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Dalle "Cento città" agli "sceriffi", 25 anni di proteste dei sindaci

Il sindaco di Bari, Antonio Decaro, alla Repubblica delle Idee a Bologna (agf)
Alla Repubblica delle idee, giorni fa, il sindaco di Bari Antonio Decaro, insieme ad altri suoi colleghi del Pd, ha riformulato il disagio che dura da troppo tempi e suggerito soluzioni
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È da oltre un quarto di secolo che la lamentazione dei sindaci accompagna l'interminabile crisi del sistema politico italiano intervallandosi secondo misteriosi cicli, ragionevoli motivi e sospette ambizioni.

L'altro giorno, alla Repubblica delle idee, il sindaco di Bari Antonio Decaro, insieme ad altri suoi colleghi del Pd, ha riformulato il disagio e suggerito soluzioni su cui, a parte i toni un pochino vittimistici, è difficile non essere d'accordo. Ha avuto anche il pudore di escludere la più che ricorrente illusione di un "partito dei sindaci". Ma il vero guaio è che già nel 2016, fresco presidente dell'Anci, aveva espresso più o meno le stesse allarmate considerazioni parlando a nome dei 7998 primi cittadini: "Al governo abbiamo chiesto di liberarli: solo così le comunità respirano e forse l'Italia può tornare a volare".

È da oltre un quarto di secolo che la lamentazione dei sindaci accompagna l'interminabile crisi del sistema politico italiano intervallandosi secondo misteriosi cicli, ragionevoli motivi e sospette ambizioni.

L'altro giorno, alla Repubblica delle idee, il sindaco di Bari Antonio Decaro, insieme ad altri suoi colleghi del Pd, ha riformulato il disagio e suggerito soluzioni su cui, a parte i toni un pochino vittimistici, è difficile non essere d'accordo. Ha avuto anche il pudore di escludere la più che ricorrente illusione di un "partito dei sindaci". Ma il vero guaio è che già nel 2016, fresco presidente dell'Anci, aveva espresso più o meno le stesse allarmate considerazioni parlando a nome dei 7998 primi cittadini: "Al governo abbiamo chiesto di liberarli: solo così le comunità respirano e forse l'Italia può tornare a volare".

A Palazzo Chigi c'era allora, destinatario del consueto e abitudinario patto Stato-comuni (e in ottimi rapporti di partito con Decaro), Matteo Renzi, il più sindaco di tutti i presidenti del Consiglio dell'Italia repubblicana. Ma niente. Pure in quel momento i sindaci finivano spesso, troppo spesso, sotto accusa nelle indagini giudiziarie, ma la temperie suggeriva loro di non enfatizzare la questione; e pure in quel momento, considerandosi giustamente più rappresentativi e quindi concorrenziali rispetto agli uomini dei partiti, i sindaci premevano per presentarsi alle elezioni - cosa che ieri come oggi li rendeva invisi a deputati, senatori ed europarlamentari.

Ora, anche su questo dispiace di fare il Pierino, ma anche questa storia dell'incompatibilità è, se non antica, vista e rivista. Nel 1999, prima delle europee, l'allora sindaco di Roma Rutelli chiese in modo abbastanza deciso di toglierla dato che gli italiani si sentivano "sicuramente molto più rappresentati dai sindaci che dai funzionari di partito". Gli rispose il ministro dell'Interno Napolitano che comunque, secondo una disposizione di Strasburgo, avrebbero comunque dovuto optare. Quanto alle richieste al governo, ai patti con lo Stato, alle immancabili agende e alle inesorabili riforme, occorre riconoscere che il tricche-tracche va avanti almeno dal 1993, quando sorse, ma brevissimamente, il cartello intermunicipale "Cento Città", dall'allora premier Amato messo alla berlina con il nomignolo "Cento Padelle".

Erano tempi nei quali, al posto dei partiti, sempre più contavano le individualità, e con esse anche le rivalità, per cui fra Rutelli, Orlando, Castellani, Cacciari, Bianco, Bassolino, Illy e quanti altri indossavano con crescente abilità mediatica e rinato orgoglio municipale la fascia tricolore, beh, era anche difficile che si mettessero d'accordo su un progetto e comunque agli appuntamenti ne mancavano sempre due o tre.

Così il partito dei sindaci, ingolosito da volatili sondaggi che lo accreditavano oltre il 40 per cento, divenne un classico dell'inconfessabile evanescenza all'italiana, cioè un'entità di cui ogni tanto si parla, ma a vuoto, senza conseguenze se non quella di riempire pagine di giornali e atti di convegni. Nel frattempo, e passando per tre o quattro esperienze di governi tecnici, la dissoluzione del ceto politico si approfondiva, fino all'odierna, conclamata , ma ancora non del tutto riconosciuta bancarotta.

Rep Idee 2021 - Bologna e il fronte dei sindaci: Lepore, Bonaldi e Decaro

Se non bastasse, i vari sindaci (quasi un paio di generazioni se si aggiunge la leva dei Veltroni, Jervolino, Domenici, Merola, Chiamparino, Emiliano, Nardella, Falcomatà, De Magistris) mica la pensavano tutti allo stesso modo, c'erano sceriffi, masanielli, civici, arancioni, eretici, perfino alcuni che secondo il sindaco di Salerno De Luca "si atteggiavano a Padre Pio"; poi arrivarono i cinque stelle e poi ancora quelli cacciati dai cinque stelle come Pizzarotti che invano fece nascere (2017 e 2018), insieme ad alcuni sindaci del Pd, l'ennesima e fuggevole consociazione trasversaloide dal nome "L'Italia in Comune".

Da tutto questo viene il sospetto che, per quanto prossimi ai cittadini e alle prese più di altri con i veri problemi delle città, i sindaci non sono vissuti come veri sfidanti, ma come attori della medesima scena; il che semplifica e insieme complica la faccenda - come del resto confermava qualche settimana fa un avviso comparso su Instagram: "Cerco lavoro anche come sindaco".