Il primo atto della Rai targata Mario Draghi fila via liscio come se strappi e malumori consumati durante il travagliatissimo parto dei nuovi consiglieri d'amministrazione fossero già un lontano ricordo. Al debutto, i vertici designati dal Tesoro - Carlo Fuortes nel ruolo di ad, Marinella Soldi in quello di presidente in pectore - incassano (quasi) il massimo gradimento. A eccezione di Riccardo Laganà, il rappresentante dei dipendenti che si è astenuto, il resto del Cda ha votato a favore della manager toscana selezionata personalmente dal premier. Preludio di quel che, a dispetto dei tamburi di guerra echeggiati in questi giorni, dovrebbe accadere mercoledì in Vigilanza, l'organismo parlamentare di controllo chiamato a ratificarne la nomina a scrutinio segreto.
Il primo atto della Rai targata Mario Draghi fila via liscio come se strappi e malumori consumati durante il travagliatissimo parto dei nuovi consiglieri d'amministrazione fossero già un lontano ricordo. Al debutto, i vertici designati dal Tesoro - Carlo Fuortes nel ruolo di ad, Marinella Soldi in quello di presidente in pectore - incassano (quasi) il massimo gradimento. A eccezione di Riccardo Laganà, il rappresentante dei dipendenti che si è astenuto, il resto del Cda ha votato a favore della manager toscana selezionata personalmente dal premier. Preludio di quel che, a dispetto dei tamburi di guerra echeggiati in questi giorni, dovrebbe accadere mercoledì in Vigilanza, l'organismo parlamentare di controllo chiamato a ratificarne la nomina a scrutinio segreto.
Nonostante il forte malcontento di Forza Italia, tentata dal blitz in Commissione per impallinare Soldi e insediare la consigliera Simona Agnes, la Lega sarebbe infatti orientata a non seguire gli alleati e a dare via libera all'ex Ceo di Discovery. Anche per evitare di entrare in conflitto con Draghi, il quale per vie traverse avrebbe già fatto sapere di considerare un atto ostile qualsiasi comportamento contrario. In linea con quanto deciso in casa Cinquestelle. E siccome Pd, Iv e Leu sono apertamente a favore, la maggioranza dei due terzi (27 su 40) sarebbe a portata di mano. Al netto tuttavia del voto segreto, che potrebbe incoraggiare i franchi tiratori, annidati ovunque.
E qui però iniziano i problemi. Perché se Matteo Salvini, per tranquillizzare Giorgia Meloni tagliata fuori dal Cda e dunque furiosa, si dice convinto che "la vicenda Rai si chiuderà con la soddisfazione per tutti. Ci sarà spazio per tutti, tutti avranno voce", al Nazareno temono le contropartite che Lega e FdI potrebbero ottenere da Palazzo Chigi, e per osmosi negli organigrammi aziendali, in cambio della pax in Viale Mazzini. Per questo il deputato Andrea Romano in mattinata auspicava "una verifica ampia e condivisa sul nome scelto per la presidenza", così da allontanare il sospetto "di un monopolio politico di parte sulla governance Rai".
Chiaro il messaggio: Fuortes e Soldi, che i più vogliono vicini al centrosinistra, sono stati indicati da Draghi, non dal Pd. Il centrodestra non provi a intestarglieli per strappare le caselle più strategiche della Tv pubblica. Sulle quali le manovre sono già cominciate. Il bersaglio grosso è manco a dirlo il Tg1, ora appannaggio dei 5S. È lì che punta il salviniano Gennaro Sangiuliano, ma difficilmente centrosinistra e grillini lo faranno passare. L'alternativa potrebbe essere Antonio Di Bella, che ha fallito la scalata (dichiarata) alla presidenza e gode di un consenso trasversale, non fosse altro perché andrà in pensione a breve. Perciò in queste ore due donne si agitano, entrambe con un passato nel primo Tg d'Italia: Monica Maggioni, che vanta ottimi rapporti con il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli, e Simona Sala, su cui però incombe il veto leghista.
È da questo nodo che dipenderanno tutte le altre scelte, condizionate pure dai tempi: Tg1 e Tg2 scadono a ottobre; il Tg3 con Mario Orfeo, Rainews con Andrea Vianello e Radio1 con la Sala un anno dopo. Partita che finisce per intrecciarsi con quella, altrettanto cruciale, di Rai1. Il Pd fa quadrato intorno al direttore Stefano Coletta, mentre la Lega intende piazzarci Marcello Ciannamea (ora capo dei palinsesti), a meno che non riesca a ottenere la direzione generale.
E poiché il Pd vorrebbe riprendersi Rai3, oggi affidata a Franco Di Mare in quota Spadafora (5S), la soluzione potrebbe essere un ritorno di Coletta alla terza rete, ma con un nome più condiviso di Ciannamea a Rai1. In pole salirebbe allora Andrea Sassano (capo delle risorse artistiche) che avrebbe anche il sostegno di Gianni Letta. Sempre che i 5S non puntino i piedi per avere una rete (magari proprio la prima) a parziale compensazione della perdita del Tg1 diretto da Giuseppe Carboni, ormai difeso solo dall'ala Conte-Casalino.