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Genova 2001, dopo vent'anni parla Paolo Cremonesi: "Io, medico in prima linea, ho visto il massacro. Quel G8 fu una follia”

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Nella scuola Diaz ha tamponato il sangue e steccato le fratture di quei poveretti. Per tutto questo tempo ha scelto il silenzio perché non voleva "essere usato". Oggi racconta: "Raccolsi il bossolo che uccise Giuliani, ma nessuno mi ascoltò"
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 GENOVA - Il dottore c'era. Sempre. Ha visto tutto, durante il G8. In piazza Alimonda ha raccolto il bossolo del proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani. Nella scuola Diaz ha tamponato il sangue, steccato le fratture di quei poveretti: "Non andranno in carcere". Aveva soccorso i pacifisti caricati dalle forze dell'ordine nel corteo di corso Italia: "C'erano anche delle suore, delle nonne". Sequestrò un blindato dei carabinieri, durante gli scontri con le Tute Bianche di venerdì 20 luglio: "I feriti devono andare in ospedale: subito". La visita alla caserma-carcere di Bolzaneto, alla vigilia del vertice: "Sembrava tranquillo. Invece". Il pestaggio di un minorenne da parte di alcuni dirigenti Digos, davanti alla questura di Genova: "Quell'occhio gonfio come un melone. Era un ragazzino". Paolo Cremonesi. Il dottore. Per 20 anni ha scelto di stare zitto. "Non volevo essere usato". Ora si raccont…

 GENOVA - Il dottore c'era. Sempre. Ha visto tutto, durante il G8. In piazza Alimonda ha raccolto il bossolo del proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani. Nella scuola Diaz ha tamponato il sangue, steccato le fratture di quei poveretti: "Non andranno in carcere". Aveva soccorso i pacifisti caricati dalle forze dell'ordine nel corteo di corso Italia: "C'erano anche delle suore, delle nonne". Sequestrò un blindato dei carabinieri, durante gli scontri con le Tute Bianche di venerdì 20 luglio: "I feriti devono andare in ospedale: subito". La visita alla caserma-carcere di Bolzaneto, alla vigilia del vertice: "Sembrava tranquillo. Invece". Il pestaggio di un minorenne da parte di alcuni dirigenti Digos, davanti alla questura di Genova: "Quell'occhio gonfio come un melone. Era un ragazzino". Paolo Cremonesi. Il dottore. Per 20 anni ha scelto di stare zitto. "Non volevo essere usato". Ora si racconta. "Ma parliamo dei fatti, prego. I giudizi li lasciamo agli altri".

Cominciamo dalla fine. La scuola Diaz.
"Quasi mezzanotte, sabato 20 luglio 2001. Stazione ferroviaria di Brignole, mi sto occupando di un attacco d'asma per lacrimogeni: mando il paziente all'ospedale Galliera. Nel frattempo, via radio mi segnalano presunti scontri in via Trento vicino alla scuola Diaz. Vado a vedere. Funzionari di polizia mi fanno entrare: la palestra, luci fioche, confusione. Quanto sangue. In italiano e inglese, urlo: quelli che stanno male, da una parte".

La polizia li ha massacrati.
"Un centinaio di ragazzi. Facciamo distendere i sacchi a pelo per curarli. Braccia e gambe rotte, ferite alla testa: un massacro. C'è uno con la mandibola che va da una parte all'altra. Pure una ragazza ha la bocca gonfia di sangue, ha perso tutti i denti. Segni di percosse sulla schiena. Con l'infermiere, Lando Vignon, recuperiamo stecche per immobilizzare le fratture, non bastano: usiamo pezzi di scatole di cartone".

 

Macelleria messicana.
"Tutti traumatizzati. In particolare alle braccia, alzate in segno di pace. Chiediamo aiuto ai militi delle pubbliche assistenze: arrivano, impreparati a quel massacro. L'emozione, la paura. Orribile".

Tra i feriti, Armando Cestaro: un signore di 62 anni, il fazzoletto rosso al collo. Non sapeva dove andare a dormire, gli avevano detto che alla Diaz era sicuro .
"Gli hanno rotto braccia e gambe, spaventato e a piedi nudi. Surreale. I ragazzi delle ambulanze sotto shock: ci fanno usare una barella per volta".

Che disastro. Ma era cominciato giorni prima.
"Ricordo una tensione terribile. Assurda. Nei giorni precedenti, un clima incredibile: parlavano di attacchi chimici, batteriologici, nucleari. All'aeroporto avevo fotografato i Patriots parcheggiati per intercettare i possibili missili. Si raccontava di attentati chimici, giuravano che ci avrebbero attaccati con rifiuti infettivi degli ospedali. La Regione aveva fatto arrivare i sacchi neri per i cadaveri".

Sembravano due fronti: i manifestanti, le forze dell'ordine.
"Era cominciato tutto durante il corteo dei migranti: il 19 luglio 2001. Gli uomini del Reparto Mobile fecero i primi fermi in questura, andai a dare un'occhiata. Che male".

Venerdì 20 luglio, gli scontri di piazza. La morte di Carlo Giuliani.
"Raccolsi il bossolo: i carabinieri non volevano ascoltarmi, così lo consegnai a un giornalista di Repubblica - Giuseppe Filetto - che a sua volta lo portò a un funzionario di polizia. Alla sera tornai a casa da mia moglie e mia figlia, che aveva 15 anni: sfinito. E sorpreso, che in quel delirio fosse morta una sola persona".

Il giorno dopo, la carica sui pacifisti in corso Italia.
"Assurdo. Due mondi allo scontro, ma perché? C'erano persone di una certa età, le infradito ai piedi e le mani alzate: vogliamo solo fare del bene, ripetevano. Fu una esperienza terribile. Che dolore, che vergogna".

Era cominciato molto prima. Il pestaggio del minorenne davanti alla questura.
"Aveva 16 anni, un bambino. Fu una follia organizzare il G8 a Genova. Lo sapevano che sarebbe stato un delirio. Una pazzia. Mia figlia oggi è una donna. Se mia nipote un giorno volesse scendere in strada per la libertà, io le direi: fallo, però stai attenta. Ci sono in giro persone cattive, non fidarti".