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Ddl Zan, fronda nel Pd per le modifiche No di Letta: aiutano chi vuole affossarlo

Enrico Letta (ansa)
La strategia è quella degli ordini del giorno che delimitino la legge
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ROMA - «Siamo pronti ad ascoltare, discutere, dialogare, ma in Parlamento, perché siamo convinti delle nostre ragioni». Enrico Letta apre al confronto sul ddl Zan, ma si illude chi pensa si tratti di una retromarcia: la disponibilità a trattare con Renzi e Salvini sugli emendamenti al testo già passato a Montecitorio.
La legge contro l’omotransfobia, per il leader del Pd, deve restare com’è: se venisse modificata al Senato dovrebbe difatti tornare alla Camera, col rischio di restare seppellita — complice l’ostruzionismo delle destre — sotto la mole di provvedimenti più urgenti, dalla Finanziaria ai decreti sulle riforme, che da settembre intaseranno l’aula. E là morire. Timore peraltro giustificato dalla «posizione della Lega» che «sconta un problema di credibilità», insiste il segretario: «Nel giorno in cui chiedono il dialogo, all’Europarlamento votano…

ROMA - «Siamo pronti ad ascoltare, discutere, dialogare, ma in Parlamento, perché siamo convinti delle nostre ragioni». Enrico Letta apre al confronto sul ddl Zan, ma si illude chi pensa si tratti di una retromarcia: la disponibilità a trattare con Renzi e Salvini sugli emendamenti al testo già passato a Montecitorio.
La legge contro l’omotransfobia, per il leader del Pd, deve restare com’è: se venisse modificata al Senato dovrebbe difatti tornare alla Camera, col rischio di restare seppellita — complice l’ostruzionismo delle destre — sotto la mole di provvedimenti più urgenti, dalla Finanziaria ai decreti sulle riforme, che da settembre intaseranno l’aula. E là morire. Timore peraltro giustificato dalla «posizione della Lega» che «sconta un problema di credibilità», insiste il segretario: «Nel giorno in cui chiedono il dialogo, all’Europarlamento votano a favore delle norme anti-Lgbtq varate in Ungheria. Una contraddizione che dimostra che da parte loro c’è la volontà di affossare la Zan non di migliorarla».


È deciso ad andare avanti, l’inquilino del Nazareno. Sebbene consapevole di dover prima risolvere un paio di nodi: dare una risposta alle «legittime preoccupazioni» di chi, Chiesa e femministe, invocano correzioni per scongiurare interpretazioni dannose per le donne e l’educazione dei ragazzi; convincere i suoi senatori, specie i quattro o cinque malpancisti incerti sul da farsi, a seguire la linea del partito. Smontando al tempo stesso le accuse dei due Matteo che da giorni cercano di addebitare alla sua rigidità l’eventuale fallimento della conta in aula.
Da qui la strategia, messa a punto con i fedelissimi, di far votare in Senato, insieme al ddl, una serie di ordini del giorno con cui «delimitare e specificare meglio il perimetro della legge», spiega il senatore Alessandro Alfieri, coordinatore di Base riformista, la corrente cui fanno capo i più scettici, «così da chiarire alcuni punti controversi». Ovvero i tre contestati da destra e renziani. Rispetto all’identità di genere, verrà precisato che non basta un’auto-certificazione per attestare il cambio di sesso. Sui reati d’opinione, che non verrà in alcun modo intaccata la libertà d’espressione. Sulle iniziative nelle scuole, che l’autonomia degli istituti è un principio intangibile.


Basterà a persuadere i potenziali franchi tiratori annidati nell’ex coalizione giallorossa? In realtà non sembra. I cattodem sono pronti ad alzare la trincea, in sintonia con la battuta attribuita a Lorenzo Guerini: «Vabbè che ci siamo scordati De Gasperi, ma ricordiamoci almeno Togliatti», che la questione cattolica l’aveva ben presente. E infatti: «Io mi batterò fino all’ultimo perché gli articoli 1,4 e 7 vengano modificati», ribadisce il dem Mino Taricco. «Gli ordini del giorno sono solo una dichiarazione di intenti, nella sostanza la norma rimane quella che è. E se ci sono degli emendamenti che migliorano il testo io li voterò». Come dovrebbe fare pure l’ex capogruppo Marcucci: «Difendere il ddl Zan rifiutando qualsiasi mediazione significa perdere un appuntamento storico con i diritti», taglia corto. «Ostinarsi con i numeri del Senato vuol dire soltanto andare a sbattere». Stefano Collina, invece, si allinea a Letta ma chiede di sapere, «tra la legge Zan e nessuna legge, se il mio partito ha solo il piano di incrociare le dita». Tutti sicuri, nel Pd, che tanto sarà «Iv a far mancare i voti, coprendosi dietro lo scrutinio segreto». Perciò ora «Renzi deve fare chiarezza». Dire «da che parte sta: se con noi o con Salvini».