rifondare «il partito dell’intelligenza collettiva» che lui vorrebbe destinato a cambiare il Paese, non solo a vincere le prossime elezioni. Con la regia di Gianni Cuperlo, il segretario dem discute del suo ultimo libro insieme — tra gli altri — a Marino Sinibaldi e Lucia Annunziata, Ferruccio De Bortoli e Peppe Laterza, Nadia Urbinati e Maurizio Ferrera. Il pretesto per raccontare la sua personale trasformazione, da vecchio moroteo a progressista radicale; illustrare il prepotente ritorno del bipolarismo che impone una scelta di campo; archiviare la terza via che «non si è rivelata un progetto vincente…

ROMA - A 100 giorni dall’insediamento al vertice del Pd, paragonati con un sorriso a quelli di Napoleone — «dall’esilio all’Elba alla restaurazione dei Borbone», augurandosi però un epilogo diverso — Enrico Letta riunisce al Nazareno un gruppo di intellettuali per cercare idee e spunti sui quali rifondare «il partito dell’intelligenza collettiva» che lui vorrebbe destinato a cambiare il Paese, non solo a vincere le prossime elezioni. Con la regia di Gianni Cuperlo, il segretario dem discute del suo ultimo libro insieme — tra gli altri — a Marino Sinibaldi e Lucia Annunziata, Ferruccio De Bortoli e Peppe Laterza, Nadia Urbinati e Maurizio Ferrera. Il pretesto per raccontare la sua personale trasformazione, da vecchio moroteo a progressista radicale; illustrare il prepotente ritorno del bipolarismo che impone una scelta di campo; archiviare la terza via che «non si è rivelata un progetto vincente».


«Nel decennio che abbiamo alle spalle, iniziato con la caduta di Berlusconi e l’arrivo del governo tecnico di Monti, è stato sospeso lo scontro politico», esordisce Letta. «Da lì in poi si sono avvicendati sette governi con diversi partiti e primi ministri: una prova di affaticamento della nostra democrazia. Ma ora ho l’impressione che questa fase si stia chiudendo. La vittoria di Biden negli Usa, il salto fatto dall’Europa con il Next Generation Ue ha cambiato il quadro generale. Entriamo in una nuova fase in cui il cursore tra destra e sinistra assume un ruolo determinante». Ed è qui che si inserisce la sua sfida, assecondata da quella mutazione antropologica che in tanti faticano a comprendere. «Io sono arrivato con un profilo antico, di uno che non incarnava la sinistra dura e pura, ma il moderatismo prodiano degli anni ‘90», quasi si giustifica. «In questi sette anni fuori dall’Italia ho però avuto la fortuna di guardare il mondo attraverso gli occhi dei tanti studenti incontrati per lavoro. Un’esperienza che mi ha cambiato. E oggi, alla luce di quel che sta succedendo nel mondo piegato dalla pandemia, con la ricomparsa in Europa di un forte asse sovranista guidato da Ungheria e Polonia, che coinvolge le forze che rappresentano il 40% dell’elettorato italiano, abbiamo la necessità di ripensare a cosa vuol dire sinistra, di costruire una moderna proposta democratica in grado di parlare soprattutto ai giovani».
Vuole un Pd che gli somigli, Enrico Letta. O meglio, che somigli al lui di adesso. Negli anni parigini c’è stata una rivoluzione, favorita anche da social e new media, ma non sempre in meglio. «A me colpisce molto come oggi un leader politico possa essere di successo, apparire su giornali e tg, avere tanti like, senza però avere una visione, solo reagendo con furbizia alle cose che gli accadono intorno. Ma così riesci solo a posizionarti, non dai alcun contributo». Perciò serve «costruire un processo diverso», distante dal modello leaderistico ormai predominante, «una nuova dimensione comunitaria, in grado di contrastare un futuro già scritto», insiste il segretario. «Il nostro Paese va verso una maggioranza di destra. Noi dobbiamo rovesciare la tendenza, sapendo che non si fa con piccoli giochi tattici, ma con un grande sforzo culturale».


È quel che gli chiedono tutti gli intellettuali chiamati a dare consigli: osare di più. «La sfida della sinistra è ritrovare idee forti e un avversario», lo esorta l’editore Laterza. «Bisogna imporre una linea di conflitto, senza curarsi troppo se il tema sollevato, come la dote per i giovani, è divisivo». Soltanto così si recupera credibilità e fiducia. «La radicalità è necessaria, bisogna tenere la barra dritta sui valori, a cominciare dai diritti», suggerisce la politologa Urbinati. Con De Bortoli che invita però a gettare lo sguardo anche sul “capitale sociale” del Paese, a quel vasto mondo fatto di associazioni e gruppi, laici e cattolici, che si sono allontanati dalla politica e con cui occorre tornare a parlare. Critica Lucia Annunziata: «La sinistra ha un enorme deficit di conoscenza del reale», attacca. «Nel dopo Covid continuiamo a parlare di giovani: ma da quando sono una categoria politica? Allora lo sono pure i vecchi». Ma Sinibaldi non è d’accordo: «Non è vero che la sinistra non conosce il popolo, il problema è che le mancano le parole, il linguaggio pubblico. Il tema di oggi è come giocare la partita: per apparire sovversivo devi rischiare l’impopolarità». Letta prende appunti e, dopo tre ore e mezza, giura che ne farà tesoro: «Le idee possono cambiare il mondo. Un partito non può essere un gruppo di gestori del potere, come è stato il Pd per troppo tempo. Proviamo a cambiare con le Agorà, con l’intelligenza collettiva, che restituisca protagonismo alle persone, spazi di partecipazione e condivisione vera».